L’incendio ha colpito un centro di transito per i pazienti Ebola nel campo di Kigonze, alla periferia di Bunia, capoluogo dell’Ituri e una delle aree maggiormente interessate dall’epidemia. La struttura è andata distrutta durante un’operazione condotta dai militari congolesi alla ricerca di armi. Secondo le informazioni raccolte dalle Nazioni Unite, circa 19 mila persone hanno lasciato il campo. La perdita del centro riduce la capacità di intercettare e assistere i pazienti proprio mentre lo spostamento di migliaia di persone rende più difficile il lavoro delle squadre sanitarie. Occorre rintracciare i contatti dei casi confermati, individuare rapidamente chi sviluppa sintomi e ricostruire eventuali nuove catene di trasmissione tra persone che potrebbero essersi trasferite in comunità diverse. Violenza e spostamenti della popolazione si aggiungono alle difficoltà di accesso che da mesi rallentano sorveglianza, assistenza e trasporto dei campioni in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo.
Il nuovo bilancio mostra intanto quanto sia cresciuta l’epidemia. I dati diffusi il 2 ottobre dalle autorità congolesi indicano 8.300 casi confermati e 4.018 decessi in sette province. Rispetto al 26 settembre, quando si contavano 8.067 infezioni confermate e 3.901 morti, significa 233 casi e 117 decessi in più. L’epidemia provocata da Bundibugyo ha così superato per dimensioni e mortalità quella che colpì la Repubblica Democratica del Congo tra il 2018 e il 2020 ed è diventata la più grave mai registrata nel Paese. Resta seconda nella storia di Ebola rispetto all’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016.
La controtendenza
La crescita dei valori cumulativi convive però con un andamento che nelle ultime settimane ha iniziato a cambiare in alcune delle aree maggiormente colpite. La trasmissione sta rallentando in parti dell’Ituri, mentre resta sostenuta nell’est della Repubblica Democratica del Congo. L’OMS aveva già rilevato una diminuzione della media mobile a sette giorni dopo la ripresa osservata all’inizio di settembre, ma aveva sottolineato le forti differenze territoriali. Nell’Ituri l’incidenza aveva iniziato a diminuire dopo il picco di metà agosto. Nel Nord Kivu la crescita era proseguita più a lungo, fino al picco di metà settembre, prima di mostrare una flessione. Nell’Haut-Uélé la trasmissione rimaneva invece sostenuta e nel Tshopo comparivano nuovi segnali di ripresa.
Non ci sono quindi ancora elementi sufficienti per parlare di una diminuzione generalizzata dell’epidemia. Anche Africa CDC ha utilizzato nelle ultime settimane un’impostazione prudente, rilevando progressi in alcuni focolai senza considerare ancora raggiunto il picco complessivo. A complicare la lettura dei dati contribuiscono le difficoltà della sorveglianza nelle zone meno accessibili. Se gli operatori non riescono a raggiungere regolarmente le comunità, diventa più difficile individuare i nuovi casi, seguire i contatti e misurare con precisione l’intensità della trasmissione. L’incendio di Kigonze e la dispersione di migliaia di persone arrivano proprio mentre sarebbe necessario consolidare il rallentamento osservato in alcune aree.
Il supporto economico
Sul fronte internazionale, il 30 settembre il G20 e altri grandi donatori hanno annunciato oltre 470 milioni di dollari di nuovi impegni finanziari per accelerare la risposta all’Ebola. Le risorse serviranno a rafforzare sorveglianza e tracciamento dei contatti, aumentare la capacità assistenziale, sostenere laboratori e diagnostica, garantire la protezione degli operatori e sviluppare nuovi strumenti contro il virus. Tra gli impegni annunciati figurano 267 milioni di dollari degli Stati Uniti, 90 milioni della Banca Mondiale, 67,5 milioni del Regno Unito, 24,8 milioni della Germania, 18 milioni della Corea del Sud e 16 milioni della Francia.
Anche l’Italia ha annunciato altri 10 milioni di euro, portando a 12,8 milioni il contributo complessivo indicato nel documento internazionale. Una parte delle risorse italiane servirà a sostenere i trial clinici per valutare l’efficacia dei nuovi vaccini, oltre all’acquisto di forniture mediche essenziali e alle attività di prevenzione. È un passaggio rilevante perché non esiste attualmente un vaccino approvato specificamente contro Bundibugyo. Ervebo è stato sviluppato contro Zaire ebolavirus e l’OMS ha chiarito che non è ancora noto se possa garantire una protezione efficace nell’uomo contro la specie responsabile dell’attuale epidemia. I dati preclinici hanno indicato una possibile protezione crociata, ma servono evidenze nell’uomo. Proprio la produzione di queste evidenze costituisce uno degli obiettivi della ricerca avviata durante l’epidemia.




