Carissimi,
sostengo che la gente sia una delle più grandi incognite dell’esistenza. Crediamo di conoscerla, qualche volta persino di capirla, e proprio quando siamo convinti di averne decifrato il carattere, quella trova il modo di sorprenderci. Non sempre piacevolmente.
Ci sono persone alle quali raccontiamo tutto, o quasi. Le nostre disgrazie, le speranze, i piccoli successi che agli altri non interessano e le grandi delusioni che agli altri interessano ancora meno. Loro ascoltano, annuiscono, qualche volta sorridono. Noi, commossi da tanta disponibilità, scambiamo l’educazione per affetto, la pazienza per comprensione e il silenzio per solidarietà. Finalmente qualcuno che ci vuole bene! O quantomeno qualcuno che non è ancora riuscito a trovare una scusa per andarsene.
Poi, un giorno, compriamo il giornale sbagliato, apriamo la pagina sbagliata e troviamo la fotografia giusta. Proprio quella persona, protagonista di una nefandezza che mai avremmo immaginato. Rimaniamo increduli. Ma come? Eppure la conoscevo! Appunto. Credevi.
Con l’amicizia le cose si complicano ulteriormente. Chiamiamo qualcuno «grande amico» perché ci ispira fiducia, condividiamo passioni, interessi, divertimenti, qualche volta persino il sonno e, nei casi più gravi, le vacanze. Poi scopriamo che l’amicizia era reciproca soltanto nella nostra testa. Noi eravamo amici suoi, lui non necessariamente nostro.
E ce ne addoloriamo, spesso ingiustamente. Perché, vista dall’altra parte della barricata, quella persona potrebbe non averci mai promesso nulla. Siamo stati noi ad attribuirle sentimenti, intenzioni e virtù che non aveva mai dichiarato di possedere. Una sorta di investimento affettivo senza prospetto informativo, nel quale il capitale è nostro e il rischio pure.
Del resto, perché abbiamo tanto bisogno degli altri? Per amore della compagnia, certamente. Ma anche perché due braccia non bastano, la televisione si è guastata, manca il quarto per una partita o qualcuno che ci accompagni a una cena alla quale, da soli, non andremmo neppure sotto minaccia.
La solitudine, infatti, possiede una singolare capacità mimetica. Possiamo trascorrere anni circondati da cento persone senza accorgerci di essere soli. Basta confondere la frequentazione con la presenza e la presenza con l’affetto.
Fortunati quelli che conservano gli amici d’infanzia, sopravvissuti alle distanze, ai matrimoni, ai traslochi e persino alle rispettive opinioni. Altri, più ottimisti, scoprono grandi amicizie sul posto di lavoro, salvo constatare che bastano lo spostamento di una scrivania o un cambio d’ufficio perché un rapporto decennale si estingua senza neppure il preavviso sindacale.
Per fortuna abbiamo i telefonini. Ventiquattr’ore su ventiquattro possiamo cercare una voce amica, purché non pretenda di materializzarsi nel nostro salotto. Desideriamo essere ascoltati, ma possibilmente senza dover ascoltare. La compagnia ci rassicura, la convivenza ci disturba.
E quanto è inflazionata la parola amicizia! Durante le campagne elettorali scopriamo di avere centinaia di amici che non ricordavamo. Ci cercano, ci salutano, si informano sulla famiglia e promettono di non dimenticarci. Promessa generalmente mantenuta fino alla chiusura delle urne.
Anche gli inviti costituiscono un interessante laboratorio dell’amicizia. Chi non desidera partecipare preferisce confezionare giustificazioni sempre più elaborate, anziché pronunciare un semplice no. Alcuni raggiungono livelli creativi che, applicati alla letteratura, meriterebbero il Premio Strega.
Poi arriva l’autunno. Piove, restiamo dietro i vetri e ci concediamo il lusso di riflettere. Scopriamo di aver dato moltissimo a chi non ci aveva chiesto nulla e ricevuto moltissimo da chi, discretamente, non aveva mai preteso niente.
Perché la vita non è una contabilità perfetta. E tuttavia, a una certa età, si comprende quanto spesso la considerazione degli altri dipenda dalla nostra utilità. Finché risolviamo problemi, procuriamo vantaggi o dispensiamo favori, siamo indispensabili. Quando smettiamo, diventiamo improvvisamente persone alle quali non si vuole arrecare disturbo.
Resta allora una considerazione, forse poco romantica ma estremamente pratica. Come ogni corpo in equilibrio, anche noi dovremmo imparare a reggerci sul nostro baricentro, senza affidare continuamente la nostra stabilità alle braccia altrui.
Tra le fortune che possiamo augurarci, dunque, una delle maggiori è conservare a lungo la nostra autosufficienza, non per rinunciare agli altri, ma per avere finalmente la libertà di frequentarli senza doverne avere bisogno e magari scoprire chi, nonostante tutto, continua a frequentare noi.



