Il Paese solidale: tra welfare informale e trasformazione demografica
Negli ultimi decenni l’Italia ha attraversato una trasformazione demografica e sociale strutturale senza precedenti. L’invecchiamento progressivo della popolazione, la costante riduzione dei tassi di fecondità, la ristrutturazione dei modelli familiari tradizionali e le crescenti difficoltà del sistema di welfare pubblico nel rispondere a una domanda di cura sempre più articolata hanno rimodellato radicalmente il tessuto quotidiano della nostra società.
In questo scenografico quanto complesso sfondo socio-economico, la pubblicazione dell’ultimo report Istat dedicato a “Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà” con riferimento all’anno 2024 (pubblicato a luglio 2026) offre una radiografia impietosa e al contempo rassicurante delle dinamiche di mutuo soccorso nel nostro Paese.

I dati rivelano una comunità nazionale solidale, dinamica e diffusa, capace di organizzare reti informali di sostegno che compensano le lacune istituzionali e tengono coeso il corpo sociale.
Nel corso del 2024, oltre un terzo della popolazione maggiorenne italiana — pari al 36,2%, corrispondente a circa 18 milioni di individui — ha dichiarato di aver fornito almeno un tipo di aiuto gratuito a persone non coabitanti nell’arco delle quattro settimane precedenti l’intervista. Questo dato segna un balzo impressionante se confrontato con la prima rilevazione storica del 1998, quando la quota di cittadini attivi nel sostegno informale si fermava al 22,8% (circa 10,5 milioni di persone). Pur depurando l’indicatore attuale dalle forme di aiuto digitale e dalle donazioni di cibo o vestiario (voci non rilevate alla fine degli anni Novanta), la propensione all’aiuto nel 2024 attesta un solido 32,4%, confermando una crescita netta e strutturale della solidarietà orizzontale.
Tuttavia, questo incremento quantitativo dell’aiuto informale non è soltanto l’espressione di un rinnovato spirito pro-sociale, bensì la risposta adattiva di fronte all’emergenza demografica. Tra il 1998 e il 2024 la percentuale di anziani di 75 anni e più in Italia è quasi raddoppiata, passando dal 7,3% al 12,6% della popolazione complessiva.

La rete relazionale e familiare si è conseguentemente riconfigurata, diventando — secondo l’efficace definizione dei demografi dell’Istat — sempre più “stretta e lunga”: un’architettura relazionale caratterizzata da una contrazione numerica di giovani e adulti e da un’espansione verticale della presenza di persone anziane e molto anziane.
In questo quadro, il mutuo soccorso informale non è più solo un gesto opzionale di cortesia di vicinato, ma la colonna portante della tenuta sociale della nazione.
Il confronto storico 1998–2024
Mettendo a confronto i dati della rilevazione 2024 con quelli del 1998, si evince chiaramente come non sia aumentato soltanto il numero assoluto di persone dedite all’aiuto informale, ma sia cambiata radicalmente la natura stessa delle prestazioni fornite. Se nel 1998 ogni donatore erogava in media 1,7 tipologie di aiuto, nel 2024 questa media sale a 1,9, evidenziando una maggiore saturazione e flessibilità dei compiti di assistenza.
L’analisi dettagliata delle singole componenti dell’aiuto mostra trasformazioni profonde:
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Compagnia, accompagnamento e ospitalità: balzata dal 6,3% del 1998 al 10,8% nel 2024 tra i donatori (e dal 2,7% al 5,0% tra le famiglie riceventi). Questa crescita riflette l’esplosione del bisogno di contrasto alla solitudine e all’isolamento relazionale della popolazione anziana.
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Supporto digitale e uso di Internet: assente nelle rilevazioni del secolo scorso, è diventata la seconda forma di aiuto più diffusa in assoluto nel 2024, coinvolgendo il 23,8% dei donatori (e l’8,6% della popolazione totale). Si tratta di una vera e propria attività di “alfabetizzazione coatta”, necessaria per consentire ad anziani e persone vulnerabili di accedere ai servizi sanitari, bancari e burocratici digitalizzati.
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Attività domestiche e cura della casa: passata dal 5,1% al 7,8% tra i fornitori di aiuto (e al 5,2% tra le famiglie riceventi).
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Assistenza ai bambini (baby-sitting informale): salita dal 4,4% al 6,9% dei fornitori. Tuttavia, dal lato delle famiglie riceventi si registra una contrazione, passando dal 4,5% del 1998 al 2,9% del 2024. Questo apparente paradosso si spiega con il calo demografico: pur essendoci meno bambini in assoluto, il carico di accudimento per quei pochi nati rimane elevato ed è concentrato prevalentemente sulle spalle dei nonni.
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Sostegno economico e pratiche burocratiche: l’aiuto finanziario diretto sale dal 3,5% al 6,0%, mentre la gestione di pratiche burocratiche passa dal 5,2% al 6,8%, segnalando la crescente complessità amministrativa percepita dai cittadini.
Il profilo demografico e socio-economico dei donatori di aiuto
Chi sono gli italiani che sorreggono le reti di solidarietà? I dati Istat tracciano un profilo nitido, smentendo alcuni luoghi comuni e confermando il ruolo insostituibile di specifiche fasce sociali.
In primo luogo emerge un chiaro divario di genere: le donne mostrano una propensione all’aiuto superiore agli uomini (38,2% contro 34,0%). Questo scarto raggiunge il picco nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, dove il 46,3% delle donne fornisce aiuti informali a non coabitanti, a fronte del 33,8% degli uomini coetanei. È la celebre “generazione sandwich”, composta da donne mature spesso ancora occupate o da poco in pensione, schiacciate tra l’assistenza ai genitori anziani e il supporto a figli e nipoti.
I DATI DEL REPORT ISTAT
Un secondo elemento fondamentale è rappresentato dall’età e dal titolo di studio:
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La propensione all’aiuto è massima tra i giovani under 25 (44,9%), guidata dal supporto digitale e dallo studio, e decresce progressivamente fino al 20,3% tra gli over 75.
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L’istruzione funge da potente acceleratore di comportamenti pro-sociali: il 51,6% dei laureati presta aiuto informale, quota che scende al 40,0% tra i diplomati e al 25,2% tra chi possiede al massimo la licenza media.
Anche la condizione occupazionale gioca un ruolo determinante: la percentuale più alta di aiuti informali si riscontra tra gli studenti (49,2%), seguiti dagli occupati (40,5%), mentre chi è in cerca di occupazione registra una quota del 29,6%.
L’anatomia delle reti: la centralità della famiglia
Le reti di aiuto in Italia continuano ad avere una spiccata matrice familistica. Il 66,9% di coloro che prestano aiuto individua in un parente il proprio destinatario principale. Al vertice delle figure assistite si collocano la madre (18,9%) e il padre (9,8%). Per gli adulti di età compresa tra i 35 e i 54 anni, la cura dei genitori diventa prepotente: il 31,6% aiuta la madre e il 19,0% il padre. Diversamente, per chi ha superato i 55 anni, l’asse della solidarietà si sposta verso i figli, i generi/nuore e le loro famiglie (34,9%).
Al di fuori del perimetro familiare, gli amici rappresentano il destinatario principale per il 23,3% dei donatori (con punte del 31,4% tra i giovani di 18-34 anni), seguiti dai vicini di casa (7,9%) e da altre persone non collegate da vincoli diretti (9,8%).
Riguardo alle modalità organizzative dell’aiuto, prevale in modo netto l’azione individuale e informale:
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Il 65,4% (pari a 11,7 milioni di persone) opera in totale autonomia.
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Il 24,1% (4,3 milioni) condivide l’attività di sostegno con altri soggetti non strutturati.
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L’8,2% (1,5 milioni) agisce nell’ambito di organizzazioni e gruppi di volontariato organizzato.
Il volontariato organizzato risulta particolarmente diffuso nel Nord-est (10,3%, con picchi del 13,5% in Trentino-Alto Adige e 12,8% in Veneto), mentre registra i valori più bassi nel Sud (6,0%) e nelle Isole (6,9%).
Il carico invisibile dei Caregiver: ore di cura e sovrapposizione dei ruoli
Uno dei capitoli più complessi dell’indagine Istat riguarda la figura del caregiver. Complessivamente, i cittadini di 18 anni e più che svolgono compiti di cura a favore di coabitanti con problemi di salute e/o di persone non coabitanti sono ben 12 milioni e 300 mila, pari al 24,9% della popolazione maggiorenne (un italiano su quattro).
I caregiver di sole persone non coabitanti sono 9,6 milioni (19,4%), mentre i caregiver familiari di coabitanti infermi o fragili sono 4,4 milioni (11,0% di chi vive in famiglia). Esiste poi una quota del 3,5% della popolazione che sostiene un doppio carico di cura, assistendo contemporaneamente familiari conviventi e persone esterne alla casa.
Tra le donne occupate con titolo di studio elevato, la percentuale di chi gestisce questo doppio carico sale fino al 20,1%.
L’intensità dell’impegno orario è un indicatore cruciale dello stress psicofisico e sociale a cui sono sottoposte queste persone. Il 31,9% di tutti i caregiver presta almeno 20 ore di assistenza a settimana (pari a circa 4 milioni di individui). Tra i caregiver familiari di conviventi, oltre un terzo delle donne (33,1%) garantisce un’assistenza continuativa pari o superiore alle 20 ore settimanali (contro il 24,8% degli uomini). Nel caso delle persone non occupate (pensionati, casalinghe), la percentuale di chi presta oltre 20 ore di cura sfonda la soglia del 38,2%.
Famiglie Riceventi, Anziani Soli e la Percezione del Sostegno Sociale (Oslo Scale)
Spostando l’attenzione dal lato dell’offerta a quello della domanda di aiuto, il report Istat evidenzia che le famiglie italiane che ricevono aiuti informali da persone non coabitanti sono circa 5 milioni, pari al 18,6% del totale delle famiglie (rispetto al 15,0% del 1998).
La vulnerabilità è fortemente concentrata tra gli anziani soli di 75 anni e più: ben il 43,3% di essi riceve aiuti informali. Se a questi si aggiungono i servizi pubblici (Comune, ASL) e i servizi privati a pagamento (badanti, colf), la percentuale di anziani soli sostenuti sale al 53,8% (pari a 1,4 milioni di persone).

Le principali prestazioni ricevute dagli anziani riguardano lo svolgimento delle faccende domestiche (48,2%), la compagnia e l’accompagnamento (45,8%) e il disbrigo di pratiche burocratiche (42,2%).
L’indagine ha inoltre misurato il livello di coesione sociale attraverso la scala europea Oslo Social Support Scale. Ne emerge che il 55,9% della popolazione percepisce un sostegno “intermedio”, il 20,6% un sostegno “forte” e il 20,9% un sostegno “debole”. Interessante notare come la percezione di sostegno forte sia massima tra i giovani di 18-24 anni (26,6%) e nei Comuni di piccole dimensioni tra 2.000 e 10.000 abitanti (23,7%), mentre tocca i minimi nei centri delle aree metropolitane (17,0%), dove prevale la percezione di isolamento relazionale (26,8% sostegno debole).
E in Sicilia? Reti familiari iper-attive, carenza di servizi e Caregiver essenziali
Nel panorama nazionale delineato dall’Istat, la Sicilia e la ripartizione Insulare rappresentano un modello socio-assistenziale peculiare, caratterizzato da un lato in un tessuto relazionale e di prossimità straordinariamente vivace e caloroso; dall’altro una drammatica sofferenza strutturale dei servizi pubblici e privati sul territorio, che scarica sulle spalle delle famiglie e delle donne un peso assistenziale gravoso.
Un primo dato emblematico riguarda l’intensità della solidarietà erogata: nelle Isole si registra il numero medio di aiuti dati più alto d’Italia, pari a 2,1 tipi di aiuto per ogni donatore, a fronte di una media nazionale di 1,9 e di valori inferiori nel Centro-Nord. Il cittadino siciliano che decide di attivarsi non si limita a una singola prestazione occasionale, ma si fa carico di una pluralità di bisogni che vanno dall’accompagnamento alla spesa, dalla gestione burocratica al supporto affettivo e domestico.
Tuttavia, questo primato nella generosità orizzontale si scontra con una marcata debolezza dell’infrastruttura del volontariato organizzato e del terzo settore. Se nel Nord-Est oltre il 10% di chi aiuta opera attraverso associazioni strutturate, nelle Isole la quota di volontariato organizzato si ferma ad appena il 6,9%. L’aiuto in Sicilia rimane dunque prevalentemente informale, atomizzato e basato sui legami di sangue e di vicinato, esponendo i singoli a un forte isolamento istituzionale.
La vera e propria emergenza della regione emerge analizzando l’impegno dei caregiver familiari. La quota di popolazione che deve ricorrere al “doppio carico di cura” (assistere contemporaneamente un congiunto disabile o malato in casa e un parente o vicino non coabitante) raggiunge nelle Isole il livello più alto del Paese: il 17,1%, contro il 12,7% del Centro. La famiglia siciliana si trova spesso costretta a diventare un centro di servizio sociale sostitutivo per supplire alle carenze dei servizi territoriali e dell’assistenza domiciliare integrata.
Questo fenomeno di supplenza familiare si riflette in modo drammatico sul monte ore dedicato all’assistenza. I dati dell’Istat sono inequivocabili: il Mezzogiorno e le Isole registrano le percentuali più elevate d’Italia per incidenza dei caregiver familiari, touching il 35,2% nelle Isole e il 33,8% nel Sud (rispetto al 23,2% del Nord-est).
Ancora più significativo è il dato sull’assistenza ad alta intensità (pari o superiore a 20 ore settimanali): nelle Isole, ben il 39,0% dei caregiver dedica almeno 20 ore a settimana alla cura dei propri cari, a fronte di una media del Nord che si attesta attorno al 28-29%. In Sicilia ci si trova di fronte a un vero e proprio impegno a tempo pieno non retribuito, che grava in modo sproporzionato sulle donne e limita enormemente le loro opportunità di inserimento nel mercato del lavoro formale.
Nonostante la gravità di questo carico, il capitale sociale e umano della Sicilia mostra una presenza e un impegno eccezionale. L’analisi condotta mediante la Oslo Social Support Scale rivela che la quota più elevata in Italia di persone che percepiscono un sostegno sociale “forte” dalla propria rete di vicinato si registra proprio nelle Isole, con il 25,0% della popolazione maggiorenne, superando di gran lunga i centri delle aree metropolitane del Nord (dove il sostegno forte si ferma al 17,0% e la percezione di isolamento/sostegno debole sale al 26,8%).
La comunità siciliana conserva dunque un forte senso di appartenenza e una rete di vicinato reattiva. Tuttavia, fare affidamento esclusivamente sulla spontaneità dei vicini e sul sacrificio delle famiglie rappresenta una strategia rischiosa per il futuro. Senza investimenti mirati sulle strutture per la prima infanzia, sulle residenze per anziani e sui servizi di sollievo per i caregiver, il modello di solidarietà rischia di andare in sofferenza sotto il peso dell’invecchiamento demografico.
Il futuro della solidarietà: Politiche, Riforme e Territori
Alla luce delle criticità strutturali emerserse e della crescente pressione sulle reti di cura informali, l’evoluzione delle politiche di welfare richiede interventi coraggiosi, capaci di coniugare riforme legislative nazionali e modelli organizzativi territoriali adatti alla specificità dei contesti locali.
Il quadro nazionale: riforme normative e governance del caregiver
Dal punto di vista finanziario, si propone il rifinanziamento strutturale del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza, garantendo risorse stabili e vincolate.
A livello organizzativo, l’Italia deve completare l’integrazione sociosanitaria attraverso la piena operatività dei Distretti Socio-Sanitari e delle Case della Comunità operative.
È necessario istituire formalmente la figura dell’Onboarding Manager o Case Manager sociosanitario, un professionista unico che prenda in carico la famiglia e la persona fragile fin dalla prima manifestazione del bisogno, orientandola tra i servizi territoriali ed evitando la diaspora burocratica tra ASL e Comuni. Infine, si propone la creazione di un Registro Nazionale delle Reti di Prossimità, destinato a mappate e accreditare gli enti del Terzo Settore impegnati nella gestione delle solitudini involontarie.
Soluzioni organizzative e adattamento per la Sicilia
Se il quadro nazionale stabilisce i livelli essenziali, la Sicilia necessita di interventi mirati capaci di valorizzare l’elevato capitale sociale informale della regione e, al tempo stesso, di compensare i ritardi della rete di servizi territoriali.
Sul piano normativo regionale, l’idea potrebbe essere l’adozione di una Legge Regionale per la Valorizzazione della Solidarietà di Comunità e la Tutela del Caregiving. Tale norma dovrebbe introdurre uno strumento flessibile che permetta di combinare trasferimenti monetari vincolati ed erogazione diretta di servizi, garantendo alle famiglie una reale libertà di scelta tra assistenza formale e supporto informale riconosciuto. Per contrastare l’alto tasso di sovraccarico di cura che colpisce le donne siciliane, la normativa regionale dovrebbe prevedere incentivi fiscali per le imprese locali che attivano piani di corporate welfare volti al supporto dei lavoratori dipendenti che assistono familiari non autosufficienti.
Sul piano organizzativo, la priorità per la Sicilia è il potenziamento dei Servizi di Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) e il raggiungimento omogeneo dei LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) in tutti i comuni dell’Isola, superando i forti divari esistenti tra i grandi centri urbani e le aree interne o montane. A tal fine, una buona proposta potrebbe essee l’istituzione dei “Presìdi Mobili di Prossimità”, unità multidisciplinari itineranti (medico, infermiere di famiglia, assistente sociale) in grado di raggiungere i cittadini residenti nelle zone più isolate e soggette a spopolamento.
Inoltre, occorre promuovere un modello di “Co-progettazione Comunitaria” obbligatoria tra Distretti Socio-Sanitari e Terzo Settore. La ricchezza relazionale e la propensione al mutuo soccorso tipiche della società siciliana devono essere formalizzate all’interno di “Patti di Solidarietà Locale”: i Comuni e l’Azienda Sanitaria Regionale possono co-finanziare progetti di condominio solidale, banche del tempo di quartiere e punti di ascolto territoriali coordinati dalle associazioni di volontariato. In questo modo, l’aiuto informale cessa di essere una supplente disperata delle carenze pubbliche e diventa parte integrante e riconosciuta di un sistema integrato di tutela.
In sintesi, la trasformazione del sistema di welfare non può prescindere da una sinergia profonda tra Stato e Regioni. Se per l’Italia la sfida consiste nel costruire un’infrastruttura normativa solida ed equa per la tutela dei diritti di chi cura e di chi viene curato, per la Sicilia si tratta di passare da una solidarietà subìta e faticosa a una rete di protezione pubblica strutturata. Solo coniugando l’efficienza dei servizi istituzionali con l’insostituibile calore del tessuto relazionale siciliano sarà possibile costruire un modello di sviluppo sociale veramente inclusivo e sostenibile.
FONTE DATI: ISTAT – AIUTI DATI, RICEVUTI E RETI DI SOLIDARIETÀ | ANNO 2024
Nota metodologica
L’analisi si basa sui dati dell’indagine “Famiglie e soggetti sociali”, condotta dall’Istat nel corso del 2024.
La rilevazione trae le sue informazioni direttamente dal Registro Base degli Individui (RBI), attingendo a un campione rappresentativo della popolazione adulta residente nel nostro Paese, con l’unica esclusione di chi vive in convivenze istituzionali (come residenze per anziani o caserme).
Per garantire una copertura accurata e rappresentativa di tutto il territorio nazionale, l’Istat ha coinvolto 860 Comuni italiani. Il disegno campionario ha previsto l’estrazione di circa 45.000 individui maggiorenni, scelti attraverso una stratificazione per sesso, cittadinanza e stato civile.
A fronte dei tassi di risposta e delle mancate partecipazioni, il campione effettivo su cui sono state realizzate e calibrate le analisi finali è composto da 27.274 persone




