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I dati Cgia

Economia 2026, Sicilia in coda alle previsioni di crescita: Enna e Ragusa uniche Province in calo

martedì 6 Gennaio 2026

L’economia italiana si prepara ad affrontare un 2026 caratterizzato da luci e ombre, dove il dinamismo di alcune aree del Centro-Nord contrasta con un rallentamento marcato del Mezzogiorno, e in particolare della Sicilia.

Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi CGIA, sebbene il Pil nazionale nominale sia destinato a superare la soglia psicologica dei 2.300 miliardi di euro, la distribuzione territoriale di questa ricchezza appare quanto mai frammentata.

Focus Sicilia: l’Isola in coda alla crescita nazionale

 

Per la Sicilia, il 2026 si prospetta come un anno di transizione difficile. Dopo un periodo di forte rimbalzo (tra il 2019 e il 2025 l’Isola ha registrato una variazione del Pil del +10,92%, la più alta in Italia), la spinta sembra essersi esaurita.

La regione si posiziona infatti al 18° posto su 20 nella classifica della crescita regionale, con una previsione di incremento del Pil reale di appena lo 0,28%. Solo Basilicata (+0,25%) e Calabria (+0,24%) mostrano performance peggiori.

Il dettaglio delle province siciliane

L’analisi provinciale rivela un tessuto economico estremamente eterogeneo, dove i settori tradizionali (agricoltura e petrolchimico) soffrono più del terziario avanzato.

Il dato più allarmante che emerge dal report riguarda la performance provinciale. Su un totale di 107 province italiane monitorate, le uniche due che presentano una previsione di crescita negativa per il 2026 sono siciliane, Enna e Ragusa.

Il quadro regionale è completato da una crescita estremamente contenuta anche negli altri territori isolani, tutti collocati nella parte bassa della classifica nazionale (dall’80° posto in giù):

  • Ragusa (-0,05%) e Enna (-0,02%): Sono le uniche due province in Italia a registrare una crescita negativa. A Ragusa, pesa il rallentamento dell’export agroalimentare e la saturazione degli investimenti nelle serre tecnologiche. Enna risente dello spopolamento e della debolezza del comparto manifatturiero, nonostante i tentativi di rilancio legati alla logistica interna.

  • Palermo (+0,44%): È la provincia più dinamica dell’Isola. Il traino è rappresentato dal settore dei servizi, dalla pubblica amministrazione e dal turismo culturale, che beneficia del completamento di importanti infrastrutture di ricezione.

  • Catania (+0,36%): La “Etna Valley” tiene grazie al retail e alla distribuzione organizzata, ma soffre per il rallentamento dei grandi cantieri infrastrutturali legati al Pnrr che avevano spinto gli anni precedenti.

  • Siracusa (+0,18%): La crescita è frenata dalle incertezze del polo petrolchimico, esposto alla volatilità dei mercati energetici e alle stringenti normative europee sulla transizione ecologica.

  • Messina (+0,26%) e Trapani (+0,23%): Entrambe le province mostrano una crescita asfittica. Per Messina, l’innovazione tecnologica in agricoltura non compensa il calo del comparto costruzioni; per Trapani, il turismo stagionale non basta a garantire una stabilità strutturale.

  • Agrigento (+0,15%) e Caltanissetta (+0,15%): Fanalini di coda regionali (escludendo le contrazioni), pagano una carenza cronica di investimenti privati e un’economia ancora troppo legata alla spesa pubblica.

Le leve di resistenza: occupazione e turismo

Nonostante il Pil freni, i dati del DEFR (Documento di Economia e Finanza Regionale) mostrano segnali di tenuta sociale: il tasso di disoccupazione è previsto in calo verso il 13,3% (rispetto al 19% del 2021). Il turismo internazionale rimane l’unico vero motore attivo, con una previsione di crescita del traffico aereo passeggeri del +10,3%.

È evidente che il rallentamento degli investimenti legati al Pnrr, la cui scadenza è prevista per l’estate 2026, colpisca con maggior vigore una regione che ha basato gran parte della sua recente crescita sulla spesa pubblica e sui cantieri.

Analisi nazionale: Italia a bassa velocità (+0,7%)

A livello nazionale, il 2026 è l’anno della “normalizzazione” dopo l’euforia post-pandemica e gli stimoli dell’edilizia.

I numeri del sistema Italia

  • Pil Nominale: 2.300 miliardi di euro (+2,9% su base annua, inclusa l’inflazione).

  • Valore Aggiunto: Un incremento di circa 66 miliardi di euro rispetto al 2025.

  • Investimenti: Il vero punto critico. Dopo il +2,4% del 2025, si passerà a un modesto +0,7%. La fine dei cantieri Pnrr previsti per l’estate 2026 lascerà un vuoto che il settore privato non sembra ancora pronto a colmare totalmente.

Il sorpasso: Emilia Romagna leader

Per la prima volta negli ultimi anni, l’Emilia Romagna (+0,86%) scalza il Veneto (+0,64%) dalla guida del Paese. La forza emiliana risiede in una specializzazione manifatturiera che ha saputo diversificare i mercati esteri, puntando su biotecnologie e automotive di lusso. Il Lazio (+0,78%) si conferma solido grazie al peso della Capitale e del settore farmaceutico, mentre la Lombardia (+0,73%) mantiene una crescita costante ma non da record.

Le province “Top” del Nord

  1. Varese (+1,0%): La regina del 2026. Un mix perfetto tra export, vicinanza alla Svizzera e un comparto manifatturiero altamente digitalizzato.

  2. Bologna (+0,92%): Hub logistico e cuore pulsante della meccanica di precisione.

  3. Reggio Emilia (+0,91%): Eccellenza nel settore agroindustriale e meccatronico.

Le questioni strutturali: burocrazia, fisco e geopolitica

L’Ufficio Studi CGIA avverte: la crescita dello 0,7% è troppo esigua per affrontare il debito pubblico e le problematiche demografiche.

  • Il nodo burocratico: Le imprese italiane continuano a denunciare un costo della burocrazia insostenibile. La CGIA stima che la semplificazione amministrativa potrebbe liberare fino a 0,3 punti di Pil.

  • La variabile “Pace”: Il report sottolinea che la fine dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente non avrebbe solo benefici umanitari, ma provocherebbe un “cambiamento delle condizioni macroeconomiche”, riducendo i costi energetici e migliorando la fiducia dei mercati finanziari.

  • Il fattore Export: Con una crescita prevista del +1%, il Made in Italy deve guardare oltre l’Europa, puntando su mercati emergenti che mostrano una fame di qualità italiana non ancora soddisfatta.

Il sorpasso dell’Emilia Romagna sul Veneto

Una delle notizie più rilevanti del report è il cambio della guardia in vetta alla classifica regionale. Dopo un 2025 dominato dal Veneto, nel 2026 la “locomotiva d’Italia” sarà l’Emilia Romagna, con una crescita prevista dello 0,86%.

Questa spinta è trainata dalla tenuta di settori chiave come la metalmeccanica, l’automotive e le biotecnologie, oltre a un mercato del lavoro solido e strategie d’innovazione efficaci.

Altre regioni con performance sopra la media includono:

  • Lazio: +0,78%

  • Piemonte: +0,74%

  • Lombardia e Friuli Venezia Giulia: +0,73%

 

Le eccellenze provinciali: il primato di Varese

A livello di singole province, il cuore dello sviluppo italiano continua a battere lungo la via Emilia e nei distretti industriali del Nord.

  • Varese è la provincia regina del 2026 con un +1,0% di crescita, beneficiando della vicinanza con l’area metropolitana di Milano e la Svizzera.

  • Seguono Bologna (+0,92%) e Reggio Emilia (+0,91%), a conferma del momento d’oro emiliano.

Conclusioni e prospettive: serve un nuovo modello di sviluppo

L’analisi dei dati forniti dall’Ufficio Studi CGIA per il 2026 non lascia spazio a interpretazioni edulcorate: l’Italia si trova di fronte a una dinamica strutturale non più rinviabile.

Se il superamento della soglia dei 2.300 miliardi di Pil nominale testimonia la resilienza del sistema produttivo nazionale, la frammentazione della crescita racconta una storia di fragilità territoriale che rischia di cristallizzarsi.

Il “paradosso siciliano” e la fine dell’illusione dei Bonus

La Sicilia rappresenta il caso studio più emblematico di questa fase di transizione. Il boom registrato nel periodo 2019-2025, con un incremento del Pil reale vicino all’11%, è stato in gran parte drogato da una congiuntura eccezionale: l’imponente afflusso di incentivi per l’edilizia (Superbonus e affini) e l’avvio massiccio dei cantieri del Pnrr.

La brusca frenata prevista per il 2026 (+0,28%) e la scivolata in territorio negativo di province come Ragusa ed Enna indicano che quel modello di crescita non era strutturale. Senza il “polmone” della spesa pubblica straordinaria, l’economia isolana fatica a generare valore aggiunto autonomo. Il dato di Ragusa, storicamente una delle aree più dinamiche dell’Isola grazie all’agroalimentare di eccellenza, suggerisce che anche i settori produttivi tradizionali stanno toccando un limite di espansione tecnologica o di competitività sui costi che va affrontato con urgenza.

La sfida del Post-Pnrr: dal “cantiere” all’ “impresa”

Il rallentamento degli investimenti a livello nazionale (che passano dal +2,4% del 2025 a un esiguo +0,7%) è il segnale che la “sbornia” da fondi europei sta finendo. La sfida per il 2026 non sarà più “spendere i soldi”, ma rendere produttive le infrastrutture realizzate.

Per le province del Nord come Varese, Bologna e Reggio Emilia, la transizione appare più fluida grazie a un tessuto industriale che ha già metabolizzato l’innovazione digitale (Industria 5.0). Per il Sud, e per la Sicilia in particolare, il rischio è di trovarsi con infrastrutture moderne ma senza un tessuto d’impresa capace di sfruttarle. La conclusione politica ed economica è chiara: non basta costruire la rete se mancano i nodi produttivi.

Le riforme necessarie: oltre la gestione dell’emergenza

Perché lo 0,7% di crescita nazionale diventi un dato strutturale e non il preludio a una nuova recessione, l’Ufficio Studi CGIA indica tre pilastri fondamentali su cui agire:

  1. Semplificazione Burocratica: Il costo della “macchina pubblica” pesa sulle imprese italiane molto più che sui competitor europei. Per una provincia come Caltanissetta o Agrigento, la burocrazia agisce come una barriera all’entrata per i capitali stranieri.

  2. Riforma del Fisco: La crescita nominale di 66 miliardi di euro rischia di essere drenata da un prelievo fiscale che non premia il reinvestimento degli utili in azienda.

  3. Investimenti in Capitale Umano: La stagnazione di Enna e delle aree interne siciliane è strettamente legata allo spopolamento. Senza una politica che trattenga i giovani talenti nelle province, nessuna previsione economica potrà mai essere realmente ottimistica nel lungo periodo.

 

Lo scenario geopolitico: la variabile “X”

Infine, non si può ignorare il contesto internazionale. Il report sottolinea che le previsioni attuali sono “prudenti” perché formulate in un clima di incertezza bellica. Una risoluzione dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente agirebbe come un potente acceleratore economico:

  • Riduzione dei costi energetici: Fondamentale per il polo industriale di Siracusa e per la manifattura del Nord.

  • Riapertura delle rotte commerciali: Cruciale per l’export che, nel 2026, si prevede essere il principale motore del Pil (+1,0%).

Il report della CGIA sottolinea come l’Italia continui a manifestare difficoltà strutturali nel consolidare la crescita, analogamente a quanto accade in Francia e GermaniaUno scenario di pace globale potrebbe tuttavia riaprire una fase nuova, migliorando la fiducia degli investitori e favorendo il rientro dei capitali verso investimenti produttivi.

In conclusione, l’Italia del 2026 è un Paese che ha imparato a resistere ma non ha ancora imparato a correre in modo uniforme. Se l’Emilia Romagna ha dimostrato che è possibile “strappare” la guida del Paese con l’innovazione e l’export, la Sicilia deve ora dimostrare di saper trasformare la sua crescita “di riflesso” in una crescita “di sostanza”. Il tempo dei sussidi è scaduto; inizia il tempo della competitività reale.

FONTE DATI: Cgia sviluppo regioni – previsioni economiche 2026

 

NOTA METODOLOGICA

L’analisi dei dati economici riportati in questo articolo si basa sulle recenti previsioni fornite dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Le stime per l’anno 2026 sono state elaborate incrociando i dati storici dell’Istat con le proiezioni macroeconomiche di Prometeia aggiornate a ottobre 2025.

Per una corretta lettura dei numeri, si distinguono due parametri fondamentali:

  • PIL Nominale: Il valore totale della ricchezza prodotta, calcolato includendo l’impatto dell’inflazione.

  • PIL Reale: La crescita effettiva dell’economia, calcolata al netto dell’inflazione per misurare la reale variazione della produzione.

Il monitoraggio ha analizzato capillarmente l’andamento di 107 province italiane , offrendo uno spaccato dettagliato del divario economico tra le diverse aree del Paese.

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