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Le rilevazioni al 28 giugno 2026

Incendi e crisi climatica, il bilancio ISPRA: l’Italia brucia al Sud, la Sicilia paga il prezzo più alto

domenica 2 Agosto 2026
Foto di repertorio

Le stagioni estive dell’Europa meridionale continuano a essere segnate da un fenomeno drammatico e ricorrente: la piaga degli incendi boschivi. Nel 2026, l’andamento del fuoco sugli ecosistemi ha mostrato un’accelerazione preoccupante fin dalle prime settimane d’estate.

Secondo le rilevazioni dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), durante la seconda decade di luglio si è registrata in Europa una crescita eccezionale delle aree percosse dalle fiamme, con una media di circa 225 chilometri quadrati bruciati al giorno.

Per rendere l’idea della portata del fenomeno, è come se ogni ventiquattr’ore andasse in fumo una superficie pari a due volte l’intero Comune di Parigi.

I ROGHI DI SESTA GENERAZIONE COLPISCONO L’EUROPA E L’ITALIA

Questo andamento anticipa sensibilmente il consueto picco stagionale, che storicamente si colloca tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. Alla base di questo scenario ci sono i cosiddetti megaincendi o roghi di sesta generazione: incendi di una tale intensità energetica e velocità da generare microclimi locali con venti estremi, rendendo quasi inefficaci i tradizionali interventi antincendio. La causa scatenante è la combinazione di ondate di calore prolungate e grave siccità.

Quando si verifica la celebre “regola del 30-30-30” — temperature sopra i 30°C, umidità dell’aria sotto il 30% e venti superiori ai 30 km/h — la vegetazione si trasforma in una vera e propria polveriera.

L’inchiesta condotta dal network europeo EDJNet, insieme alla testata investigativa MIIR e alla fondazione italiana Openpolis (ripresa e analizzata da ilSicilia.it), offre un quadro quantitativo impietoso di come il fenomeno degli incendi abbia travalicato la dimensione di emergenza stagionale per strutturarsi come una vera e propria crisi sistemica continentale.

L’Europa brucia, la Sicilia si consuma: l’emergenza incendi tra crisi climatica e abbandono del territorio

Analizzando un decennio di rilevazioni satellitari e dati EFFIS, l’indagine mette in luce come tra il 2015 e il 2025 siano andati bruciati oltre 4,5 milioni di ettari in Europa, con un picco drammatico registrato proprio nel 2025, anno in cui sono stati inceneriti quasi 900mila ettari. Il report evidenzia una chiara tendenza geografica e strutturale: i Paesi del bacino mediterraneo (Spagna, Portogallo, Italia e Grecia) sostengono oltre il 70% del carico complessivo dei danni, ma l’impatto si sta progressivamente estendendo verso latitudini storicamente meno esposte, come il Centro e Nord Europa.

Un punto centrale dell’analisi riguarda la correlazione diretta tra la perdita di copertura vegetale e il progressivo spopolamento rurale. L’inchiesta dimostra come le aree geografiche che hanno subito i maggiori tassi di abbandono delle attività agropastorali negli ultimi vent’anni coincidano esattamente con i distretti in cui si sono sviluppati i roghi più vasti e incontrollabili.

La mancanza di un presidio umano costante sul territorio ha cancellato quei mosaici di paesaggio variegato che storicamente arrestavano la corsa del fuoco.

L’indagine si conclude con una denuncia chiara: a fronte di spese milionarie destinate esclusivamente ai mezzi aerei per lo spegnimento in emergenza, i finanziamenti comunitari e nazionali destinati alla prevenzione attiva, alla cura dei boschi e alla bonifica preventiva del sottobosco restano ancora del tutto marginali ed insufficienti.

I paesi più colpiti da questa fiammata estiva sono stati la Spagna, la Francia e l’Italia. Nella Penisola Iberica, l’evento più devastante si è registrato nella provincia di Ávila, a nord-ovest di Madrid, dove il fuoco ha divorato oltre 440 chilometri quadrati di territorio, un’area più estesa delle città di Barcellona e Valencia messe insieme. Sempre in Spagna, nella provincia di Guadalajara, un altro maxi-incendio ha percorso circa 330 chilometri quadrati. In Francia, la provincia della Gironda è stata teatro di un rogo da oltre 400 chilometri quadrati che ha minacciato da vicino l’area di Bordeaux, superando per estensione intere metropoli come Marsiglia o Lione.

I DATI DI ISPRA AL 28 GIUGNO 2026

 

Spostando lo sguardo sull’Italia, il bilancio tracciato dall’ISPRA dal 1° gennaio al 28 luglio 2026 conta poco più di 1070 grandi incendi rilevati da satellite. La superficie complessivamente percorsa dal fuoco ha raggiunto circa 741 chilometri quadrati, una superficie paragonabile all’intera provincia di Lodi. Analizzando la natura dei terreni colpiti, emerge che la quota maggioritaria — ben il 61%, pari a 451 chilometri quadrati — è composta da praterie permanenti e pascoli.

Un altro 16% (119 km²) ha interessato aree agricole, mentre gli ecosistemi puramente forestali rappresentano quasi il 14% del totale (circa 100 km²), suddivisi tra 37 chilometri quadrati di boschi a latifoglie sempreverdi, come leccete e macchia mediterranea, e 24 chilometri quadrati di conifere, tra pinete e abetaie.

La forte incidenza degli incendi su pascoli e praterie riporta in primo piano il tema dell’abbandono delle aree interne e montane.

La fine delle attività agricole e pastorali tradizionali provoca l’accumulo incontrollato di sottobosco e vegetazione secca. Quando a questo quadro si aggiunge la matrice quasi sempre antropica degli inneschi — dovuta a imprudenza o a dolo — le colline e le montagne svuotate dalla presenza umana diventano facile preda del fuoco.

I DATI REGIONALI SULLA VULNERABILITA’: LA SICILIA AL PRIMO POSTO

 

A livello regionale, la mappa della vulnerabilità conferma il primato del Mezzogiorno e delle Isole Maggiori. Sicilia, Calabria e Puglia da sole concentrano il 73% di tutto il territorio italiano bruciato. La Sicilia è di gran lunga la regione più colpita con 510 chilometri quadrati percorsi dal fuoco, seguita dalla Calabria con 78 e dalla Puglia con 48. L’area con le criticità maggiori è stata la provincia di Agrigento, dove diversi focolai hanno mandato in fumo 67 chilometri quadrati di territorio, l’equivalente di oltre 9.400 campi da calcio.

A favorire queste devastazioni al Sud concorrono i venti caldi di Scirocco, la morfologia del terreno scosceso che accelera la risalita delle fiamme e la frammentazione della copertura vegetale.

Incendio Parco archeologico di Segesta nel 2023

Il fuoco non ha risparmiato nemmeno le riserve naturali e le aree protette di alto valore ecologico. Nel mese di luglio sono stati colpiti parchi di primaria importanza: tra il 5 e il 7 luglio un incendio nell’Alta Valle Soana, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, ha bruciato circa 2,38 chilometri quadrati di territorio, colpendo principalmente le praterie a rododendro.

Pochi giorni dopo, il 20 e 21 luglio, un vasto rogo ha interessato il versante calabrese del Parco Nazionale del Pollino, coinvolgendo 14 chilometri quadrati di territorio, prevalentemente aree prative e macchia mediterranea, con un impatto più contenuto ma prezioso su boschi misti e leccete.

Le conseguenze ecologiche di questi eventi si prolungano ben oltre lo spegnimento delle fiamme. La distruzione dei boschi comporta la perdita immediata di importanti “serbatoi di carbonio”, rilasciando in atmosfera tonnellate di anidride carbonica stoccate per decenni. Inoltre, le alte temperature vetrificano il terreno rendendolo impermeabile; con l’arrivo delle piogge autunnali, questo strato idrofobico facilita lo scorrimento dell’acqua in superficie, aumentando a dismisura il rischio di colate di fango, frane ed erosione del suolo fertile.

Se la macchia mediterranea possiede una naturale capacità di rigenerarsi in tempi relativamente brevi, per la ricostruzione di un bosco di conifere o di latifoglie ad alto fusto possono servire da 30 a 50 anni.

Satelliti Copernicus

Tutti questi dati sono stati elaborati dal Centro Operativo Sorveglianza Ambientale (COSA) dell’ISPRA grazie all’uso di tecnologie aerospaziali avanzate. Il monitoraggio si avvale dei satelliti Sentinel-2 del programma europeo Copernicus, dotati di sensori multispettrali in grado di misurare la riflettanza della vegetazione e calcolare con precisione sia i perimetri percorsi dal fuoco sia la gravità dei danni.

Questi rilievi vengono poi incrociati con la banca dati europea EFFIS (European Forest Fire Information System) e con la Carta della Natura dell’ISPRA per identificare esattamente la tipologia di ecosistema colpita.

Oltre alla devastazione del patrimonio naturalistico e ai danni materiali, l’ondata di roghi trascina con sé un’emergenza sanitaria silente ma di proporzioni critiche, come evidenziato dall’analisi dei dati dell’OMS pubblicati su ilSicilia.it.

Incendi, oltre il danno ambientale cresce l’emergenza sanitaria

La combustione incontrollata di biomasse forestali, spesso aggravata dall’incendio accidentale di discariche abusive o materiali plastici abbandonati lungo le periferie, rilascia nell’aria tonnellate di inquinanti ad altissima tossicità. Tra questi figurano concentrazioni elevate di monossido di carbonio ($CO$), ossidi di azoto ($NO_x$), composti organici volatili e, soprattutto, ingenti quantità di particolato ultra-fine ($PM_{2.5}$ e $PM_{10}$) capaci di viaggiare per decine di chilometri spinti dai venti.

Gli studi e le rilevazioni epidemiologiche evidenziano che nelle giornate caratterizzate da grandi incendi vicini ai centri abitati, i pronto soccorso delle città colpite registrano impennate immediate degli accessi, con aumenti che variano dal 15% al 30% per complicanze respiratorie e cardiovascolari.

L’inalazione delle polveri sottili e dei fumi acri colpisce in modo sproporzionato le categorie più fragili: bambini, anziani, donne in gravidanza e soggetti affetti da patologie pregresse come asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o cardiopatie.

L’impatto sulla salute pubblica presenta inoltre due fasi distintive: una fase acuta, caratterizzata da intossicazioni, crisi asmatiche improvvise, infezioni bronchiali e irritazioni alle mucose oculari, e una fase a lungo termine.

Le particelle micro-inquinanti, depositandosi nel terreno e nelle falde acquifere vicine alle aree incendiate, possono infatti entrare nella catena alimentare, ponendo rischi oncologici e metabolici persistenti nel tempo. L’articolo ribadisce come la protezione della salute pubblica debba diventare parte integrante dei piani di gestione del rischio incendi, trasformando i roghi da semplice problema di Protezione Civile a priorità di Sanità Pubblica.

Gallone (ISPRA-SNPA): “Serve investire nella conoscenza e nel monitoraggio”

 

La Presidente dell’ISPRA e del SNPA Maria Alessandra Gallone, commentando il report, ha sottolineato che “Per contrastare gli incendi boschivi, che rappresentano una delle principali minacce per il nostro patrimonio naturale, è fondamentale continuare a investire nella conoscenza e nel monitoraggio. Gli strumenti a nostra disposizione – come i satelliti Sentinel Copernicus – e le elaborazioni dell’ISPRA ci consentono di individuare con sempre maggiore precisione l’entità degli impatti, anche per orientare le politiche di tutela e ripristino del territorio”.

Maria Alessandra Gallone

“La prevenzione resta l’arma più efficace: significa adottare comportamenti responsabili, sensibilizzare cittadini e comunità locali e promuovere una sempre più stretta collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti.

Un sincero ringraziamento va a tutte le donne e gli uomini che, ogni giorno, sono impegnati nel contrasto e nella gestione degli incendi boschivi, persone che, con professionalità e dedizione, lavorano per salvaguardare il nostro patrimonio ambientale e la sicurezza delle comunità. La tutela delle foreste è una responsabilità condivisa che richiede l’impegno di istituzioni, comunità e cittadini”.

Sul fronte normativo e gestionale, l’Italia dispone della Legge Quadro n. 353/2000, che prevede l’istituzione del Catasto degli Incendi da parte dei Comuni per bloccare per decenni la speculazione edilizia, la caccia e il pascolo sui terreni bruciati.

Tuttavia, il futuro si gioca sulla prevenzione attiva: la manutenzione dei boschi, la creazione di viali tagliafuoco e l’uso del fuoco prescritto nei mesi invernali rappresentano, insieme al costante controllo satellitare, gli strumenti indispensabili per ridurre la frequenza e la gravità dei roghi prima che sia troppo tardi.

 

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