“A trent’anni dall’applicazione di quella legge dobbiamo affrontare alcuni punti critici – continua Cracolici – come i tempi lunghi di assegnazione che pregiudicano le condizioni dei beni, spesso abbandonati o vandalizzati. C’è poi un paradosso nella gestione che penalizza soprattutto La Sicilia, che da sola conta il 40% dei beni sottratti ai clan dell’intero Paese: l’Agenzia nazionale dei beni confiscati ha una sede a Palermo e una a Reggio Calabria che deve occuparsi di oltre la metà dei beni della nostra Regione. Una frammentazione di competenze che soffoca le realtà produttive e non dà una visione unitaria della gestione in Sicilia”.
“Inoltre – conclude il presidente – l’assenza di una piattaforma digitale che possa rendere accessibile la mappa dei beni in attesa di assegnazione è un ostacolo alle opportunità di riutilizzo. Superare questi nodi critici è una priorità se non vogliamo vanificare il valore della confisca”.



