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Un anno difficile per l'informazione

Libertà di stampa in Europa e in Italia 2025: per i giornalisti crescono le pressioni quotidiane per i rischi legali e digitali

lunedì 23 Febbraio 2026

L’analisi 2025 sulla libertà di stampa, realizzata dal Media Freedom Rapid Response (MFRR) tramite la piattaforma Mapping Media Freedom (https://www.mappingmediafreedom.org), offre una fotografia completa della situazione in Europa, nel periodo gennaio-giugno 2025, includendo sia gli Stati membri dell’Unione Europea sia i Paesi candidati.

Lo studio mira a documentare non solo episodi di violenza fisica o legale, ma anche le pressioni digitali e amministrative che giornalisti e redazioni affrontano quotidianamente, fornendo strumenti concreti a istituzioni, organizzazioni di categoria e cittadini.

Nel corso dell’anno, sono stati osservati numerosi episodi di intimidazione, contenziosi strategici (SLAPP), minacce online e interferenze burocratiche. L’indagine evidenzia un aumento della pressione istituzionale, con governi e funzionari pubblici sempre più spesso protagonisti indiretti delle violazioni.

L’Italia emerge come contesto significativo: pur non tra i Paesi con maggiori aggressioni fisiche, affronta una combinazione di contenziosi legali, interferenze amministrative e rischi digitali che incidono sulla quotidianità delle redazioni, mettendo in luce il lato umano di chi lavora sul campo.

Con questa analisi intrecciando dati, tendenze e storie personali, documentiamo come il giornalismo europeo e italiano continui a sopportare pressioni crescenti e come i professionisti del settore mantengano resilienza, passione e impegno civile.

 

Il giornalismo in Europa è sotto pressione: dati e storie

 

Camminando tra le strade di Bruxelles, Belgrado o Tbilisi, i giornalisti europei affrontano sfide quotidiane che spesso non emergono dai numeri. L’analisi del MFRR (https://www.mfrr.eu), basata sulle segnalazioni raccolte tramite Mapping Media Freedom (https://www.mappingmediafreedom.org), racconta un continente in cui la libertà di stampa convive con pressioni sottili ma pervasive.

 

 

UNA PANORAMICA A LIVELLO EUROPEO DELLE MINACCE PER LA STAMPA

Nel 2025, migliaia di operatori dei media hanno vissuto situazioni di intimidazione e minacce legali o digitali.

Nel panorama europeo tracciato dal Media Freedom Rapid Response – Monitoring Report 2025, la fotografia complessiva restituisce un quadro di pressione diffusa e strutturale. Nel periodo gennaio–giugno 2025, il sistema di monitoraggio Mapping Media Freedom ha registrato 1.481 violazioni della libertà di stampa in Europa, coinvolgendo 2.377 tra persone e organizzazioni attive nel settore dell’informazione. Non si tratta soltanto di episodi isolati, ma di un insieme di eventi che, sommati, delineano una tendenza consolidata.

Le violazioni censite coprono un ampio spettro di tipologie:

-Una quota rilevante riguarda intimidazioni e minacce, spesso di natura verbale o online, che costituiscono una delle categorie più frequenti. Gli attacchi digitali, incluse campagne coordinate di disinformazione o molestie attraverso piattaforme social, rappresentano una componente crescente del fenomeno. La dimensione online, sempre più centrale nell’ecosistema informativo europeo, si conferma anche uno spazio vulnerabile.

-Non mancano le aggressioni fisiche, registrate in diversi Paesi, spesso in occasione di manifestazioni pubbliche o eventi politicamente sensibili. Sebbene numericamente inferiori rispetto alle intimidazioni verbali, questi episodi hanno un impatto simbolico rilevante perché colpiscono direttamente la sicurezza personale.

-Un capitolo significativo riguarda poi le azioni legali strategiche (SLAPP), utilizzate per scoraggiare inchieste o commenti critici attraverso il peso economico e psicologico del contenzioso. Il monitoraggio evidenzia come questo strumento sia diffuso in più Stati membri, con una concentrazione particolare in alcuni contesti nazionali dove il ricorso alla via giudiziaria assume dimensioni sistemiche.

-Il rapporto segnala inoltre episodi di interferenza politica, restrizioni nell’accesso alle informazioni e casi di sorveglianza tecnologica, inclusi scandali legati all’uso di spyware. La protezione delle fonti e la sicurezza delle comunicazioni emergono come temi centrali nel dibattito europeo.

Dal punto di vista geografico, le violazioni non si concentrano esclusivamente in un’area specifica del continente. Paesi dell’Europa centrale, occidentale e meridionale compaiono con numeri significativi, a conferma che il problema non riguarda soltanto contesti percepiti come fragili dal punto di vista democratico.

Nel complesso, i 1.481 casi registrati in un anno equivalgono a una media di oltre quattro episodi al giorno in Europa. Una frequenza che suggerisce come la libertà di stampa, pur garantita formalmente in molti ordinamenti, sia sottoposta a pressioni continue e articolate. La tendenza non indica un collasso improvviso, ma un accumulo progressivo di criticità che richiede attenzione sistemica a livello europeo.

Camminando tra le strade di Bruxelles, a Belgrado o a Tbilisi, i giornalisti europei affrontano ogni giorno una tensione sottile ma reale. Non sempre ci sono manganelli o aggressioni fisiche davanti agli occhi: a volte la minaccia si nasconde nelle querele temerarie, nelle richieste di risarcimento e nelle campagne di delegittimazione online. Nel 2025, i monitoraggi del MFRR raccontano come migliaia di operatori dei media abbiano vissuto pressioni di questo tipo in tutta Europa.

In Ucraina, chi copre il conflitto sa che ogni uscita sul campo può significare rischio di vita, ma anche l’attenzione costante di chi vuole silenziare l’informazione. A Belgrado, giornalisti indipendenti vengono esclusi da conferenze stampa o ricevono messaggi intimidatori dopo aver pubblicato inchieste sulla corruzione. Non sono solo dati: sono vite quotidiane segnate da decisioni difficili tra sicurezza personale e dovere di raccontare.

Oltre alla violenza diretta, la pressione istituzionale cresce. In alcuni Paesi UE, come l’Ungheria, le redazioni devono confrontarsi con una concentrazione dei media e un’influenza politica che restringono spazi editoriali. In Serbia e Georgia, la pressione si fa più pesante, combinando intimidazioni dirette e ostacoli burocratici. Anche il digitale diventa terreno di rischio: campagne di odio sui social, hacking dei sistemi informatici e spyware aumentano l’insicurezza, colpendo non solo la reputazione dei giornalisti ma la protezione delle loro fonti.

Questa mappa europea mostra una tendenza chiara: la minaccia alla libertà di stampa non è più solo fisica, ma sistemica. I giornalisti sopportano pressioni continue, in ambienti in cui ogni articolo può innescare contestazioni legali, accuse di partigianeria o attacchi digitali.

Non sono solo dati: sono storie di giornalisti che pianificano il lavoro con attenzione, proteggono archivi digitali e fonti, e cercano di mantenere l’informazione indipendente.

 

Nel dettaglio

Crescono le pressioni istituzionali

L’indagine sottolinea una crescita delle pressioni governative: nel 2025, il 17,7% delle violazioni documentate ha origine da governi o funzionari pubblici, con punte del 20,9% negli Stati UE. Dichiarazioni pubbliche, restrizioni legislative e limitazioni nell’accesso agli atti costituiscono strumenti di pressione che incidono sul lavoro dei giornalisti e delle redazioni.

Ungheria (https://www.mappingmediafreedom.org/country-profiles/hungary/) e Polonia sono esempi di come il pluralismo e l’indipendenza editoriale possano essere compressi senza ricorrere a violenze fisiche.

Serbia (https://www.mappingmediafreedom.org/country-profiles/serbia/) e Georgia (https://www.mappingmediafreedom.org/country-profiles/georgia/) mostrano invece pressioni sistemiche dirette che rendono più complesso lavorare come freelance o redazione indipendente.

 

Violenza fisica, rischi quotidiani ma anche minacce digitali 

Nonostante l’Europa resti formalmente sicura, la violenza fisica non è scomparsa. Manifestazioni pubbliche, proteste o contesti ad alto rischio espongono i giornalisti a aggressioni e minacce.

In Ucraina, la morte di tre reporter nel 2025 evidenzia i pericoli reali del giornalismo di guerra. Anche in contesti pacifici, tensioni politiche e sociali possono tradursi in intimidazioni fisiche o verbali, costringendo le redazioni a riorganizzare il lavoro e pianificare strategie di sicurezza.

La nuova frontiera della minaccia è digitale: oltre un quarto delle violazioni documentate coinvolge hacking, spyware, campagne online di delegittimazione e disinformazione.

Freelance e redazioni devono proteggere fonti, archivi e comunicazioni, integrando competenze legali e tecniche nella gestione quotidiana della professione.

Molti giornalisti raccontano l’ansia di vedere i loro dispositivi spiati, di temere intrusioni informatiche su email e chat. Il digitale ha aperto un nuovo fronte, e la sicurezza online è diventata parte integrante della professione. Freelance e redazioni imparano ogni giorno a gestire questa vulnerabilità, adattando strumenti, comportamenti e procedure.

Ma non è solo paura: è anche resilienza. Le redazioni italiane continuano a pubblicare storie importanti, nonostante querele, interferenze e spyware. Questo lato umano del giornalismo è spesso invisibile nei numeri, ma è il cuore pulsante della libertà di stampa: giornalisti che rischiano la propria sicurezza per informare i cittadini, che difendono il pluralismo e la trasparenza, e che ogni giorno compiono scelte difficili tra rischio personale e dovere professionale.

Normative come la Direttiva anti-SLAPP (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32024L1069) e l’EMFA (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32024R1083) offrono strumenti di tutela, ma richiedono applicazione concreta per essere efficaci.

Il delicato equilibro in Italia: tra pressioni legali, amministrative e digitale

 

In Italia, la libertà di stampa vive un equilibrio delicato. Non è la violenza fisica il problema principale: la pressione è legale, amministrativa e digitale.

Una redazione di provincia, per esempio, può essere costretta a ritirare un’inchiesta su un appalto pubblico dopo lettere legali intimidatorie o campagne online contro i giornalisti. Freelance e reporter investigativi devono costantemente valutare rischi e strategie, proteggere dispositivi e fonti, e decidere come pubblicare senza compromettere la propria sicurezza o quella delle fonti.

L’indagine MFRR documenta decine di cause SLAPP, interferenze nell’accesso agli atti pubblici e spyware mirati. Questi strumenti generano un effetto chilling concreto: redazioni piccole o freelance possono dover sospendere indagini critiche per questioni di sicurezza legale o digitale.

I dati italiani nel MFRR

Nel periodo gennaio-dicembre 2025, il database Mapping Media Freedom, avevamo già indicato che in Europa 1.481 sono avvenute violazioni della libertà di stampa, che hanno coinvolto 2.377 persone o entità legate al mondo dell’informazione. Dentro questa fotografia continentale, il caso italiano conta 118 incidenti documentati, per un totale di 200 tra persone e realtà editoriali colpite.

Non sono cifre marginali. Non sono oscillazioni fisiologiche. Sono numeri che raccontano un clima.

Se si osserva la distribuzione qualitativa delle segnalazioni, circa la metà degli episodi italiani rientra nella categoria delle intimidazioni verbali: insulti, campagne di delegittimazione, attacchi personali, pressioni pubbliche o veicolate attraverso piattaforme digitali. Non si tratta solo di frizioni dialettiche. Il fenomeno assume spesso la forma di azioni coordinate, volte a screditare o isolare chi svolge attività informativa su temi sensibili.

Accanto alle aggressioni verbali, il panorama include azioni legali con caratteristiche riconducibili alle SLAPP, querele o cause civili strategiche utilizzate per esercitare pressione economica e psicologica. La dimensione giudiziaria, in questi casi, diventa parte del problema: non sempre l’obiettivo è vincere nel merito, quanto piuttosto scoraggiare l’attività di inchiesta attraverso l’erosione delle risorse e del tempo.

Ricordiamo anche un altro dato: secondo Reporters Without Borders, l’Italia si colloca al 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa (https://tg24.sky.it/cronaca/2025/05/02/liberta-stampa-mondo-italia-classifica), segnando una flessione rispetto all’anno precedente.

Questo dato riflette l’impatto concreto di SLAPP, interferenze e pressioni digitali sulle redazioni italiane.

Il documento europeo richiama inoltre l’attenzione su un elemento particolarmente delicato: l’Italia è stata teatro di uno dei più gravi scandali legati all’uso di spyware nell’Unione europea con il caso Paragon-Fanpage. La dimensione digitale, quindi, non rappresenta un capitolo separato ma un’estensione delle dinamiche di pressione.

Intercettazioni indebite, sorveglianza tecnologica, vulnerabilità dei dispositivi: la sfera online non è solo spazio di espressione, ma anche terreno di rischio.

Quando si collocano questi 118 casi nel contesto dei 1.481 registrati a livello europeo, il dato nazionale assume un peso specifico rilevante. L’Italia non è il Paese con il numero assoluto più alto, ma si posiziona stabilmente tra quelli con criticità strutturali persistenti. Il fenomeno non appare episodico né legato a una contingenza straordinaria.

Lo scandalo spyware Fanpage

Piuttosto, sembra inserirsi in una tendenza che negli ultimi anni ha visto crescere la conflittualità tra potere politico, interessi economici e attività informativa.

I 200 soggetti coinvolti non sono statistiche astratte. Dietro ogni segnalazione c’è una persona che ha dovuto fare i conti con una minaccia, un procedimento giudiziario, un’aggressione durante una manifestazione, una campagna di discredito. Il numero racconta un sistema; le storie individuali raccontano l’impatto concreto di quel sistema.

Nel semestre analizzato, emergono episodi che riguardano manifestazioni pubbliche in cui operatori dell’informazione sono stati ostacolati o colpiti mentre documentavano eventi. Altri casi riguardano tensioni generate da inchieste su criminalità organizzata, gestione di risorse pubbliche o temi ambientali.

In più circostanze, la pressione non assume la forma della violenza diretta ma quella più sottile dell’isolamento istituzionale: accesso limitato alle informazioni, esclusione da conferenze, ritardi nelle risposte alle richieste di trasparenza.

Il quadro italiano, così delineato, è quello di una pericolosa normalizzazione della pressione. È questo l’aspetto più insidioso: la frequenza degli episodi rischia di trasformare l’eccezione in consuetudine. Quando le intimidazioni verbali diventano quasi la metà dei casi registrati, il confine tra critica legittima e attacco sistematico tende ad assottigliarsi.

La dimensione giudiziaria rappresenta un ulteriore elemento di fragilità. Le cause strategiche contro la partecipazione pubblica, anche quando non si concludono con condanne, producono effetti concreti: spese legali, tempi lunghi, incertezza professionale. Per le piccole realtà editoriali o per i freelance, l’impatto può essere particolarmente gravoso.

Sul piano digitale, lo scandalo legato allo spyware segnala una vulnerabilità che supera il singolo caso. La possibilità che strumenti di sorveglianza vengano utilizzati contro chi svolge attività informativa tocca il cuore della protezione delle fonti e della riservatezza delle comunicazioni. Non è solo una questione tecnica: è una questione di fiducia nel sistema democratico.

Nel confronto europeo, l’Italia si muove in una fascia intermedia-alta per numero di segnalazioni, ma con una caratteristica peculiare: la combinazione di pressioni verbali diffuse, contenziosi legali e rischi digitali. Non un’unica tipologia dominante, bensì una pluralità di fattori che si intrecciano.

La lettura di questi dati suggerisce che la questione non può essere ridotta a singoli episodi. I 118 incidenti registrati in un anno indicano una frequenza media di circa due casi a settimana. È un ritmo che, se mantenuto, incide sulla percezione stessa del mestiere di informare.

Eppure, accanto ai numeri, resta il lato umano. Ogni segnalazione implica scelte quotidiane: decidere se pubblicare, se proseguire un’inchiesta, se affrontare un’aula di tribunale, se continuare a esporsi in contesti potenzialmente ostili. I dati delineano una tendenza; le persone ne vivono le conseguenze.

Nel loro insieme, le cifre italiane restituiscono l’immagine di un Paese in cui la libertà di stampa non è formalmente negata, ma sottoposta a una pressione costante, articolata e crescente. Non un crollo improvviso, ma un logoramento progressivo. E proprio in questa gradualità si annida la sfida più complessa: riconoscere il fenomeno prima che diventi strutturale e irreversibile.

 

 Come proteggere la libertà di stampa e di informazione?

 

La libertà di stampa in Europa e in Italia nel 2025 vive una fase di pressione costante, sottile e articolata. I dati raccolti dall’indagine del MFRR mostrano che non basta monitorare gli episodi di aggressione fisica: le minacce legali, le interferenze digitali e amministrative possono erodere progressivamente l’autonomia dei giornalisti.

Per questo, le conclusioni del documento si concentrano sulle possibili linee di intervento concrete, pensate per tutelare i professionisti e rafforzare il pluralismo dell’informazione:

Il primo punto riguarda le cause civili e penali strategiche, le cosiddette SLAPP. Queste azioni legali non solo mettono sotto pressione redazioni e freelance, ma rallentano inchieste di interesse pubblico. La pubblicazione sottolinea che un’applicazione rigorosa della Direttiva anti-SLAPP e dell’European Media Freedom Act (EMFA) rappresenta uno strumento fondamentale. Non si tratta solo di proteggere le testate più piccole, ma di garantire che il giornalismo investigativo possa operare senza la costante minaccia di un contenzioso che paralizza la pubblicazione. La narrativa emergente mostra giornalisti che, consapevoli di queste pressioni, organizzano il lavoro in team, proteggono i dati e pianificano strategie di difesa legale, dimostrando come la resilienza operativa diventi parte integrante del mestiere.

Un secondo filone riguarda la protezione digitale. L’uso crescente di spyware, hacking e campagne di disinformazione mette a rischio la sicurezza dei dati e delle fonti. Le redazioni italiane, ma anche quelle europee, hanno dovuto riorganizzare procedure interne, adottare sistemi di crittografia e formazione continua sul rischio digitale. L’intervento suggerito non è puramente tecnico: deve combinare strumenti di sicurezza con linee guida giuridiche e protocolli chiari, in modo che le informazioni sensibili siano protette e i giornalisti possano lavorare con serenità, senza il timore di intrusioni o ritorsioni online.

Un terzo elemento strategico riguarda il pluralismo e il sostegno ai media locali. Il documento evidenzia come la concentrazione proprietaria possa limitare l’indipendenza editoriale, creando un ambiente in cui solo alcune voci dominano il dibattito pubblico. Le linee di intervento propongono misure che incoraggino diversità e autonomia, garantendo che testate locali e freelance abbiano accesso a risorse, formazione e strumenti legali adeguati. Non è un problema solo economico: riguarda la capacità di un Paese di assicurare che l’informazione resti libera e rappresentativa di tutte le comunità.

freedom of the press

La trasparenza istituzionale è un altro pilastro fondamentale. La difficoltà di accesso agli atti pubblici, le lunghe procedure burocratiche e l’ostruzionismo amministrativo ostacolano giornalisti e redazioni. Le proposte suggeriscono interventi concreti per semplificare e rendere più rapidi i processi di accesso alle informazioni, aumentando la responsabilità degli uffici pubblici e la trasparenza nella gestione dei dati. Questo aspetto è cruciale soprattutto per chi lavora su inchieste ambientali, sanitarie o giudiziarie, dove ritardi o rifiuti di accesso possono compromettere la qualità e la tempestività dell’informazione.

Infine, la formazione e la sensibilizzazione rappresentano un intervento trasversale e imprescindibile. Non basta garantire norme e strumenti: è fondamentale che giornalisti, redazioni, amministratori pubblici e cittadini comprendano il valore della libertà di stampa. L’investimento in competenze digitali, gestione del rischio legale e consapevolezza dei diritti costituisce un elemento centrale per costruire un ambiente sicuro e sostenibile. Lo studio mostra come i giornalisti che ricevono supporto formativo e accesso a strumenti adeguati affrontino con maggiore efficacia le pressioni, preservando l’integrità e la qualità delle inchieste.

Queste linee di intervento non sono isolate, ma interconnesse: la protezione legale, la sicurezza digitale, il pluralismo, la trasparenza e la formazione creano un ecosistema in cui il giornalismo può prosperare, anche in presenza di pressioni esterne. In Italia, dove le SLAPP, le interferenze amministrative e gli attacchi digitali rappresentano una realtà quotidiana, la loro applicazione potrebbe ridurre significativamente rischi e vulnerabilità. L’esperienza europea mostra che combinare strategie legislative, tecnologiche e culturali aumenta la resilienza dei giornalisti e rafforza il ruolo della stampa come pilastro democratico.

Proteggere la libertà di stampa significa non solo difendere dati e articoli, ma difendere persone e storie, garantire sicurezza, autonomia e la possibilità di raccontare senza timore. Ogni linea di intervento proposta mira a creare un contesto in cui il giornalismo può svolgere pienamente la propria funzione di controllo, informazione e partecipazione democratica, riconoscendo l’importanza del lato umano dei professionisti che, giorno dopo giorno, affrontano rischi concreti per svolgere il loro mestiere.

 

Fonte dati: MFRR-Media-Freedom-Monitoring-Report-Jan-Jun-2025

 

 

 

 

Nota metodologica 

Il Media Freedom Monitoring Report (January–June 2025) è elaborato nell’ambito del consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR), iniziativa cofinanziata dalla Commissione europea che riunisce organizzazioni specializzate nella tutela della libertà di stampa, tra cui l’European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF), ARTICLE 19 Europe, la Federazione europea dei giornalisti (EFJ), Free Press Unlimited e Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

I dati provengono dalla piattaforma Mapping Media Freedom (https://www.mappingmediafreedom.org), integrando: segnalazioni dirette di giornalisti e redazioni, media locali e nazionali, dati di EFJ e IPI, comunicati ufficiali e documenti giudiziari.

La base empirica dell’analisi è il database Mapping Media Freedom, una piattaforma pubblica che raccoglie e verifica segnalazioni di violazioni nei confronti di operatori dell’informazione nei Paesi dell’Unione europea e in altri Stati europei monitorati. I dati vengono acquisiti attraverso un sistema multilivello: segnalazioni dirette da parte delle persone coinvolte o delle redazioni, contributi di organizzazioni partner nazionali, monitoraggio costante delle fonti aperte (media, comunicati ufficiali, documentazione giudiziaria), oltre a verifiche incrociate effettuate dal team di ricerca.

Ogni caso viene classificato secondo categorie standardizzate (aggressioni fisiche, intimidazioni, azioni legali abusive, interferenze politiche, violazioni digitali, ecc.), con indicazione del Paese, della tipologia di attacco, del soggetto colpito e del contesto. Prima della pubblicazione, le segnalazioni vengono sottoposte a un processo di validazione editoriale per garantirne accuratezza, coerenza e tracciabilità.

Il risultato è un monitoraggio comparativo e aggiornato, fondato su criteri metodologici condivisi a livello europeo.

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