A mezzo secolo dalla storica relazione di minoranza della Commissione parlamentare Antimafia presentata da Pio La Torre, studiosi, magistrati e rappresentanti delle istituzioni si sono riuniti in un convegno dedicato al valore e all’eredità di quel documento che segnò una svolta nella comprensione del fenomeno mafioso in Italia.
All’incontro hanno preso parte il procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo e il presidente emerito della Camera Luciano Violante, protagonisti di un confronto che ha ripercorso il significato politico e giuridico della relazione presentata negli anni Settanta.
Una relazione che cambiò il modo di leggere la mafia. La relazione rappresentò uno dei primi tentativi sistematici di descrivere la mafia non solo come fenomeno criminale, ma come un sistema di potere capace di intrecciarsi con economia, politica e amministrazione pubblica.
In un periodo in cui l’analisi istituzionale della criminalità organizzata era ancora frammentaria, il documento indicò con chiarezza la natura strutturale della mafia e la necessità di strumenti legislativi più incisivi.
Tra le intuizioni più importanti vi era la proposta di colpire i patrimoni illeciti accumulati dalle organizzazioni mafiose. Un principio che sarebbe poi confluito nella celebre legge che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni.
“Oggi come allora occorre saper riconoscere la mafia, capire come si manifesta in un contesto profondamente mutato come quello attuale, pronta com’è a condizionare l’economia, la politica e la società“.
Oggi c’è la necessità di tornare a ragionare e leggere il territorio e il sistema di relazioni che si costruisce nel territorio. “Le indagini che via via fortunatamente ci offrono uno spaccato di come la mafia tende in qualche modo a infiltrarsi nelle istituzioni, nella politica, negli appalti, nella sanità, nel turismo, nell’energia. Insomma la mafia dove vede affari lo considera il terreno, il proprio campo di azione“.
La lezione è questa, guardare quali sono le aree nelle quali le organizzazioni mafiose possono infilarsi e in via preventiva agire su quelle aree, “senza aspettare che vengano commessi i reati“.
L’ex presidente della Camera ha sottolineato come il lavoro della Commissione Antimafia di quegli anni abbia contribuito a cambiare il modo in cui lo Stato italiano affronta il fenomeno mafioso, aprendo la strada a riforme legislative e a una maggiore consapevolezza pubblica.
A cinquant’anni di distanza, il convegno ha ribadito come il pensiero e l’impegno di Pio La Torre continuino a rappresentare un punto di riferimento per la cultura della legalità.
La sua analisi, maturata in anni difficili della storia repubblicana, resta uno dei pilastri dell’elaborazione dell’antimafia istituzionale. Non solo memoria, dunque, ma un patrimonio di idee e strumenti che continua a orientare l’azione dello Stato nella lotta alle mafie.




