Terminata l’emergenza è l’ora della conta dei danni. I prolungati stop e disagi all’aeroporto Fontanarossa di Catania, in pieno Ferragosto, hanno accesso i riflettori su criticità che vanno ben oltre l’eruzione dell’Etna. Un evento naturale trasformato in una lente d’ingrandimento capace di mettere in chiaro tutti i limiti di una terra incapace di sfruttare al massimo la propria cornice attrattiva, tra mare ed entroterra, resa ancor più affascinante da una storia e un mosaico di tradizioni uniche nel suo genere. Anche quest’ultimo evento, però, ha dimostrato come osservare semplicemente la superficie non basta. Nell’Isola ormai abituata a fronteggiare le emergenze come una consuetudine, senza un piano strategico e programmatico ad ampio raggio nel lungo periodo, dove il nodo infrastrutturale non riesce ancora ad essere sciolto, una domanda sorge così spontanea: nella vasta concorrenza dell’area mediterranea perché turisti e viaggiatori provenienti da tutto il mondo dovrebbero continuare a scegliere proprio la Sicilia?
Le prime stime: un buco da 22 milioni di euro
Un quesito essenziale che pone così al centro la necessità di dover cambiare passo. A testimoniarlo sono anche i numeri. Per vivere di turismo bisogna saper sfruttare ogni forza e risorsa del territorio. L’ultima eruzione dell’Etna ha evidenziato i limiti, abbattendosi su tutta la filiera.
I primissimi dati di Assoesercenti racchiudono una stima, ma scattano una perfetta fotografia della portata dell’emergenza. Le perdite infatti si aggirerebbero intono ai 22 milioni di euro. L’analisi si basa sui voli cancellati, 684, e il relativo numero di passeggeri, circa 104mila, di cui 52mila potenziali viaggiatori turistici. Lo scenario massimo considerato è quello di 6 giorni di permanenza e 50% di spesa potenzialmente non recuperata. Un buco che non riguarda solo le strutture, ma l’intero comparto. Nel dettaglio dallo studio emerge il seguente impatto negativo: 8,8 milioni per ricettività e alloggio; 4,2 milioni per la ristorazione; 1,5 milioni trasporti, taxi e Ncc; 2 milioni commercio e shopping; 1,7 milioni escursioni, attività e altri servizi.
Un danno economico e di immagine che ha riguardato soprattutto l’intera Sicilia Orientale, ma che non ha risparmiato neanche la parte Occidentale. Tra il 7 e il 17 agosto l’aeroporto internazionale di Palermo Falcone Borsellino ha gestito 710 voli aggiuntivi, in arrivo e in partenza, tra dirottati dall’aeroporto di Catania e riprogrammazioni da e per lo scalo palermitano. Voli che, secondo le stime di Gesap hanno movimentato più di 112mila passeggeri. Giorni che si sono rivelati di grande confusione anche per il capoluogo siciliano. A questi si aggiunge il problema infrastrutture.
Le proposte di Cna
Non solo la cancellazione o il dirottamento dei voli. Gli sfortunati viaggiatori hanno anche dovuto affrontare lunghi e costosi viaggi. La maggior parte dei voli sono stati assorbiti da Palermo, ma anche Trapani e Comiso hanno teso la mano. Come raggiungere il capoluogo etneo? Pullman super gettonati e richiesti e presto terminati, onerosi tragitti in taxi, con costi esorbitanti, o treni. Quest’ultima non proprio la soluzione più comoda, pensando che da Trapani a Catania ci sono anche fino a 10 ore di distanza. Una condizione paradossale. La vacanza? Un vero e proprio viaggio della speranza. Già nei giorni dell’emergenza Cna Sicilia aveva chiesto “il potenziamento e la piena integrazione degli aeroporti di Comiso, Trapani e Palermo come alternative operative stabili e non come semplici ‘ruote di scorta’, al fine di non farsi trovare impreparati alla prossima emergenza“.
“Abbiamo avuto un calo complessivo nel territorio legato a tre questioni: il caro voli, il caro carburante e ora lo stop dell’aeroporto di Catania. Quest’ultima hanno comportato in alcuni casi anche una perdita del 45% complessivo del totale“. Ha spiegato il segretario territoriale di Cna Ragusa Carmelo Caccamo, che focalizzandosi sulla sola provincia di Ragusa ha aggiunto: “Abbiamo fatto una rilevazione tenendo conto di strutture alberghiere, extralberghiere, e di tutto l’indotto, come la ristorazione, il mondo dell’escursione, tutto ciò che gira intorno ai volumi, la catena del valore complessivo. Tutto questo, guardando solo il dato del periodo legato alla cenere ha comportato dal 18% al 25% di perdite“.
Un quadro più complesso e articolato. Caccamo ha così lanciato l’appello per “istituire un fondo specifico regionale che possa consentire un ristoro alle aziende dell’indotto. Risarcire le piccole aziende è sempre complicato, quindi occorre un sostegno da parte della Regione. Il problema non può essere l’Etna. Il tema è che non abbiamo le strade e i collegamenti immediati per trasportare le persone da Palermo a Catania o da Trapani a Catania la notte e la gente deve trovare un taxista disponibile“.
Da Ragusa a Taormina, fino a Siracusa
Ragusa è stata così una delle provincie che più ha risentito dello stop ai voli da e per Catania. Gravi ripercussioni, però, sono state registrate anche a Taormina e Siracusa. Due centri siciliani conosciuti in tutto in mondo e capaci di attirare da soli la fetta più consistente del turismo internazionale.

“I disagi sono stati tantissimi e situazioni difficili come questa diventano anche un’occasione per fare polemiche e sciacallaggio. Ho guardato i numeri e come è stata gestita l’emergenza. Chiaramente abbiamo delle idee di come poterle risolvere, ma è troppo facile prendersela con i gestori dell’aeroporto di Catania, perché è doveroso aggiungere che una grande colpa ce l’hanno le compagnie aeree“. Ha spiegato Gerardo Schuler, presidente dell’Associazione Albergatori di Taormina che ha aggiunto: “Non hanno rispettato i loro obblighi di assistere i passeggeri, di dirottarli su altri voli, di organizzare i trasferimenti gommati tra gli aeroporti coinvolti Palermo e Catania, non hanno fornito pasti o alberghi. Ancor più grave la scelta per giorni di cancellare unilateralmente molti dei loro voli, non per forza maggiore, ma per mero calcolo economico e convenienza operativa, aggravando una situazione già caotica di per sé“.
Le perdite per Taormina? “Ci muoviamo fra il 10 e il 20% di danno sul mese di agosto, uno dei mesi principali della stagione, perché giornalmente circa il 10-15% delle camere sono state cancellate. Circa 15-20% del prenotato è saltato. Questo prenotato in piccola parte è stato salvato da chi non poteva partire ed è stato costretto a prolungare, ma solo in parte. Alcuni poi sono riusciti, chiaramente avendo le camere libere sotto Ferragosto, a vendere con delle tariffe molto più basse“.
Non è andate meglio a Siracusa. A raccontarlo è stato l’imprenditore Giuseppe Rosano, ex presidente Noi Albergatori: “Le cancellazioni sono arrivate a pioggia. Si è creato un danno economico rilevante, nel momento in cui non si riesce a sostituire le cancellazioni con prenotazioni last minute. Un danno economico che si continua a ripetere adesso in maniera forse più incisiva rispetto al passato. Tra l’altro quello che sentiamo dai tour operator e dalle agenzie di viaggi è che si sta creando un’immagine negativa, soprattutto per l’aeroporto di Catania. C’è anche un aspetto che stiamo cercando di contenere: il risarcimento della prenotazione. Tutti vorrebbero restituito il versamento che hanno fatto o che avrebbero dovuto fare e stiamo cercando di adottando qualche sistema, come prevede, sempre che i clienti lo accettino, di tenere l’importo e dare la possibilità a chi ha prenotato, soprattutto agli stranieri, di poter utilizzare la stessa somma nel giro di 24 mesi e talvolta anche 36. Questo anche per cercare di non perdere la potenzialità di questa prenotazione che abbiamo registrato nel nostro territorio e quindi non vogliamo perdere neanche per il futuro. Quello che viene constatato è anche che ormai viviamo di emergenza e quindi non riusciamo neanche a partorire quello che potrebbe essere un piano B come succede in Islanda e come succede in tutti i territori dove ci sono questi fenomeni“.
Gli ultimi dati su Siracusa? “Stiamo facendo un’analisi. Abbiamo sommato circa un 10% di prenotazione, almeno nel nostro territorio, che hanno inciso negativamente. Bisognerebbe però farlo non soltanto con gli alberghi, di cui abbiamo noi contezza, ma anche con le strutture extralberghiere, di cui però non abbiamo avuto risposta perché è molto dispersivo. Tutto quello che è perso è perso e non lo recuperi più. Certamente si confida sempre che le cose possano riavviarsi positivamente nei mesi di settembre-ottobre, che sono due mesi sicuramente molto ricchi di prenotazioni, soprattutto straniera“.
Esiste un piano B?
“O si trovano delle soluzioni o il rischio è di perdere tanto – ha spiegato Franza – e che venga meno la voglia di venire in Sicilia, soprattutto quella Orientale. Uno dei temi principali è sicuramente quello delle infrastrutture. E’ chiaro che con un sistema di collegamento efficiente le cose cambiano. Immaginiamo per esempio un collegamento in treno tra l’aeroporto di Palermo e quello di Catania in un’ora o da Messina all’aeroporto di Catania in mezz’ora o quaranta minuti. Il problema rimarrà fin quando non ci saranno infrastrutture autostradali o ferroviarie sufficienti“.
E’ possibile iniziare un percorso già ora in vista della prossima estate? “A livello di infrastrutture in un anno non si può fare nulla. Serve una programmazione a lungo termine per rendere i collegamenti efficaci. A breve termine è dura, per cui le uniche soluzioni potrebbero essere di preparare immediatamente sia Sigonella sia Comiso con delle infrastrutture leggere. Una cosa che in teoria si potrebbe realizzare anche in sei mesi, ma bisognerebbe farlo fin da ora e organizzare immediatamente anche un flusso di autobus o pullman sufficiente per poter intervenire immediatamente nel trasportare le persone da uno scalo all’altro. Quello che serve, però, è una programmazione a lungo termine e soprattutto efficace“.




