Dalle piazze alle urne, il movimento studentesco serbo ha trasformato una mobilitazione nata contro la gestione delle istituzioni in una competizione elettorale capace di mettere in discussione gli equilibri politici del Paese. Le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre hanno assegnato alla lista Student List – Students Win, (traducibile come “Lista studentesca – Gli studenti vincono”), un vantaggio netto sulla formazione legata all’ex presidente Aleksandar Vučić.
Secondo i risultati preliminari pubblicati dalla Commissione elettorale repubblicana serba (RIK), aggiornati al 26 ottobre e basati sul 97,56% dei seggi scrutinati, la lista studentesca ha ottenuto 2.267.615 voti, pari al 52,71%. La lista “Aleksandar Vučić – United Serbia” si è fermata a 1.685.022 voti, il 39,17%. La distribuzione provvisoria assegna rispettivamente 140 e 104 seggi nell’Assemblea nazionale, composta da 250 deputati. I dati restano preliminari in attesa della conclusione delle procedure elettorali.
La distanza fra le due liste segna una battuta d’arresto per il campo politico che ha occupato una posizione centrale nella vita istituzionale serba per oltre un decennio. Il risultato arriva dopo mesi di manifestazioni e iniziative civiche, durante i quali la richiesta di accertare le responsabilità per la tragedia di Novi Sad si è progressivamente intrecciata con una critica più generale al funzionamento delle istituzioni.
La vittoria, tuttavia, non coincide ancora con la formazione del nuovo governo. Restano da completare gli adempimenti elettorali e da avviare il percorso istituzionale per la costituzione delle nuove assemblee e dell’esecutivo. La questione si sposta quindi dal risultato alla capacità della lista di trasformare il consenso in una maggioranza organizzata, in grado di definire priorità e assumere decisioni.
È questo passaggio a rendere la vicenda interessante anche al di fuori dei confini serbi: una mobilitazione nata nelle università ha cercato una via elettorale per diventare alternativa politica. Resta da capire se e in quali condizioni un’esperienza simile possa incidere sul dibattito europeo.
La tragedia di Novi Sad: l’origine delle proteste e del movimento studentesco
Per comprendere l’affermazione del movimento bisogna tornare al 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone. La tragedia aprì una stagione di proteste nelle quali la richiesta di accertare le responsabilità si intrecciò con interrogativi sulla gestione delle opere pubbliche, sulla trasparenza degli appalti e sul funzionamento delle istituzioni.
Alle 11:52, l’ora del crollo, il silenzio è diventato uno dei gesti più riconoscibili della mobilitazione. Studenti e cittadini si fermavano per ricordare le vittime, trasformando la commemorazione in una richiesta pubblica di risposte. Il rito era inizialmente legato alle quindici persone ricordate nelle prime fasi della protesta; il bilancio definitivo della tragedia è poi salito a sedici morti.
Gli studenti universitari sono diventati il principale motore organizzativo delle manifestazioni. Assemblee, occupazioni e iniziative pubbliche hanno coinvolto progressivamente insegnanti, professionisti, agricoltori e cittadini di generazioni differenti. Le rivendicazioni hanno riguardato la pubblicazione della documentazione relativa ai lavori, l’accertamento delle responsabilità e il rispetto delle procedure istituzionali.
La solidarietà si è manifestata anche attraverso gesti quotidiani: pasti portati agli studenti, aiuti materiali durante le occupazioni universitarie e iniziative organizzate dai cittadini. Queste forme di sostegno hanno contribuito ad allargare il perimetro della mobilitazione, facendone una questione che andava oltre il mondo universitario.
Un’altra immagine significativa è stata il cammino degli studenti verso Novi Sad in occasione dell’anniversario della tragedia. Il percorso ha rappresentato una dimostrazione di continuità della protesta e ha mostrato come la mobilitazione avesse superato i confini degli atenei e della capitale.
Sul piano politico la tragedia ha contribuito ad aprire una crisi di fiducia che ha progressivamente superato il tema originario. Da questa evoluzione è nato il tentativo di portare le richieste della protesta nella competizione elettorale.
Chi sono i giovani che hanno costruito la lista: medici, economisti e sportivi
Uno degli elementi distintivi dell’esperienza serba riguarda il metodo con cui è stata costruita la candidatura, ma anche la varietà delle persone coinvolte. La lista Studenti pobeđuju, “Gli studenti vincono»”, non è composta esclusivamente da giovani universitari: riunisce docenti, medici, ricercatori, professionisti, artisti, attivisti e personalità già conosciute al grande pubblico. I 250 candidati sono stati selezionati attraverso un percorso che il movimento riconduce a oltre un anno di assemblee universitarie, plenarie e decisioni collettive, con l’obiettivo dichiarato di non affidare la costruzione della lista ai tradizionali vertici di partito.
Tre nomi aiutano a comprendere questa composizione. Il primo è Ilija Srdanović, cardiologo e professore alla Facoltà di Medicina dell’Università di Novi Sad, indicato come capolista. La sua presenza rappresenta il collegamento con il mondo universitario e scientifico e con una concezione della politica fondata sulle competenze professionali. La scelta di una figura proveniente dalla medicina, anziché di un dirigente politico di lungo corso, contribuisce a definire l’immagine di una formazione che vuole presentarsi come alternativa ai partiti tradizionali.
Un profilo differente è quello di Dejan Šoškić, economista ed ex governatore della Banca nazionale serba, incarico ricoperto dal 2010 al 2012. La sua esperienza nelle istituzioni economiche introduce nella lista competenze legate alla politica monetaria e alla gestione del sistema finanziario. La sua presenza mostra che il progetto non punta soltanto sul ricambio generazionale, ma cerca anche professionalità con un’esperienza già maturata in ruoli istituzionali.
Il terzo nome è Dejan Bodiroga, ex cestista della nazionale serba e figura di primo piano del basket europeo, già presidente dell’EuroLeague. La sua notorietà sportiva è diversa dal profilo accademico di Srdanović e dall’esperienza economico-istituzionale di Šoškić: rappresenta la capacità della lista di coinvolgere personalità riconoscibili anche al di fuori degli ambienti universitari e della politica. La sua candidatura contribuisce quindi a rendere visibile una coalizione di esperienze e competenze che va oltre il perimetro originario della protesta studentesca.
Accanto a questi nomi, la lista comprende rappresentanti del mondo culturale, professionisti, attivisti e persone impegnate in battaglie territoriali, tra cui il contrasto ai progetti minerari contestati da una parte della popolazione. È proprio questa pluralità a costituire uno degli aspetti più significativi dell’esperienza serba: il movimento nato nelle università ha cercato di costruire una rappresentanza che mettesse insieme competenze tecniche, credibilità pubblica e partecipazione civica.
Il modello organizzativo rivendica inoltre l’assenza di un unico leader destinato a concentrare tutta l’attenzione. La selezione collettiva dei candidati vuole distinguersi da un sistema nel quale le decisioni vengono spesso ricondotte ai vertici dei partiti. Questo approccio può favorire la partecipazione e ridurre la dipendenza da una singola personalità, ma pone anche una questione concreta: chi assumerà la responsabilità delle decisioni quando il movimento sarà chiamato a governare?
La varietà professionale, infatti, è una risorsa soltanto se riesce a tradursi in una linea politica coerente. Le competenze di un medico, di un economista e di un ex campione sportivo possono contribuire alla costruzione di una proposta più ampia, ma non eliminano la necessità di trovare accordi sulle priorità, sulle risorse e sulle modalità di attuazione delle riforme.
Il dato politico più rilevante non è dunque una semplice contrapposizione tra giovani e anziani, né la presunta appartenenza generazionale degli elettori, che richiederebbe dati specifici per essere dimostrata. È la capacità di una mobilitazione nata in ambito universitario di coinvolgere figure con percorsi diversi e di trasformare una protesta in una lista nazionale.
Dopo il voto, la prova sarà dimostrare che questa pluralità può diventare una squadra in grado di assumere decisioni e rispondere dei risultati.
Giustizia, trasparenza e responsabilità pubblica
La lotta alla corruzione e la riforma delle istituzioni occupano una posizione centrale nel programma presentato dal movimento. Fra gli obiettivi figurano il rafforzamento degli strumenti investigativi, una maggiore indipendenza dell’azione giudiziaria e il controllo delle procedure attraverso cui vengono assegnati appalti e contratti pubblici.
Il progetto comprende inoltre la verifica delle responsabilità nella gestione di grandi opere e l’esame del patrimonio dei funzionari pubblici, con attenzione ai beni eventualmente acquisiti illecitamente. Sono proposte che richiedono norme precise, risorse e garanzie procedurali: la loro efficacia dipenderà da come saranno tradotte in misure concrete.
Un altro capitolo riguarda i media. Il movimento sostiene la necessità di riformare gli organismi di regolazione e il servizio pubblico radiotelevisivo, con l’obiettivo di rafforzare pluralismo e indipendenza dell’informazione. Il tema è particolarmente sensibile in Serbia, dove opposizioni e organizzazioni civiche hanno denunciato squilibri nell’accesso ai mezzi di comunicazione.
La questione decisiva sarà distinguere la riforma delle istituzioni dalla semplice sostituzione dei vertici dopo un cambio di maggioranza. Per risultare credibili, i nuovi strumenti di controllo dovranno poter operare anche nei confronti di chi li ha promossi. È su questo terreno che si misurerà la distanza fra una promessa anticorruzione e un cambiamento effettivo delle regole.
Lavoro, istruzione e servizi: le proposte per la vita quotidiana
Accanto alle riforme istituzionali, il programma affronta questioni che incidono sulle condizioni materiali della popolazione. Fra le proposte figurano interventi per ridurre i costi dell’istruzione, compresa la fornitura gratuita dei libri scolastici, e misure a sostegno dell’innovazione, delle startup, delle imprese nazionali e degli agricoltori.
Sul lavoro, la lista ha indicato l’intenzione di ridurre da 24 a 12 mesi la durata massima dei contratti a tempo determinato. In ambito abitativo, sono state prospettate misure per favorire l’accesso alla casa di giovani coppie e professionisti impiegati nei servizi essenziali.
Il programma comprende anche interventi sulla sanità, con l’obiettivo di ridurre il costo dei medicinali e rafforzare l’assistenza nelle aree rurali. La tutela dei terreni agricoli e delle risorse idriche completa un quadro che cerca di collegare le riforme istituzionali alle esigenze quotidiane delle famiglie e dei territori.
Per valutarne la sostenibilità serviranno tuttavia dettagli sui costi, sulle coperture finanziarie e sui tempi di attuazione. Il risultato elettorale offre al movimento la possibilità di provare a realizzare le proprie proposte, ma non elimina i vincoli economici e amministrativi che ogni governo deve affrontare.
È una distinzione importante anche per comprendere il consenso raccolto: la richiesta di trasparenza può unire persone con sensibilità diverse, mentre le decisioni su spesa pubblica, mercato del lavoro e servizi richiedono scelte che possono produrre effetti differenti sui gruppi sociali.
Dopo il voto: le prime tensioni e la difficile transizione istituzionale
La vittoria non ha chiuso il conflitto politico. Nei giorni successivi al voto, durante le celebrazioni, si sono verificati episodi di tensione, compresi scontri con la polizia e l’ingresso di alcuni manifestanti nella sede dell’emittente privata Informer TV, vicina al campo politico di Vučić. Il movimento studentesco ha invitato i sostenitori alla calma e ha sostenuto che le riforme dei media debbano passare attraverso le istituzioni.
Il 27 ottobre, associazioni di giornalisti hanno chiesto al regolatore dei media di valutare la revoca della licenza dell’emittente. Si tratta di una richiesta, non di un provvedimento già adottato. La vicenda evidenzia quanto l’informazione sia diventata uno dei terreni più delicati della transizione: le contestazioni sulla copertura mediatica dovranno confrontarsi con procedure e garanzie che impediscano di trasformare il cambio di maggioranza in una semplice sostituzione degli interlocutori.
Sul piano istituzionale, la priorità è completare il procedimento elettorale e formare il nuovo Parlamento e il governo. Le stime preliminari attribuiscono alla lista studentesca una maggioranza assoluta, ma la distribuzione definitiva dei seggi deve seguire le procedure previste. La struttura collettiva che ha caratterizzato la protesta dovrà inoltre trovare un equilibrio con la necessità di individuare responsabilità esecutive precise e assumere decisioni coordinate.
La transizione si presenta quindi come una prova su due fronti: garantire il funzionamento delle istituzioni e rispondere alle aspettative di chi ha sostenuto il cambiamento. Il risultato elettorale ha aperto una nuova fase, ma non risolve da solo le tensioni accumulate nel sistema politico serbo.
Le reazioni di Russia, Unione europea ai risultati del voto: una linea ancora da chiarire
La vittoria studentesca apre interrogativi anche sulla collocazione internazionale della Serbia. Il Paese mantiene relazioni politiche ed economiche con l’Unione europea, la Russia e la Cina, mentre il Kosovo resta una questione centrale nella politica estera nazionale. Il percorso di adesione all’UE è stato segnato da ritardi e divergenze, anche per la scelta serba di non allinearsi alle sanzioni europee contro Mosca.
Durante la mobilitazione, il movimento ha privilegiato le questioni della trasparenza e delle riforme istituzionali, evitando di porre al centro temi geopolitici potenzialmente divisivi. Per questo non è possibile dedurre dal risultato elettorale un automatico cambiamento degli orientamenti internazionali del Paese.
Il 27 ottobre l’Alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas e la commissaria all’Allargamento Marta Kos hanno chiesto una rapida formazione del nuovo Parlamento e del governo, una volta certificati i risultati, e riforme del sistema elettorale alla luce delle criticità segnalate dagli osservatori internazionali. Bruxelles ha inoltre dichiarato la disponibilità a sostenere il percorso di riforma democratica, l’indipendenza della magistratura e la tutela dei diritti fondamentali. La dichiarazione non equivale a una nuova fase negoziale né a un’adesione imminente.
La linea della futura maggioranza dovrà essere valutata sulla base delle decisioni effettive, dai rapporti con Bruxelles alle relazioni con Mosca, fino alla gestione della questione del Kosovo. Per ora, il voto non basta a stabilire se la Serbia cambierà orientamento strategico.
Dalle piazze alle urne, una domanda che riguarda anche l’Europa
La vicenda serba pone una questione che va oltre il risultato elettorale: che cosa accade quando una parte della società smette di riconoscersi nei meccanismi tradizionali della rappresentanza e prova a costruire un’alternativa? Non si tratta soltanto di contestare chi governa, ma di trovare un percorso diverso per trasformare le richieste dei cittadini in una proposta politica.
La particolarità dell’esperienza studentesca sta nel tentativo di costruire una rappresentanza a partire da una mobilitazione collettiva, coinvolgendo persone con competenze e sensibilità differenti. Non un blocco generazionale necessariamente omogeneo, ma un insieme unito dalla ricerca di una risposta politica a una sfiducia che ha superato il perimetro della protesta occasionale.
La vicenda offre spunti di riflessione anche al resto d’Europa, Italia compresa, senza sovrapporre sistemi politici e storie nazionali differenti. La domanda è come trasformare il malcontento in partecipazione duratura, evitando che questa si esaurisca una volta conquistato uno spazio nelle istituzioni.
La novità di una lista o l’ampiezza di una mobilitazione non bastano a garantire un cambiamento. Occorre osservare ciò che accade dopo: quali forme di partecipazione rimangono attive, quanto le decisioni sono verificabili e se i cittadini conservano la possibilità di chiedere conto ai propri rappresentanti.
La storia iniziata a Novi Sad ha seguito un percorso dalla tragedia alla domanda di giustizia, dalla mobilitazione alla ricerca di una via politica. La questione decisiva non è soltanto arrivare nelle istituzioni, ma cambiare il rapporto fra società e potere. È su questo terreno che si misurerà la portata del fenomeno serbo: nella capacità di mantenere vivo il legame con i cittadini anche quando l’energia delle piazze lascerà il posto alla complessità delle decisioni pubbliche.
Dalle occupazioni ai cortei: la mobilitazione studentesca italiana e il nodo della mancanza di rappresentanza
La mobilitazione studentesca italiana non si è esaurita in queste ultime settimane di ottobre con cortei, occupazioni, assemblee e autogestioni hanno continuato a portare nello spazio pubblico questioni che riguardano direttamente le nuove generazioni: il finanziamento dell’istruzione, il diritto allo studio, il costo degli affitti, le condizioni degli edifici scolastici e le scelte del governo in materia di immigrazione e riarmo. È un insieme di rivendicazioni che attraversa città e territori diversi, ma che non sempre riesce a convergere in una piattaforma politica comune.
Il 16 ottobre, durante il «No Meloni Day», studenti e universitari erano scesi in piazza in numerose città italiane, da Torino a Roma, da Genova a Cagliari, chiedendo maggiori risorse per la scuola e meno spese militari. In alcune piazze si erano registrate tensioni e azioni violente da parte di gruppi di manifestanti, episodi da distinguere dalle rivendicazioni espresse dal complesso dei partecipanti. Nel fine settimana del 24 e 25 ottobre, nuove manifestazioni in diverse città avevano riportato nello spazio pubblico temi come il costo della vita e l’accesso ai servizi. Non tutte queste iniziative erano esclusivamente studentesche: proprio l’intreccio con altre componenti sociali mostra quanto il malcontento giovanile si inserisca in una più ampia stagione di contestazione.
Il quadro nazionale comprende anche mobilitazioni legate a problemi più immediati, dalla difficoltà di sostenere le spese universitarie alla ricerca di un alloggio nelle città con gli affitti più elevati. Le campagne promosse dalle organizzazioni studentesche hanno richiamato l’attenzione sulla sostenibilità economica del percorso di studi e sulle disuguaglianze nell’accesso alla formazione. Sono questioni che non riguardano soltanto la vita negli atenei: investono le possibilità di autonomia delle nuove generazioni e il rapporto tra istruzione, lavoro e prospettive future.
Questa pluralità, tuttavia, non coincide automaticamente con l’esistenza di un unico movimento nazionale. Organizzazioni studentesche, collettivi universitari, rappresentanze delle scuole superiori e reti nate intorno a singole campagne possono condividere alcune rivendicazioni senza riconoscersi nella stessa strategia. La convergenza nelle piazze non comporta necessariamente un accordo sulle priorità, sulle soluzioni da proporre o sugli strumenti con cui ottenere risultati. Una mobilitazione può essere ampia e visibile, ma rimanere legata alla contestazione di un provvedimento o a una giornata di protesta, senza costruire un percorso comune che prosegua nei mesi successivi.
È qui che si apre la questione politica. Chiedere maggiori investimenti nella scuola e nell’università significa confrontarsi con la distribuzione delle risorse pubbliche; rivendicare alloggi accessibili richiede di individuare strumenti, finanziamenti e responsabilità tra Stato, Regioni, Comuni e atenei. Contestare una scelta del governo può aggregare soggetti diversi, ma definire un’alternativa comporta anche stabilire quali interventi privilegiare, come realizzarli e come verificarne gli effetti. Il passaggio dalla protesta alla proposta non cancella il conflitto: lo rende più articolato, perché obbliga chi mobilita a misurarsi con le conseguenze concrete delle proprie richieste.
Queste dinamiche nazionali trovano una declinazione specifica anche in Sicilia, dove alle questioni generali si aggiungono le condizioni degli edifici scolastici e le difficoltà che caratterizzano i servizi e le opportunità formative sul territorio. A Palermo, il 23 ottobre, migliaia di studenti sono scesi in strada su iniziativa della Rete studentesca cittadina. Secondo le stime degli organizzatori riportate dall’Ansa, i partecipanti erano circa cinquemila, provenienti da decine di istituti. Il corteo ha denunciato le condizioni delle strutture scolastiche e chiesto investimenti per rendere gli edifici più sicuri e adeguati alle esigenze degli studenti. Nel dibattito sono entrati anche il caro vita e la necessità di collegare le rivendicazioni della scuola alle difficoltà che interessano altri settori sociali. La manifestazione ha assunto così una dimensione che supera il rapporto tra studenti e istituzioni scolastiche, estendendosi alle condizioni economiche e sociali del territorio.
La protesta palermitana è proseguita nei giorni successivi, assumendo forme differenti da istituto a istituto. Il 27 ottobre, al liceo classico Meli è stata avviata un’assemblea permanente, con l’annuncio dell’occupazione a partire dal giorno seguente. Al Majorana l’occupazione era già in corso, mentre altri istituti hanno scelto assemblee, presìdi o autogestioni. Al centro delle contestazioni figurano, con pesi diversi, la carenza di fondi, le condizioni degli edifici, le scelte nazionali in materia d’istruzione e la richiesta di maggiori occasioni di discussione sui temi politici e sociali. La mobilitazione ha raggiunto anche Termini Imerese, dove si è svolta un’iniziativa della consulta giovanile. Non si tratta, dunque, di una protesta confinata a un unico corteo o a un solo istituto, ma di una sequenza di iniziative che continua a svilupparsi sul territorio.
La Sicilia offre così un esempio concreto della varietà delle forme assunte dal dissenso. Alcuni studenti chiedono interventi sulla sicurezza e sulla manutenzione delle scuole; altri collegano le questioni interne agli istituti alle politiche nazionali, al costo della vita e al diritto di partecipare al dibattito pubblico. Le richieste possono sovrapporsi, ma non sono identiche. Anche le modalità di protesta, dall’occupazione all’assemblea, riflettono differenti valutazioni sul rapporto con le dirigenze scolastiche e sulle forme ritenute più efficaci per ottenere ascolto.
Sarebbe quindi inesatto descrivere gli studenti italiani come una generazione che si limita a protestare una volta per poi scomparire. Le iniziative si ripetono, coinvolgono istituti diversi e affrontano questioni che toccano sia la vita scolastica sia le prospettive economiche e sociali dei giovani. Il problema si colloca altrove: nella capacità di collegare queste esperienze, individuare priorità comuni e costruire un percorso riconoscibile anche quando non ci sono cortei o occupazioni.
È qui che il confronto con la Serbia acquista significato: in Italia esistono organizzazioni studentesche, reti territoriali e rivendicazioni programmatiche; ciò che non emerge da queste mobilitazioni è una rappresentanza unitaria che raccolga le diverse istanze in un progetto politico nazionale condiviso. La critica a una riforma, la richiesta di edifici sicuri, il diritto allo studio e la contestazione del caro vita possono alimentare una stessa stagione di protesta, ma per diventare una piattaforma comune devono essere tradotti in obiettivi, strumenti e impegni verificabili.
Non è necessario che ogni movimento studentesco diventi un partito o partecipi alle elezioni. La protesta può produrre risultati attraverso il confronto con le istituzioni, la pressione dell’opinione pubblica e la conquista di obiettivi specifici. Ma se le iniziative restano separate e manca una continuità organizzativa, diventa più difficile trasformare il consenso raccolto nelle strade in una capacità durevole di influire sulle decisioni.
Le proteste delle ultime settimane, dalla mobilitazione nazionale alle occupazioni siciliane, mostrano una partecipazione viva. La domanda aperta è come mantenere un collegamento tra le iniziative, verificare le risposte delle istituzioni e dare alle rivendicazioni una direzione condivisa: è in questo passaggio dalla visibilità alla continuità che si misura la distanza tra portare il dissenso in piazza e trasformarlo in un progetto politico.







