“Il governo che ho avuto l’onore di presiedere ha posto, come tutti sanno, la lotta al dissesto idrogeologico in Sicilia come priorità. Parlano le leggi varate, i numeri, i cantieri e il confronto con tutti gli altri Enti in Italia. Oggi abbiamo consegnato ai Pubblici Ministeri una memoria articolata. È il contribuito più fattivo che potessimo dare in questa fase, non conoscendo nessuno degli atti. Ma ci sembrava indispensabile testimoniare la piena collaborazione con la magistratura ed il rispetto del ruolo di chi indaga. Anche per questa ragione, rinunciando alle prerogative ministeriali, ho ritenuto fosse mio dovere raggiungere qui a Gela gli inquirenti, ai quali ho evidenziato, nell’atto depositato, non solo la mia estraneità alla contestazione, ma anche tutti gli atti che sono stati compiuti dalla Regione a seguito della frana della provinciale del 2019. Penso che non sarà l’unico confronto. Se servirà, il mio legale ed io stesso saremo disponibili”. Lo dichiara il Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci all’uscita dalla procura di Gela.
Il ministro per la Protezione Civile ed ex presidente della Regione siciliana Nello Musumeci si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai pubblici ministeri di Gela che l’hanno iscritto nel registro degli indagati insieme ad altre 12 persone, tra le quali gli ultimi 4 governatori dell’isola, nell’ambito dell’inchiesta sulla frana che, a gennaio scorso, a Niscemi, ha determinato il crollo di un costone roccioso trascinando a valle case e mezzi e decine di immobili.
Musumeci ha depositato una memoria come, prima di lui avevano fatto Renato Schifani e Rosario Crocetta. All’interrogatorio erano presenti il procuratore Salvatore Vella, la pm Maddalena Guglielmini, investigatori della squadra mobile di Gela, del commissariato di Niscemi e dello Sco e i consulenti tecnici nominati dalla Procura.
Oltre a Musumeci sono indagati gli ex presidenti della Regione, Raffaele Lombardo (ancora non comparso davanti agli inquirenti), Rosario Crocetta e l’attuale governatore Renato Schifani, gli ex capi della Protezione civile regionale Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e l’attuale Salvo Cocina, il direttore regionale Vincenzo Falgares, i direttori regionali Salvo Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tuminello, Giacomo Gargano e il responsabile dell’Ati che doveva eseguire le opere di mitigazione del rischio comportato dalla frana.
Questa è solo la prima fase dell’indagine e riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana che a gennaio ha messo in ginocchio Niscemi e che furono stabilite dopo il primo grosso evento franoso del 1997 e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti.
Nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 mln di euro, ma nulla fu fatto. Il contratto con l’Ati che si era aggiudicata la gara si risolse nel 2010.
La seconda fase riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana.
La terza riguarda la zona rossa, sia quella interessata dalla frana del ’97 che quelle prossime al ciglio già individuate come a rischio molto elevato già nella relazione della commissione nominata con ordinanza della Presidenza del Consiglio.
Gli accertamenti verteranno sui mancati sgomberi e le mancate demolizioni, sul blocco di nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate.




