Si apre tra strette di mano e nuvole all’orizzonte su Taiwan il primo giorno di colloqui tra i presidenti cinese Xi Jinping e americano Trump a Pechino. I due leader concordano sul fatto che lo Stretto di Hormuz !deve rimanere aperto!, afferma la Casa Bianca che definisce “buono” l’incontro.
Non è stato solo un incontro diplomatico, ma una complessa coreografia di potere, un segnale inviato ai mercati globali e, soprattutto, un tentativo di riscrivere le regole della coesistenza tra le due superpotenze del XXI secolo.

Il primo giorno della visita di Stato del Presidente Donald Trump a Pechino si è chiuso con un bilancio che mescola ottimismo commerciale e gelida fermezza geopolitica. Nella Grande Sala del Popolo, affacciata su una Piazza Tienanmen blindata, Donald Trump e Xi Jinping hanno cercato di tracciare la rotta per evitare che la competizione tra Stati Uniti e Cina scivoli in un conflitto aperto.
Il mondo, come sottolineato dallo stesso Xi, si trova a un “bivio”. Da un lato, la tentazione del protezionismo e dello scontro ideologico; dall’altro, la necessità di mantenere stabili le catene di approvvigionamento e la sicurezza energetica. Il primo, fondamentale punto di caduta è stato lo Stretto di Hormuz: una dichiarazione congiunta che ha rassicurato le cancellerie di tutto il mondo.
La stretta di mano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono stretti la mano all’arrivo del leader della Casa Bianca alla Grande sala del popolo di Pechino. Dopo aver ascoltato gloi inni di entrambi i Paesi, il tycoon e Xi hanno camminato prima davanti alla parata militare e poi davanti a centinaia di bambini festanti che hanno sventolato i fiori simbolo di entrambi i Paesi. Insieme al presidente Usa, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Guerra, Pete Hegseth e i Ceo della Silicon Valley, inluso Elon Musk.
Dopo la cerimonia di benvenuto, Trump ha detto di essere stato “particolarmente colpito da quei bambini” che lo hanno salutato con entusiasmo all’esterno della Grande sala del popolo di Pechino. “Erano felici. Erano bellissimi”, ha detto Trump. “Quei bambini erano fantastici e rappresentano così tanto”.
La coreografia del Potere: bambini, inni e l’assenza di Melania
L’accoglienza riservata a Trump è stata definita “scenografica” dagli osservatori internazionali. Il protocollo cinese, solitamente rigido e distaccato, ha lasciato spazio a una narrazione più umana e visiva. Centinaia di bambini festanti, sventolando i fiori simbolo di entrambe le nazioni, hanno accolto il tycoon all’ingresso della Grande Sala del Popolo.
Trump, visibilmente colpito, ha elogiato l’entusiasmo dei giovani cinesi, definendoli “bellissimi” e “rappresentanti di un futuro possibile”. Questa enfasi sull’infanzia non è casuale: nella simbologia di Xi, rappresenta la continuità generazionale del “Sogno Cinese”, mentre per Trump è stata l’occasione per mostrare il suo lato più empatico, nonostante l’assenza della First Lady Melania, rimasta negli Stati Uniti.
Dietro il presidente americano, però, non c’erano solo diplomatici. La presenza di figure come Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra) ha dato al summit un’impronta di estrema risolutezza. Accanto a loro, l’anima economica dell’America: Elon Musk, Tim Cook e Jensen Huang, i “signori del silicio”, pronti a negoziare il futuro tecnologico del pianeta.
Il nodo Taiwan: La linea rossa di Xi e la fermezza di Rubio
Se il clima generale è apparso costruttivo, la questione di Taiwan ha rappresentato il momento di massima tensione. Xi Jinping non ha usato mezzi termini, avvertendo Trump che un errore di gestione su Taipei porterebbe inevitabilmente a uno scontro.
“La questione di Taiwan è il tema più importante”, ha ribadito il leader cinese, sottolineando che la stabilità generale dipende dal riconoscimento della sovranità di Pechino.
L’obiettivo di Xi per il 2027, anno in cui punterà al suo quarto mandato, è la “riunificazione inevitabile”. Per ottenerla, ha chiesto a Trump un cambio di postura radicale: passare dal “non sostegno all’indipendenza” alla “opposizione attiva all’indipendenza”, oltre a una frenata sulla vendita di armi (un pacchetto da 14 miliardi di dollari è attualmente al vaglio del Congresso).
La risposta americana, affidata a Marco Rubio, è stata però una doccia fredda per le ambizioni di Pechino: “Le nostre politiche non sono cambiate. Restano invariate attraverso le amministrazioni”. Il sostegno degli Stati Uniti a Taiwan rimane “chiaro e fermo”, creando una situazione di stallo che solo il “Board of Trade” proposto da Trump potrebbe, forse, ammorbidire attraverso concessioni economiche.
Le “Cinque B” contro le “Tre T”: La guerra dei dazi e del business
I due leader, al loro settimo faccia a faccia, si avviano a testare nella Grande sala del popolo, su Piazza Tienanmen, i rispettivi rapporti di forza sull’ampio spettro di dossier che spaziano dal commercio alla tecnologia e all’IA, oltre ai complessi temi geopolitici.
Il centro nevralgico della visita è stata l’economia. L’amministrazione Trump ha schierato la strategia delle “Cinque B”:
-
Beef (Carne): Per soddisfare l’elettorato agricolo americano.
-
Beans (Soia): Un pilastro dell’export verso la Cina.
-
Boeing: Con voci di commesse miliardarie per centinaia di aerei civili.
-
Board of Investments: Un nuovo organismo per coordinare i flussi di capitali.
-
Board of Trade: Una camera di compensazione per discutere i dazi senza arrivare a guerre commerciali aperte.
L’amministrazione americana è in Cina schierando la potenza di fuoco delle ‘cinque B’, rigorosamente economiche, basate sugli impegni cinesi ad acquistare carne e semi di soia (beef e beans, per rispondere alle richieste della base elettorale del tycoon), sugli ordini per la Boeing (sono circolate voci di commesse mandarine in arrivo per centinaia di aerei) e sul lancio, al fine di esplorare aree di collaborazione, di un Board on Investments e di un Board of Trade, che diventerebbe una camera di discussione sui dazi. Secondo alcune voci circolate al Congresso, ci sarebbero le promesse per mille miliardi di investimenti cinesi negli Usa: un’ipotesi che ha creato allarme bipartisan e, soprattutto, le ire delle fronde del mondo Maga più conservatrici e nazionaliste.
Trump, per rafforzare l’approccio business, ha portato il patron di Tesla, Elon Musk (apparso subito alle spalle del tycoon appena sceso dall’Air Force One) e il capo uscente di Apple, Tim Cook. Nella lista presentata compare Larry Fink, il numero uno di BlackRock, il cui piano d’acquisto con la Msc di Gianluigi Aponte dei due porti di Panama dalla conglomerata di Hong Kong, CK Hutchison, ha incontrato lo scorso anno la ferma opposizione di Pechino. C’è la presidente di Meta, Dina Powell McCormick, a poche settimane dallo stop mandarino all’offerta da 2 miliardi per l’acquisizione di Manus, società IA basata a Singapore e fondata in Cina. Infine, si è aggiunto all’ultimo momento, con lo stop di Trump in Alaska nel viaggio verso il Dragone, ‘Mr Nvidia’, Jensen Huang, allo scopo di “sostenere l’America e gli obiettivi dell’amministrazione”, stando a quanto dichiarato da un portavoce dell’azienda leader mondiale dei chip per l’IA. E poi c’è il nodo Iran, con il presidente Usa che cercherà di convincere Xi a premere sull’Iran per un accordo e per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Pechino, invece, risponde con un’altra formula, le ‘tre T’, basate su tariffe, tecnologia e Taiwan, come la chiave del successo della stabilità non solo delle relazioni bilaterali, ma anche a livello globale. Si tratta, in altri termini, della estensione della tregua nella guerra commerciale, siglata nell’incontro di fine ottobre 2025, a margine dell’Apec in Corea del Sud, nonché degli auspici di minori controlli nell’export hi-tech, a partire dai microchip di Nvidia, vitali per Pechino.

E poi Taiwan, l’obiettivo più ambizioso di Xi, lanciato verso il quarto mandato del 2027 alla guida del Partito comunista e della Repubblica popolare. Il leader mandarino più potente da Mao Zedong ha definito Taipei parte “sacra” e “inalienabile” della Cina, destinata alla riunificazione. Per darle la connotazione di “ineludibilità” agli occhi dei taiwaesi, Xi ha bisogno che il tycoon accetti la frenata della vendita di armi americane all’isola (c’è il nuovo pacchetto da 14 miliardi già autorizzato da Capitol Hill) e il cambio della postura Usa: da “difesa dello status quo e non sostegno all’indipendenza” di Taiwan a “opposizione all’indipendenza”.
In fondo, è il dossier su cui pendono le maggiori incertezze, visto il netto sostegno bipartisan all’isola democratica da parte del Congresso americano.
Pechino ha risposto con le sue “Tre T”: Tariffe, Tecnologia e Taiwan. Xi punta a una tregua duratura sui dazi e, soprattutto, a un allentamento delle restrizioni sull’export di microchip di fascia alta (come quelli di Nvidia). Jensen Huang, presente nella delegazione, rappresenta la chiave di volta: senza i chip americani, lo sviluppo dell’IA cinese subirebbe un rallentamento drastico.
Tuttavia, l’ipotesi di mille miliardi di investimenti cinesi negli USA ha già sollevato polemiche a Washington. L’ala più conservatrice del movimento MAGA teme un'”invasione economica” che potrebbe compromettere la sicurezza nazionale, rendendo il cammino di Trump molto stretto tra le promesse elettorali e la realpolitik.
La Trappola di Tucidide: Una Lezione dalla Storia Greca
Uno dei momenti più alti a livello intellettuale del summit è stata la citazione da parte di Xi Jinping della “Trappola di Tucidide”. Elaborata dal politologo Graham Allison, questa teoria suggerisce che quando una potenza emergente minaccia di sorpassare quella dominante, la guerra diventa quasi inevitabile, alimentata dalla paranoia della prima e dall’ambizione della seconda.
La “trappola di Tucidide”, citata da Xi Jinping nell’accogliere Donald Trump, è l’invito a non cadere nell’errore fatale che già ai tempi degli antichi greci era ben chiaro: quando una potenza emergente minaccia una potenza già affermata la pace tende ad allontanarsi e il rischio di un conflitto si fa sempre più elevato.
La teoria – elaborata dal politologo americano Graham T. Allison che ha ricoperto l’incarico di consigliere per la difesa sotto ogni presidenza Usa da Reagan ad Obama – prende il nome dallo storico ateniese Tucidide. Nella sua opera intitolata ‘La Guerra del Peloponneso’ sostiene che la guerra tra le due principali città dell’antica Grecia divenne inevitabile a causa della crescita del potere di Atene e della paura che questa ascesa causò a Sparta.
Allison ha quindi sviluppato questo concetto e codificato questa teoria, affermando che nella storia c’è una situazione che inevitabilmente si ripete: l’ascesa della potenza emergente crea ansia e paranoia nella potenza dominante, portando a un’escalation militare basata sulla sfiducia reciproca.
Un fenomeno che si ripete anche ai giorni nostri, con gli Stati Uniti, potenza dominante dal crollo dell’Unione Sovietica, che si sentono sempre più minacciati dal Dragone e dalla sua straordinaria ascesa economica, tecnologica, militare e geopolitica. Pechino ormai da decenni corre velocemente e sembra ormai lanciata verso il sorpasso sull’America.
A corroborare la teoria della ‘trappola di Tucidide’ c’è anche il ‘Thucydides Trap Project’ dell’Università di Harvard, in cui sono stati analizzati 16 casi storici degli ultimi 500 anni in cui una potenza emergente ha sfidato una potenza dominante. Ebbene, il risultato lascia pochi dubbi: in 12 di questi casi il risultato è stato un conflitto, dalle guerre napoleoniche contro il dominio dei mari del Regno unito, fino alle due guerre mondiali del Novecento.
Xi ha invitato Trump a rompere questo schema storico.
“Il successo di uno è un’opportunità per l’altro”, ha dichiarato Xi, tentando di ribaltare la visione a “somma zero” che domina il pensiero geopolitico attuale. L’invito di Trump a Xi per una visita alla Casa Bianca a settembre suggerisce che, almeno per ora, entrambi i leader preferiscano la via del negoziato a quella della trincea.
Il Dossier Medio Oriente: Hormuz e la Mediazione Cinese

Un successo inaspettato del primo giorno riguarda l’Iran. Trump ha rivelato a Fox News che Xi Jinping si è offerto di fornire assistenza diplomatica per risolvere lo stallo con Teheran. Il fatto che la Cina si impegni a non fornire equipaggiamento militare all’Iran è stato definito da Trump come “una dichiarazione importante”.
Entrambi hanno concordato che l’Iran non debba mai dotarsi di armi nucleari e che lo Stretto di Hormuz debba rimanere aperto alla navigazione internazionale. Questo asse sino-americano sull’energia potrebbe stabilizzare i prezzi del petrolio e ridurre le tensioni nel Golfo Persico, dimostrando che, dove gli interessi economici coincidono, la collaborazione è possibile.
Sicurezza e “Lockdown Digitale” per la delegazione americana
Nonostante i sorrisi e i brindisi, la sfiducia tecnologica rimane ai massimi livelli. La delegazione americana ha operato sotto un rigoroso regime di isolamento informatico. Smartphone e laptop personali sono stati lasciati a casa per evitare il “juice jacking” (estrazione di dati tramite porte di ricarica compromesse) o l’intercettazione dei dati tramite Wi-Fi degli hotel.
La nutrita delegazione di Donald Trump si è recata in Cina sotto un rigoroso “lockdown digitale”, con molti dei collaboratori, personale di sicurezza e funzionari che hanno lasciato a casa i loro smartphone di uso quotidiano, utilizzando invece dispositivi “puliti”, computer portatili temporanei e sistemi di comunicazione strettamente controllati, progettati per ridurre al minimo il rischio di sorveglianza, hacking o raccolta di dati in quello che i funzionari statunitensi considerano uno degli ambienti informatici più aggressivi al mondo.
A scriverlo è Fox News, sottolineando che tali precauzioni possono trasformare anche le attività di routine in veri e propri grattacapi logistici: i messaggi che normalmente viaggerebbero istantaneamente tramite app crittografate o dispositivi sincronizzati vengono invece instradati attraverso canali controllati, account temporanei o consegnati di persona. I contatti scompaiono. e anche l’accesso al cloud è limitato.
Funzionari attuali ed ex funzionari citati da Fox affermano che queste misure riflettono un presupposto di lunga data all’interno del governo statunitense: qualsiasi cosa venga introdotta in Cina – telefoni, laptop, tablet o persino connessioni Wi-Fi degli hotel – deve essere considerata potenzialmente compromessa. Anche la semplice ricarica di un telefono può rappresentare un problema di sicurezza, poiché potrebbe essere potenzialmente utilizzata per estrarre dati o installare software dannoso, una tattica comunemente nota come “juice jacking”.
Questa paranoia digitale è il sintomo di una competizione che si gioca ormai sull’infrastruttura invisibile del mondo moderno. Mentre Trump e Xi parlano di “futuro fantastico insieme”, i loro tecnici si scambiano colpi silenziosi nel cyberspazio, proteggendo segreti industriali e dati sensibili.
Il rito del “Ganbei”: diplomazia a tavola
Il banchetto di Stato ha offerto un menu studiato per compiacere i gusti del presidente americano. Aragosta, costine di manzo croccanti e anatra alla pechinese hanno sostituito la più formale cucina Huaiyang. Trump, noto per essere astemio, si è limitato a un sorso simbolico durante il brindisi, un gesto che nella cultura cinese indica comunque rispetto e riconoscimento del rango dell’interlocutore.
E’ un rituale politico e sociale, un gesto con cui si consolidano rispetto reciproco e gerarchie. Un gesto che può cambiare i destini del mondo. Nel galateo cinese chi abbassa leggermente il proprio bicchiere riconosce il rango dell’altro. Anche nei summit internazionali postura, tempi e inclinazione dei calici fanno parte della coreografia del potere.
Per questo il brindisi tra Donald Trump e Xi Jinping, nella Grande Sala del Popolo affacciata su piazza Tiananmen, è stato osservato quasi quanto i colloqui ufficiali. Il presidente statunitense, notoriamente quasi astemio anche per la morte del fratello Fred Jr. dovuta all’alcolismo, ha sfuggito qualsiasi impasse limitandosi, come Xi, a un piccolo sorso al termine del discorso inaugurale.
Fuori dal cerimoniale, però, Pechino si è trasformata in una città blindata. Attorno al Four Seasons, l’albergo scelto per ospitare Trump, strade chiuse, controlli e sicurezza rafforzata hanno accompagnato la visita della delegazione Usa.
Un doppio binario di chi si rispetta, ma comunque si studia. Come successe nel 1972, quando il ‘Ganbei’ tra Richard Nixon e Zhou Enlai fu bagnato dal Moutai, il distillato a oltre 50 gradi simbolo della Repubblica Popolare, nel momento che segnò il disgelo tra Washington e Pechino dopo anni di ostilità. Mao Zedong, già malato, partecipò solo marginalmente alla visita, ma il linguaggio rituale di quell’incontro tra banchetti, brindisi e Grande Sala del Popolo restò profondamente legato alla simbologia maoista.
Allora il Ganbei serviva a rappresentare, oltre alle parole ufficiali, il riconoscimento reciproco tra le due potenze. Oggi Xi utilizza la tavola come strumento politico. Ma il messaggio appare diverso. Al posto del pronosticato menu Huaiyang, la cucina raffinata dell’area di Shanghai tradizionalmente associata ai vertici diplomatici, agli ospiti sono stati serviti aragosta in zuppa di pomodoro, costine di manzo croccanti, anatra alla pechinese, salmone cotto lentamente con salsa alla senape e panini fritti di maiale. A chiudere tiramisù, pasticcini, frutta e gelato. Piatti pensati per andare incontro ai gusti del presidente statunitense più che per esibire una cucina rigidamente tradizionale.
Se nel 1972 il brindisi tra Nixon e Zhou Enlai segnò il disgelo della Guerra Fredda con il Moutai a 50 gradi, il brindisi del 2026 è apparso più sobrio e calcolato. È la diplomazia dell’era moderna: meno ideologica, molto più focalizzata sui risultati immediati e sulla stabilità dei mercati.
Il 2026 come Anno di Svolta?
Il summit di Pechino non ha risolto le divergenze strutturali tra le due superpotenze, ma ha aperto un canale di comunicazione diretto e personale. Xi Jinping ha descritto il rapporto USA-Cina come “la relazione bilaterale più importante al mondo”, aggiungendo: “Dobbiamo farlo funzionare e non rovinarlo mai”.
Le Borse europee e Wall Street hanno reagito positivamente, vedendo in questo dialogo una protezione contro l’instabilità globale. Tuttavia, il vero test arriverà nei prossimi mesi, quando il “Board of Trade” dovrà affrontare il nodo dei dazi e quando le navi da guerra continueranno a pattugliare le acque intorno a Taiwan.
Per ora, il “bivio” sembra aver preso la direzione di una coesistenza pragmatica, ma la “Trappola di Tucidide” rimane lì, sullo sfondo, come un monito per entrambi i leader.















