C’erano anni – non troppo lontani, ma già avvolti da quella patina d’oro che solo la memoria sa stendere, in cui Palermo si svegliava, il 6 gennaio, con un rito semplice e affettuoso: la Befana del Vigile. Una tradizione popolare, spontanea, che sembrava uscita da una cartolina ingiallita e che raccontava molto della città e della sua gente.
Una tradizione che nasce prima della guerra
Le radici di questa usanza affondano negli anni Trenta, ma è nel secondo dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che la Befana del Vigile diventa un appuntamento immancabile. L’Italia stava rialzando la testa: nuove case, nuovi negozi, nuove strade e soprattutto nuovo traffico.
Al centro di questo fiume di automobili, come un metronomo vivente, c’era lui: il vigile urbano sulla pedana, con i guanti bianchi a tagliare l’aria e quei gesti ampi, quasi coreografici. A Palermo, dove l’automobile era già simbolo di modernità e libertà, il vigile diventava una presenza familiare. Lo si riconosceva dal portamento, dal modo di fischiare nel caos di via Roma o piazza Politeama, dalla postura che sembrava tenere insieme ordine e teatro.
Il rito dei doni: pacchi che raccontavano la città
Il 6 gennaio gli automobilisti non si limitavano a suonare il clacson, o almeno non soltanto per nervosismo, ma si fermavano per lasciare un dono. Un pacco avvolto alla buona, un fiocco storto, un “Auguri” scritto in fretta la sera prima.
Dentro, c’era l’anima delle famiglie palermitane:
panettoni con la scatola un po’ ammaccata, bottiglie di vino avvolte nel giornale, pasta, olio, sacchi di agrumi profumati, e per i più affettuosi qualche dolce o un giocattolo destinato ai figli del vigile, che magari osservavano il papà dalla strada sognando una bicicletta nuova.
Non mancavano i commercianti del quartiere, che partecipavano con generosità quasi cerimoniale: dal panificio alla bottega di formaggi, ogni dono era un modo sincero per dire «Grazie, picciò».
Quando il dono diventava doppio
La parte più bella di quella tradizione, però, era un’altra: molti vigili non trattenevano tutto per sé. Una quota consistente dei pacchi, soprattutto quelli più abbondanti, veniva raccolta e destinata a parrocchie, associazioni, case famiglia o famiglie in difficoltà.
Era una catena spontanea di solidarietà, figlia di una Palermo che, pur ferita e complicata, sapeva essere comunità. Una città capace di stringersi attorno ai suoi “ghisa” e, attraverso loro, ai più fragili.
La pedana sparisce… e con lei una festa
Poi arrivarono i semafori moderni, la nuova viabilità, la fine delle pedane rotonde che sembravano piccoli palchi affacciati sul teatro urbano. I vigili si spostarono dagli incroci agli uffici, e con loro scomparve anche la Befana del Vigile.
Negli anni Settanta l’usanza era già un ricordo; negli Ottanta quasi una leggenda da raccontare ai nipoti; oggi è un frammento di memoria collettiva, rievocato con un sorriso intriso di malinconia da chi l’ha vissuta.
Un ricordo che profuma di città
Rievocare oggi la Befana del Vigile significa aprire un cassetto di legno di quelli che odorano di agrumi e mercato: risalgono alla mente la voce del venditore ambulante, il rumore di una 500 stanca tra i palazzi liberty, la Palermo di un tempo che sapeva essere insieme rumorosa e gentile.
E soprattutto riaffiora un’idea semplice e profondamente siciliana: la gratitudine fatta gesto, senza fronzoli, senza cerimonie, affidata a un pacco di pasta e a un sorriso.
Una città che, per un giorno, si fermava non per il traffico, ma per dire grazie.




