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La Sicilia dell’entroterra siciliano fa da sfondo al bellissimo “racconto” di Salvatore Falzone, Il sale dei morti, edito da Neri Pozza, un libro pubblicato nel 2025. Proverò a sintetizzarne la trama. Il paese è senza nome, e questo è già molto significativo: si chiama solo il paese di T. Un luogo ben denotato, nell’entroterra sicialino, con un paese senza nome. Si inizia, dunque, con un ossimoro, con un contrasto. Un uomo di pelle nera, maghrebino, bello, con il fisico palestrato e con gli occhi verdi. Si muove come una gazzella. È un immigrato. Vive al centro immigrati. Un incontro con il protagonista del libro, Ernesto Vassallo (dottore, che lì presta servizio volontario). Un incontro casuale. Youssef racconta ad Ernesto, con nostalgia, la vita in Marocco. Era giardiniere, ma anche poeta. Il medico gli affida la cura dei suoi fiori, quelli sul balcone. Yussef presagisce un brutto presentimento e lo confida ad Ernesto. “Ho paura”, gli confida. Il giorno dopo Youssef non si presenta al lavoro. Morto. Assassinato. Se solo Ernesto avesse chiesto, cercato di capire, forse Youssef sarebbe ancora vivo. Ma la morte di un immigrato non è certo la priorità per nessuno a T., non per il commissariato, non per la stampa, non per politici e politicanti. Ernesto è il solo a cercare la verità, a muoversi su un percorso a ostacoli di corruzione e omertà. Ciò accade proprio quando egli accetta la proposta di un giornale locale di candidarsi a sindaco del paese. E i due eventi (la morte e la candidatura) saranno interconnessi, come dire, intrecciati, in un clima di malaffare politico-imprenditoriale, ove personaggi oscuri si faranno guerra per il controllo di una ex miniera di sale sequestrata alla mafia. Non si salva quasi nessuno, dai magistrati al poliziotto, fino a giungere al prefetto, tutti corrotti a vario titolo; e la verità verrà a galla grazie a un anziano politico, anch’egli ampiamente discusso. Non vorrei continuare nella trama. Vorrei solo raccontarvi che il libro non è solo espressione della solita Sicilia del malaffare. E ve lo dimostrerò in questo modo.
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Già nella quarta del libro si legge, “Un giallo sorprendente di atmosfere sciasciane, un innovativo contributo alla storia di un genere letterario sempre più popolare”. Un giallo sciasciano, dunque? Un romanzo politico? Un racconto problematico? O perfino metafisico? Si parla, ancora, di “teatro degli inganni”. Un libro che evidenzia la responsabilità dello scrittore in quanto tale? Forse sì! Forse è tutto questo, ma, ai miei occhi, non è solo questo. L’originalità del romanzo, con le sue storie parallele abilmente incrociate, è la sua novità proprio a livello di schemi preconcetti, che Falzone li travalica. Il racconto (perché io lo definisco “racconto” in quanto condivido l’idea di molti studiosi. Argomentano che ogni libro finisce per essere – inesorabilmente – autobiografico: l’autore, chiunque sia, parla sempre per bocca dei suoi personaggi, esprime i suoi pensieri, le sue emozioni, il suo vissuto, la sua vita, le sue disillusioni, il suo immaginario) non segue nessuno schema già visto. Proverò a dimostrarlo, analizzando la lingua utilizzata dall’autore, l’incipit, l’amicizia tra Ernesto e Youssef e, infine, la descrizione dei luoghi.
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La lingua che usa Salvatore Falzone è semplice; aspra, agre come la sua terra, quella dei giorni caldi. Quando il cielo è pesante e tutto intorno è brullo. Falzone è duro, nell’uso della lingua, anche quando descrive le scene più poetiche, ma non per questo è meno poetico. La responsabilità di cui si fa portatore prevale su tutto. Prende il sopravvento. L’Autore sovverte l’idea che i linguisti ci fanno studiare a scuola, di intendere la parola come un fiocco di neve, leggero, ovattato, bianco, candido che si scioglie piano piano e si adatta a tutto. Non perché egli sia pesante. All’opposto. Nella semplicità delle parole …. carica tutto il racconto di una responsabilità salda, prioritaria e perciò, a tratti, dura. Cruda. Essenziale. Non lascia spazio all’immaginario. Ad esempio, a pag. 47 Salvatore scrive “era passata una vita da quel dopopranzo spensierato, da quell’eccitante nascondino (ne parlerò subito): non restava che il sale, il sale corrosivo che mangia erbe e cuori”. Il sale della terra più che dare l’idea della fertilità diviene, appunto, solo “corrosivo”.
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L’inizio è fuorviante e piccante. Ernesto e Klara (la sua donna, ma con rapporto distaccato, quasi solo fisico) visitano la miniera. Klara gioca a nascondiglio fra le casette abbandonate. Catapecchie. Selvaggiamente si toglie le mutandine di pizzo e gliele offre, raccolte in un cappello. Ernesto ci affonda la faccia. Le odora. E poi la insegue. Amore selvaggio. Un gioco erotico. Alla vista, però, di qualcuno. Un inizio che spiazza il lettore, lo porta subito su vibrazioni che nel libro saranno solo riprese – a tratti – quando Ernesto, uomo schivo e riservato ma molto tormentato, ripensa spesso nel corso del racconto alle sue donne (Francesca e Klara) e all’amore che non ha donato loro. Da cui è fuggito, forse impaurito. “Erano i suoi blocchi, le sue ansie”, scrive l’autore a pag. 136.
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Il rapporto fra Ernesto e Youssef è il cuore del libro. È un incontro, il loro, di quelli che cambiano la vita; è un’amicizia reale, vissuta. Un rapporto, lo si capisce subito, che scalda i cuori, li illumina. L’imbattersi di una presenza che, nel bene e nel male, rappresenterà una spina nel fianco per il protagonista. Una straordinaria sintonia, la loro. Yussef è energia primordiale; un’anima che scrive poesie, capace di amare con gli occhi. Provo ad elencare alcuni passaggi del racconto che denotato e connotano la bellezza di questa amicizia. A pag. 72, si legge: “possibile che, da morto, fosse più presente di prima? Azionò [Ernesto] un momento i tergicristalli. Perché non se ne andava?”. Youssef si “intrufolava”, per usare un’espressione dell’autore, fra Ernesto e Klara, soprattutto da morto (pag. 100). A pag. 25, Ernesto senza fiato sbatte le ciglia e si legge: “Sembra crescere in me il tuo giardino”. E subito dopo, il nostro protagonista “si andava abituando all’intensità un po’ sfrontata dei dialoghi con Youssef”. A pag. 55, Ernesto, dopo la morte dell’amico, si chiede “e il cuore, com’era il suo cuore?”. Il ricordo di Youssef “fa male al cuore” (pag. 80) e, allora, Ernesto è inquieto, tormentato (pag. 83), perché, egli dice, “la cosa più dura per un uomo è il dialogo con la propria coscienza”. A pag. 92, Ernesto vede il quaderno delle poesie che Youssef gli ha donato e subito “una fitta al cuore”; a pag. 129 dice di lui “posso dire di avere avuto la chiara percezione che Youssef fosse diverso dagli altri. E che questa diversità coinvolgesse tutta la sua persona …”. Insomma, quando Ernesto parla di Youssef sembra che la sua vita quotidiana, vecchia e rugosa, a contrasto con il niente, gli imponga, invece, un “facile abbandono”. Da qui, un’immedesimazione fra i due, tanto che Ernesto, a pag. 114, dice “anch’io, come Yussef, sono un profugo” (e, di conseguenza, il riemergere dei suoi tormenti: “tu saresti capace di mollare tutto e ricominciare da capo?” “per ricominciare da capo non serve una scintilla ma un incendio estivo” (pag. 115). La lettura di alcuni di questi passaggi commuove e riempie di luce una terra che, a tratti, è descritta con parole “sbiadite”, ma poetiche. Ne parlerò subito.
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I luoghi descritti non seguono nessuno schema già letto. La valle del sale, chiamata così per via della miniera dismessa, è ormai solo un groviglio di ferraglia arrugginita e calce “sbrecciata”, che il sole del tramonto infiamma sul fianco della collina bianca. I boschi di eucalipti sono “odorosi”. Le facciate delle case sono, invece, “pallide”. A pag. 101 si legge: “il pescheto in basso, non era più spoglio, con messe di rami che intricavano l’ocra scuro della terra. Poco più in là il vasto campo incolto si era appena imporporato. E ora, in mezzo alle corolle di sulla, si riconoscevano i fiori d’acanto, i trifogli gialli, le spighe bianche di cardi selvatici. (…) Un fremito indicibile di colori scuoteva l’intero paesaggio: il verde giovanissimo della collina alla rinfusa, la luce bianca rosata dei mandorli, il digradare dei grigi delle rocce sui crinali, ora soavi ora più aspri, i rettangoli di terre multicolori: grassa e nere oppure farinosa e gialla, le cui striature di diverso orientamento componevano una trama incomprensibile. Qualcosa era accaduto in quei luoghi, qualcosa che continuava ad accadere silenziosamente, misteriosamente”. E in questi passi il libro da prosa diventa poesia. Fra allitterazioni, immagini e immaginario l’autore riduce il lettore in momenti di commozione.
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Alcune frasi, poi, vanno isolate dal contesto in cui l’autore le utilizza perché sono esemplari. E sono tali perché profondamente vere. Ad esempio, egli scrive: “l’irriconoscenza degli uomini è più grande della misericordia di Dio”. “L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza”. Ho sempre pensato che la gratitudine assuma un valore quasi sacro: aspetto essenziale della vita (ad un tempo, espressione di intimità ma anche di relazionalità). Modo di rispondere all’amore. La gratitudine è lingua dell’anima, perché la illumina, rischiara la sua penombra. È porta aperta all’abbondanza. Quando si è grati ogni respiro allora vale un grazie. E un grazie va allora rivolto a Salvatore Falzone che chiude il suo libro con una vibrazione esistenziale: “Ernesto pensava che l’istante in cui si perde ogni certezza è quello della vita”. Così il nostro bravissimo autore, uomo di poche parole e di tante certezze, scrive a parole, quasi dipingendolo, il senso più profondo di quella terra ove è nato e cresciuto, che fa da quadro e cornice ad un racconto bellissimo, che consiglio di leggere.





