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Seconda relazione degli esperti

Rapporto dei geologi su Niscemi: “Il dissesto continua, la frana permane in uno stato di instabilità evolutiva”

martedì 10 Marzo 2026
“Le analisi post-evento, sia interferometriche sia ottiche, mostrano la prosecuzione dei movimenti nei settori già interessati dai dissesti ma evidenziano una sostanziale condizione di stabilità nel centro abitato, anche all’interno della fascia di interdizione di 150 m, seppur con grado di precisione della misura (±5 mm) inferiore a quello pre-evento per quanto riguarda le analisi interferometriche”.  Lo dice la seconda relazione dei docenti dell’università di Firenze, guidati da Nicola Casagli, presidente del centro per la protezione civile dell’ ateneo e professore ordinario di Geologia applicata, incaricati dal Dipartimento della Protezione civile della presidenza del Consiglio di redigere un rapporto sul disastro che lo scorso gennaio ha sconvolto il comune siciliano. Anche questo secondo rapporto, come il primo, sarà acquisito agli atti dell’inchiesta della procura di Gela sulla frana.
“L’acquisizione di ulteriori immagini post-evento permetterà di migliorare le elaborazioni interferometriche raggiungendo la consueta accuratezza di ±2 mm – prosegue il rapporto – Nella zona sud-est, lungo la SP11, si rilevano lievi movimenti che saranno oggetto di ulteriori valutazioni con le prossime acquisizioni. L’analisi dei dati Sentinel-1 mediante tecnica Dynamic InSAR nell’area della frana nord mostra condizioni complessivamente stabili nel mese di febbraio, mentre la frana centrale e quella meridionale evidenziano spostamenti residui fino a 25 mm sul versante a valle del quartiere Sante Croci e fino a 10 mm in prossimità delle SP11 e SP10. Tali movimenti interessano prevalentemente aree non urbanizzate e ben al di fuori della fascia di interdizione nel centro abitato”.
Oltre a Casagli, del gruppo di lavoro Unifi-Cpc fanno parte: Silvia Bianchini, Giovanni Gigli, Veronica Pazzi, Federico Raspini, Francesco Becattini, Tommaso Beni, Tommaso Carlà, Pierluigi Confuorto, Matteo Del Soldato, Gabriele Fibbi, Agnese Innocenti, Camilla Medici, Olga Nardini, Massimiliano Nocentini, Teresa Nolesini, Aldo Piombino, Francesco Poggi.
Alla redazione del rapporto hanno collaborato Cnr Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente, Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, Studio Ingeo, Tre Altamira s.r.l
“Le simulazioni indicano un arretramento teorico della scarpata generalmente compreso tra 50 e 70 m, con un valore massimo di circa 83 m. Tali hanno indicato che la fascia di interdizione di 150 m stabilita nell’immediatezza della frana, risultava significativamente più ampia rispetto alle esigenze tecnicamente giustificabili sulla base del modello adottato. L’analisi interferometrica post-evento di tutte le immagini satellitari acquisite (Capella Space, Sentinel-1, COSMO-SkyMed, PlanetScope) – continua il rapporto – non ha mostrato movimenti apprezzabili nella fascia di interdizione, così come confermato anche dai primi dati della rete di monitoraggio installata in situ dall’Ingv, che non mostrano spostamenti significativi e con direzione coerente. Alla luce di queste risultanze, il Commissario straordinario, ha disposto, d’intesa con il Comune, la conseguente riduzione della fascia di interdizione a 100 m dal ciglio della scarpata nel centro abitato in corrispondenza della frana centrale. Questa ampiezza garantisce un margine di sicurezza superiore agli scenari di arretramento stimati, assorbendo anche l’evoluzione morfologica recente del versante”.
 “Nonostante la ridefinizione della zona di rispetto nel centro abitato, il quadro complessivo del sistema franoso permane in uno stato di instabilità evolutiva, con un rischio residuo elevato per l’intero corpo di frana. Si raccomanda pertanto di adottare un approccio integrato per la gestione del rischio residuo che combini misure di Protezione Civile, monitoraggio strumentale continuo, delocalizzazioni e interventi di mitigazione strutturale, al fine di ridurre progressivamente l’esposizione al rischio del centro abitato e delle infrastrutture”, si legge ancora nel rapporto.
Che sottolinea: “Le analisi condotte confermano che, a causa delle dimensioni del sistema franoso, della profondità delle superfici di scivolamento e delle caratteristiche geologiche dei terreni coinvolti, non è tecnicamente possibile conseguire una stabilizzazione definitiva dell’intero versante mediante interventi strutturali estensivi”.
Per i geologi “la gestione del dissesto deve pertanto fondarsi su strategie di mitigazione del rischio e su un approccio adattivo, basato sul monitoraggio continuo e sul controllo dei principali fattori di instabilità, attraverso una combinazione equilibrata e progressiva di interventi strutturali e misure non strutturali di riduzione del rischio. Uno dei processi attualmente in atto è l’arretramento della scarpata formatasi durante la fase parossistica del movimento”.   Secondo gli esperti “gli interventi non devono quindi mirare alla ricostruzione della morfologia originaria, ma piuttosto accompagnare l’evoluzione del pendio attraverso opere di riprofilatura, regimazione delle acque superficiali e protezione dall’erosione. Parallelamente rimane possibile la riattivazione del movimento profondo lungo superfici di scivolamento già impostate”.
“Le strategie di mitigazionecontinua il rapportodevono quindi concentrarsi principalmente sul controllo delle acque. Nel medio periodo gli interventi proposti sono orientati alla riduzione delle infiltrazioni, alla captazione delle emergenze idriche, alla regimazione delle acque meteoriche e alla protezione dall’erosione del piede dei versanti. Nel lungo periodo, solo una caratterizzazione geologica e geotecnica più approfondita potrà consentire la progettazione di eventuali opere strutturali mirate, che tuttavia potranno agire solo localmente e non garantire una stabilizzazione globale del sistema”.
Gli interventi strutturali, proposti dagli studiosi, riguardano in particolare il controllo delle condizioni idrogeologiche del versante: la riorganizzazione delle reti fognarie e acquedottistiche dell’abitato di Niscemi, la realizzazione di sistemi di drenaggio mediante pozzi di emungimento e gallerie drenanti profonde, la riprofilatura delle scarpate e interventi di stabilizzazione locale dei versanti. Parallelamente sono previste opere di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua, in particolare del torrente Benefizio, finalizzate alla riduzione dell’erosione e al controllo dell’energia del deflusso.

Agnesi, professore emerito di Geomorfologia a Unipa: “La frana è in continuo movimento, stabilire una fascia di rispetto non abitata”

La frana di Niscemi è in continuo movimento e la sabbia continua a sgretolarsi, ulteriori infiltrazioni d’acqua non potrebbero che peggiorare la situazione, facendo scivolare ulteriormente la base di agrilla sulla quale poggia la parete di sabbia: sono molto probabilmnete questi gli elementi che hanno portato il gruppo dei tecnici designato dalla Protezione civile a concludere che una stabilizzazione è impossibie. “Quello della quello della frana di Niscemi è un movimento lento, continuo e molto ampio”, osserva Valerio Agnesi, professore emerito di Geomorfologia all’Università di Palermo.
     
“C’è un duplice problema – osserva – perché da un lato bisognerebbe stabilizzare il movimento della parte argillosa, che va verso la piana di Gela, per esempio facendo il drenaggio delle acque, e dall’altro c’è il paese che poggia su un piastrone di sabbia, impossibile da stabilizzare con reti e paramassi come si fa con le pareti rocciose. Questa scarpata di quasi 4 chilometri, che appare con taglio netto e verticale, giallo per la sabbia, è costituita da materiale incoerente”, vale a dire che non c’è coesione al suo interno perché i granelli di sabbia non sono compatti né legati fra loro.
Di conseguemza, prosegue Agnesi, “la sabbia perde coesione e questo non è un fenomeno che si può bloccare”. Una possiile soluzione, in questi casi, è “stabilire una fascia di rispetto, ossia una zona a ridosso della scarpata nella quale le case non possono essere abitate”, che agisca come una sorta di fascia di sicurezza per la parte abitata più distante dalla scarpata. La frana va comunque monitorata, anche con l’aiuto dei satelliti, e contemporaneamente va “valutata la stabilità degli edifici”.
Andrebbero inoltre “ridotte al minimo anche le infiltrazioni d’acqua attraverso la sabbia per impedire che raggiungano l’argilla, aumentando ulteriormente l’instabilità e il rischio che la grande frattura gialla possa arretrare”.
La cosa positiva, conclude Agnesi, è che il movimento di questa frana è molto lento, come testimonia la sua storia. Dal 1790, quando avvenne una frana confrontabile a quella attuale, gli episodi si sono ripetuti a grandi intervalli di tempo e il più recente risale al 1997.

Amorosi, esperto della Sapienza Università di Roma: ” Monitoraggio e mitigazione per convivere la  con frana di Niscemi”

“Monitoraggio costante e mitigazione sono al momento le uniche possibilità per consentire agli abitanti di Niscemi di convivere con la frana: è quanto emerge dalla relazione curata dagli esperti designati dalla Protezione civile”, ha detto Angelo Amorosi, esperto di stabilità dei pendii e ordinario presso il dipartimento di Ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza Università di Roma.
“E’ un lavoro molto accurato e dettagliato e, ancorchè sia prelimare, offre un quadro chiaro”, ha aggiunto.
“Si conferma la complessità della situazione, frutto della riattivazione di vecchi fenomeni”, ha detto ancora citando la frana del 1997 e, risalendo indietro nel tempo, quella del ‘700. In particolare appaiono chiare le condizioni di precarietà e di instabilità della scarpata, con la possibilità di ulteriori evoluzioni” ed “emerge più chiaramente l’evoluzione retrogressiva, ossia verso il centro abitato. Non si escludono quindi ulteriori movimenti, che potrebbero riattivarsi con fasi parossistiche se si verificasse una condizione di pressione dell’acqua tra lo strato di sabbia e l’argilla”.
La strategia proposta nella relazione, ha proseguito Amorosi, consiste nel “continuare a monitorare e a studiare il fenomeno” con misure da rilevare in superficiee in profondità e introducendo interventi di regimentazione dell’acqua piovana perché non si infiltri nel sottosuolo.
Sono invece ritenuti da escludere interventi strutturali come la realizzazione di paratie che rallentino il movimento,” tecnicamente molto difficili da realizzare, considerando estensione e volumi del fenomeno”, ha detto ancora l’esperto.
Più realistici, infine, interventi di drenaggio in profondità, tesi a evitare che si verifichino ancora le condizioni che hanno reinnescato il movimento della frana.
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