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La Sicilia e il M5S, dove tutto "sembrava" possibile

Grillo e Di Battista, il ritorno dello “spirito originario” 5 Stelle: ciò che resta di una rivoluzione incompiuta

mercoledì 23 Settembre 2026
Grillo e Di Battista

Certe stagioni politiche non finiscono tutte nello stesso momento. Si esauriscono nelle organizzazioni, cambiano forma nei partiti, perdono rappresentanza nelle istituzioni, ma continuano a vivere nella memoria di chi le ha attraversate e, qualche volta, riemergono attraverso immagini, parole e volti capaci di riattivare qualcosa che sembrava ormai appartenere al passato.

È quello che potrebbe essere accaduto in questi giorni a una parte della comunità che, negli anni della sua espansione, aveva riconosciuto nel Movimento 5 Stelle molto più di una nuova forza politica. Il ritorno di Beppe Grillo davanti a un microfono, ospite del Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra, e quello di Alessandro Di Battista in televisione dopo il difficile periodo trascorso a Cuba nella trasmissione DiMartedì su La7 hanno riportato al centro dell’attenzione due figure che, per ragioni differenti, continuano a rappresentare un pezzo importante dell’identità originaria del Movimento.

Non si tratta soltanto di nostalgia, né necessariamente del preludio a un nuovo progetto politico. La sensazione è piuttosto che queste due vicende abbiano riaperto uno spazio di riflessione su ciò che il Movimento aveva saputo rappresentare e su quanto di quell’esperienza possa ancora trovare una strada nel presente.

 

Grillo e quella capacità di riaccendere le idee

L’intervista di Beppe Grillo a Fedez ha avuto un significato particolare per chi ha seguito il Movimento fin dalle origini. Non soltanto per le parole pronunciate sul M5S attuale o per il conflitto mai risolto con Giuseppe Conte, ma per quella capacità di passare da un argomento all’altro, di collegare politica, informazione, ambiente, tecnologia e società, che ha sempre caratterizzato il suo modo di comunicare.

Grillo è stato il volto di una stagione nella quale la politica sembrava poter uscire dai suoi luoghi tradizionali, incontrare cittadini che non si riconoscevano più nei partiti e trasformare la protesta in partecipazione. Insieme a Gianroberto Casaleggio, ha contribuito a immaginare un modello che chiedeva alle persone non soltanto di scegliere un rappresentante, ma di sentirsi parte di un processo collettivo.

Riascoltarlo oggi significa inevitabilmente fare i conti con ciò che quella stagione è diventata, ma anche con le intuizioni che l’avevano resa possibile. Lo stesso Grillo, nel corso dell’intervista, ha rivendicato la distanza tra il Movimento delle origini e quello attuale, senza però annunciare la volontà di fondare un nuovo partito.

Ed è forse proprio qui che si trova il punto più interessante: il valore di un’intuizione politica non coincide necessariamente con la sopravvivenza dell’organizzazione che l’ha generata.

Di Battista, un legame che non si è mai interrotto con la comunità del M5S

Accanto a Grillo c’è Alessandro Di Battista, un’altra figura che nell’immaginario di molti attivisti ed elettori rappresenta una parte riconoscibile del Movimento delle origini.

Il suo ritorno a Roma, dopo il ricovero e l’intervento a Cuba, ha riportato l’attenzione su una persona che, pur avendo lasciato il percorso parlamentare del M5S, non ha mai interrotto il proprio rapporto con la politica e con le battaglie pubbliche, proseguendo il suo impegno anche attraverso l’associazione Schierarsi.

La sua presenza continua a evocare una stagione nella quale il rapporto diretto con i cittadini, la critica ai tradizionali equilibri di potere e la possibilità di intervenire nel dibattito pubblico al di fuori delle istituzioni rappresentavano elementi centrali dell’identità pentastellata.

Il ritorno di Di Battista nello spazio pubblico ieri in video collegamento alla trasmissione DiMartedì su La7, dopo settimane segnate dalla preoccupazione per le sue condizioni di salute, assume quindi anche un significato umano, prima ancora che politico. Ed è proprio questa dimensione a rendere il suo percorso parte di una riflessione più ampia sul destino di una comunità che non si riconosce necessariamente nell’attuale forma del Movimento, ma che continua a cercare luoghi e strumenti per partecipare.

La Sicilia e il M5S, dove tutto “sembrava” possibile

E forse, per capire cosa significhino oggi le immagini di Grillo e Di Battista, bisogna tornare proprio lì dove il Movimento 5 Stelle, prima ancora di diventare una grande forza nazionale, aveva trovato in Sicilia uno dei suoi laboratori politici più importanti.

Era il 2012. Il Movimento si presentava per la prima volta alle elezioni regionali siciliane e il risultato andò oltre molte aspettative: 15 deputati eletti all’Assemblea regionale siciliana e Giancarlo Cancelleri candidato alla presidenza con il 18,2% dei voti. Il M5S diventava così una presenza istituzionale tutt’altro che marginale nell’Isola, portando dentro Palazzo dei Normanni una generazione politica che arrivava direttamente dai meetup, dalle piazze, dalle battaglie territoriali e da una forma di partecipazione che rifiutava le categorie tradizionali della politica.

Cancelleri, in questo senso, è stato molto più di un candidato alla presidenza della Regione. La sua storia politica ha accompagnato alcune delle trasformazioni più importanti del Movimento: dall’entusiasmo delle origini alla progressiva strutturazione organizzativa, dalla conquista delle istituzioni alla dimensione nazionale. Nel 2017 tornò a correre per Palazzo d’Orléans e arrivò al 34,7%, mentre il Movimento conquistò 20 seggi all’ARS. Nel 2019 Cancelleri lasciò l’Assemblea regionale per diventare viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, incarico che avrebbe mantenuto anche nel successivo governo Draghi come sottosegretario.

Ma proprio la storia successiva di Cancelleri racconta anche quanto quella stagione fosse destinata a cambiare. Nel 2022 rinunciò alla candidatura alle primarie del centrosinistra per la presidenza della Regione Siciliana, alla vigilia della presentazione delle candidature. Sullo sfondo c’era soprattutto il limite dei due mandati e la posizione di Beppe Grillo contraria a una deroga. Quella vicenda rappresentò uno dei momenti nei quali la rigidità delle regole interne si confrontò con la storia politica concreta di uno dei principali protagonisti del Movimento in Sicilia.

L’anno successivo arrivò la rottura definitiva. Nell’aprile 2023 Cancelleri annunciò di non essere più nel Movimento 5 Stelle, sostenendo che il M5S nel quale aveva militato non esistesse più e dichiarandosi deluso dalla gestione di Giuseppe Conte. Pochi giorni dopo partecipò a una convention di Forza Italia a Palermo, segnando il suo avvicinamento al partito dopo oltre un decennio trascorso come uno dei volti più riconoscibili dell’esperienza pentastellata siciliana.

La sua traiettoria politica, però, non si è fermata lì. Negli anni successivi Cancelleri si è avvicinato all’area autonomista e al progetto Grande Sicilia-MPA. Nel 2026 è tornato alla Regione Siciliana, questa volta con un ruolo diverso da quello istituzionale ricoperto nella stagione del Movimento. Il 10 giugno la Regione ha approvato il contratto di consulenza di Giancarlo Cancelleri con un decreto dell’assessorato regionale della Funzione pubblica.

L’incarico è legato all’attività dell’assessora regionale alle Autonomie locali e alla Funzione pubblica Elisa Ingala e riguarda, analisi e proposte per contrastare lo spopolamento delle aree interne e rafforzare i servizi essenziali nei Comuni.

La parabola è quindi particolarmente significativa: l’uomo che aveva contribuito a portare il Movimento per la prima volta dentro l’Assemblea regionale siciliana nel 2012, che nel 2017 era tornato a sfidare la presidenza della Regione arrivando al 34,7% e che aveva poi ricoperto incarichi nel governo nazionale, si è ritrovato anni dopo fuori dal M5S e nuovamente impegnato nella politica regionale, ma in un’area politica completamente diversa da quella dalla quale era partito.

Ed è proprio qui che la vicenda siciliana diventa interessante per comprendere ciò che è accaduto al M5S nel suo complesso. Non soltanto perché Cancelleri ne è stato uno dei protagonisti, ma perché la sua parabola contiene alcune delle tensioni che hanno attraversato il Movimento: il rapporto tra regole e rappresentanza, tra esperienza e ricambio, tra identità originaria e responsabilità di governo, tra appartenenza a una comunità e progressiva trasformazione della sua struttura politica.

Guardare oggi a quella stagione dalla Sicilia significa quindi ricordare qualcosa che va oltre i risultati elettorali. Significa ricordare quando sembrava davvero possibile cambiare il modo di fare politica partendo dai territori, quando persone che fino a poco tempo prima non avevano alcun ruolo nelle istituzioni potevano ritrovarsi dentro il Parlamento regionale e quando la distanza tra attivista, candidato ed elettore sembrava molto più corta di quella alla quale la politica tradizionale ci aveva abituati.

Poi anche quella stagione è cambiata. Sono arrivate le responsabilità di governo, le divisioni, le trasformazioni interne, le scelte che hanno progressivamente modificato il rapporto con la propria comunità. E quella Sicilia che era stata uno dei luoghi simbolo dell’ascesa del Movimento è diventata, come il resto del Paese, anche il luogo nel quale misurare quanto fosse difficile conservare intatta un’identità nata fuori dalle istituzioni dopo essere entrati stabilmente dentro le istituzioni.

Per questo oggi le figure di Grillo e Di Battista possono riaccendere qualcosa anche nell’immaginario siciliano. Non perché riportino indietro il calendario, ma perché ricordano una fase nella quale la politica sembrava ancora una possibilità aperta, costruita dal basso e non completamente definita in anticipo.

Non basta rimpiangere ciò che è stato: c’è una comunità che può ancora immaginare il futuro?

Il rischio, davanti a queste due figure, è quello di fermarsi al ricordo di ciò che il Movimento 5 Stelle ha rappresentato. Di trasformare il passato in un rifugio, alimentando il confronto tra ciò che era e ciò che è diventato, senza riuscire a immaginare un passaggio successivo.

Ma la partecipazione dal basso, la richiesta di trasparenza, l’idea che i cittadini possano incidere sulle decisioni pubbliche e la necessità di ripensare il rapporto tra politica e società non sono temi che appartengono esclusivamente a una stagione politica. Sono questioni ancora aperte, che riguardano la qualità della democrazia e la possibilità di costruire forme di rappresentanza capaci di coinvolgere nuovamente le persone.

Il Movimento 5 Stelle delle origini non esiste più nella forma che molti avevano conosciuto. Questo non significa, però, che tutto ciò che lo aveva generato debba necessariamente scomparire con esso. Forse è proprio questa la distinzione da cui ripartire: separare l’esperienza politica, con i suoi errori e le sue responsabilità, dai valori e dalle aspirazioni che avevano spinto tante persone a parteciparvi.

Il ritorno di Grillo e Di Battista nell’immaginario di una parte della comunità 5 Stelle non dimostra, da solo, che esista già una nuova stagione politica pronta a nascere. Ma suggerisce che esiste ancora un patrimonio di esperienze, relazioni e sensibilità che non può essere liquidato come un semplice residuo del passato.

È un patrimonio che oggi può trovare espressione anche in percorsi diversi dal Movimento, in nuove forme di attivismo e in comunità che provano a restituire centralità alla partecipazione.

La questione, allora, non è stabilire se il M5S possa tornare quello di un tempo, né se Grillo o Di Battista possano ricostruire da soli ciò che si è disperso. È capire se le persone che avevano creduto in quell’esperienza abbiano ancora la possibilità di riconoscersi in un progetto comune, senza limitarsi a ricordare ciò che non c’è più. Perché il senso più profondo di quella stagione, almeno per chi l’ha vissuta come una possibilità di cambiamento, non era soltanto mandare qualcuno in Parlamento. Era convincersi che la politica non fosse una cosa distante, riservata a pochi, ma uno spazio nel quale ciascuno potesse provare a incidere.

E se le immagini di questi giorni hanno riacceso qualcosa, forse è proprio questa consapevolezza: una stagione politica può finire, ma la voglia di partecipare, immaginare e costruire qualcosa di nuovo non è obbligata a finire con essa.

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