Geograficamente più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, Pantelleria nella sua storia millenaria è stata da sempre oggetto di invasioni e incursioni, un crocevia di popoli che ne hanno plasmato tradizioni e identità. Proprio come il suo vulcano sommerso ne ha plasmato la geografia regalandoci paesaggi scolpiti nella roccia. Pantelleria è un’isola seduttiva capace di ricordarci di quanto possa essere forte il legame tra uomo e natura, raccontato per la prima volta da Omero nella sua Odissea. Presumibilmente infatti il mito di Calypso è associato all’isola di Pantelleria, (l’isola di Ogigia, che nell’Odissea è l’sola dove approdò Ulisse, rappresenterebbe proprio Pantelleria) e attraverso la sua leggenda simboleggia proprio il potere seduttivo dell’isola, capace di affascinare chi vi approda. Come Ulisse, trattenuto dalla ninfa con la promessa dell’immortalità, anche i visitatori di Pantelleria restano conquistati dalla sua natura selvaggia, dai paesaggi incontaminati e dal suo isolamento. Il mito rappresenta così il contrasto tra il desiderio di restare in un luogo incantevole e il bisogno di riprendere il proprio cammino.
Gli impervi paesaggi che rischiano di declinare l’isola con appellativi del calibro di “ispida” ci hanno saputo donare, come un fiore nel deserto, assolute rarità figlie di una natura resiliente e di quell’uomo, che sa dialogare con lei ricordandoci ancora una volta del forte legame che li unisce. Quando si parla di assolute rarità si parla del genoma dell’isola di Pantelleria, diviso a metà tra i suoi capperi e il passito. Scopriamoli insieme:
Capperi di Pantelleria “l’orchidea del Mediterraneo che profuma di mare”
Il Cappero di Pantelleria IGP dal 1996 è uno dei prodotti più rappresentativi dell’isola. Si distingue per la forma tondeggiante, il colore verde tendente al senape, il profumo intenso e il sapore aromatico e sapido. Il suo gusto caratteristico è dovuto anche all’elevata presenza di glucocapparina, una sostanza naturale favorita dai terreni vulcanici di Pantelleria che lo distingue da tutte le altre varietà di cappero presenti sul mercato e che ha contribuito al riconoscimento del marchio di qualità “IGP – indicazione geografica protetta”. Una delle caratteristiche resilienti principali del cappero emerge proprio al momento della raccolta, perchè al fine di proteggere le piante dai forti venti, le stesse, supportate dagli interventi degli agricoltori, nei secoli di coltivazione hanno sviluppato una crescita in larghezza restando piuttosto basse al ridosso del terreno. Questo fattore rende difficoltosa la raccolta per la posizione scomoda da assumere. Facendo un accenno alla conservazione dei capperi, al fine di preservarne tutte le qualità, vengono tradizionalmente messi sotto sale marino, metodo che ne garantisce la conservazione anche per diversi anni. Prima del consumo è necessario eliminare il sale in eccesso con un lavaggio. Grazie al suo sapore deciso, il cappero è un ingrediente fondamentale della cucina mediterranea e viene utilizzato per arricchire piatti a base di pasta, carne, pesce e verdure come la prelibata “insalata pantesca” nella quale l’aroma dei capperi da un tocco inconfondibile tra patate bollite, cipolla, pomodori, olive, olio e origano, rigorosamente locali.
Passito di Pantelleria “il vino più antico del mondo”
Un’affermazione che ha un peso imponente e che si lega a doppio nastro all’antico metodo di coltivazione chiamato “Alberello Pantesco” che è proprio tipico della coltivazione della vite di Pantelleria. Le viti vengono coltivate come piccoli cespugli all’interno di conche scavate nel terreno, che le proteggono dai forti venti e aiutano a trattenere l’umidità nei suoli aridi. Un’altra forma affascinante di resilienza agricola la cui tecnica si ritiene sia stata introdotta dai Fenici nell’VIII secolo a.C. insieme alla coltivazione dello zibibbo. La coltivazione dell’Alberello Pantesco richiede un intenso lavoro manuale, che permette di selezionare solo i grappoli migliori al momento della raccolta. Per produrre il celebre Passito di Pantelleria, le uve di zibibbo vengono poi lasciate appassire al sole (di cui appunto la parola passito): questo processo concentra gli zuccheri naturali, mantenendo al tempo stesso una piacevole acidità e conferendo al vino il suo caratteristico aroma ricco e intenso. Grazie ai terreni vulcanici, ricchi di minerali, le uve acquisiscono un caratteristico sapore minerale e sapido. Lo zibibbo è utilizzato soprattutto per la produzione del celebre Passito di Pantelleria, ma anche di vini bianchi secchi. Per il suo valore storico, culturale e agricolo, nel 2014 l’Alberello Pantesco è stato riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, diventando la prima pratica agricola a ricevere questo importante riconoscimento.



