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“Parlate di Mafia”: a Palermo il convegno di FdI ricordando Paolo Borsellino CLICCA PER IL VIDEO

martedì 19 Luglio 2022

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A Palermo il convegno “Parlate di Mafia” organizzato da Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Parola d’ordine è vietato dimenticare. A trent’anni dalla strage di via D’Amelio, dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, esiste una eredità di cui essere degni. La lezione dei magistrati antimafia, consapevoli di rischiare la vita per combattere Cosa Nostra, spesso lasciati soli dalle istituzioni, deve essere tramanda ai giovani e alle future generazioni.

Sono sempre stato diffidente nei confronti di chi dalla mattina alla sera parla di antimafia. Sono pericolosi, pericolosi. Perché fanno la lista dei buoni e dei cattivi, perché si ergono ad avere una superiorità genetica, perché fanno gli anti-mafiosi per mestiere, perché si auto-accreditano una sorta di passaporto: questa parabola per molti dei professionisti dell’antimafia è durata poco e si è conclusa nelle aule di giustizia, nelle pagine di cronaca nera e giudiziaria dei giornali. Erano mestieranti, il più pulito aveva la rogna”. Lo ha affermato il presidente della Regione Nello Musumeci, intervenendo al convegno in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta assassinati trent’anni fa nella strage di via D’Amelio.

Io avevo 39 anni quando la mafia mi condannò a morte, una sentenza che non venne eseguita per due ore: quando i servizi intercettarono la telefonata e sventarono l’attendato dinamitardo davanti casa mia – ha aggiunto il governatore della Sicilia – Ero colpevole di avere sottratto alla mafia un appalto di 52 miliardi di lire per un centro sportivo che si doveva realizzare ai piedi dell’Etna. Da allora sono stato sotto scorta. Ma non ne abbiamo mai fatto un mestiere, anzi l’abbiamo evitato. Per noi di destra, l’antimafia è nel codice genetico”.

“Con i gruppi parlamentari di Camera e Senato abbiamo voluto raccontare questo momento di riflessione, convinti che le istituzioni abbiano, oltre al dovere del ricorso, anche l’obbligo della ricerca della verità e mettere la parola fine ad uno dei momenti di maggiore fibrillazione della nostra società, a partite dalle stragi del ’92”, ha detto la deputata alla Camera di Fratelli d’Italia, Carolina Varchi, e vicesindaco del Comune di Palermo.

“Una giornata importantissima per noi palermitani e per tutti i siciliani – commenta Alessandro Aricò, assessore regionale all’Istruzione e alla Formazione professionale – Una giornata di memoria ma che guarda anche al futuro, avendo la possibilità di confrontarci anche con le nuove generazioni”.

Non possiamo permetterci in nessun modo di far confondere quelli che sono i ruoli degli enti pubblici con la criminalità organizzata che respinta in tutte le occasioni. Oggi parliamo di legalità e di lotta alla mafia senza se e senza ma”, ha detto l’assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo, Manlio Messina.

Si tratta di temi sempre attuali. Nel 2022 è ancora fondamentale ragionare, e non solo commemorare, su quanto ancora la criminalità mafiosa è presente nella nostra società. Le notizie odierne dimostrano come sia importante confrontarci con le norme e con i comportamenti individuali e collettivi, dimostrando come i nostri eroi, Falcone e Borsellino, e tutti i caduti per mano della mafia, non sono morti invano”, ha detto Raoul Russo, commissario di Fratelli d’Italia per Palermo.

 

Credo che quella triste giornata afosa del 19 luglio del 1992 abbia determinato un senso di rivolta nei siciliani onesti, dopo la strage di Capaci. Il sacrificio di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone e dei uomini della scorta, e di tutti i caduti della mafia che sono stati degli eroi nel portare avanti il valore della legalità nella nostra società, non è stato vano. Sicuramente, il più grosso errore che la mafia abbia commesso di alzare l’asticella nello scontro con lo Stato. E’ doveroso ricordare nel cuore il sacrificio di chi ha pagato un prezzo molto alto”, spiega Salvo Pogliese.

Tra i presenti anche Pietro Grasso, ex Procuratore nazionale Antimafia e Senatore della Repubblica

La morte di Paolo Borsellino, dopo quella di Giovanni Falcone del maggio precedente, segna uno dei periodi più bui e difficili della lotta alla mafia. In vita in giudici del pool antimafia sono stati spesso accusati di essere sovraesposti, di essere eccessivamente presenzialisti, Borsellino, da Sciascia in un ormai famigerato articolo di giornale, venne definito “professionista dell’antimafia”. Veniva loro spesso contestato di comunicare eccessivamente, di fare spettacolo, di passare troppo tempo in tv e sui giornali.

Con questo convegno si è cercato di analizzare questo aspetto: il rapporto tra i giudici antimafia e la comunicazione.
Il rapporto che i giudici antimafia e in particolare Borsellino instaurarono con il mondo dei media va letto posizionandolo correttamente nel suo tempo. Negli anni ottanta si era scatenata la seconda guerra di mafia, per il controllo del territorio e per la supremazia nel traffico internazionale di stupefacenti. Si erano avvicendati eventi delittuosi di portata gravissima le faide fra le famiglie mafiose portarono centinaia di morti e moltissimi di questi furono tra gli uomini delle istituzioni. Tuttavia, “Cosa Nostra” sembrava una sconosciuta agli occhi del mondo, non esisteva.

Il muro di omertà e di oblio che avvolgeva la mafia doveva essere abbattuto perché la mafia, prima ancora che un fenomeno criminale è un fatto culturale. Questo l’intento di Borsellino: parlare di mafia, parlarne per farla conoscere, comprendere e per combatterla. Era dunque necessario usare ogni mezzo di comunicazione per accendere i riflettori su un fenomeno che sino ad allora era rimasto sotto una colpevole coltre di silenzio. E’ in quest’ottica che occorre leggere quei fatti e trarre la lezione che lo stesso Borsellino ci diede quando disse “Parlate di Mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. però parlatene”.

 

 

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