La cronicità avanzata cresce, mentre le cure palliative precoci restano ancora troppo spesso lontane dalla pratica quotidiana. A dimostrarlo sono anche i dati del Ministero della Salute, che raccontano il peso crescente delle patologie croniche sui servizi, sulle famiglie e sulla rete territoriale.
Secondo il Piano nazionale della Cronicità aggiornato dal Ministero della Salute, 5,5 milioni di italiani dai 15 anni in su convivono con tre o più patologie non gravi, pari al 10,6% della popolazione di quella fascia d’età.
La risposta normativa esiste già, dalla Legge 38/2010, che riconosce il diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore, fino al Codice del Terzo Settore, che valorizza coprogrammazione e coprogettazione tra pubblico e privato sociale. Eppure, come rileva il Ministero nel monitoraggio sull’attuazione della Legge 38, le reti di cure palliative mostrano ancora forti disomogeneità regionali e locali. È dentro questo scarto che si inserisce la posizione di Tania Piccione, Direttore operativo regionale Samot Ets.
Modelli da ripensare
“Oggi ci troviamo davanti a un cambiamento strutturale della domanda di cura. L’aumento della cronicità avanzata, della fragilità e delle condizioni di inguaribilità impone un ripensamento dei modelli assistenziali. Non possiamo continuare a rispondere con prestazioni isolate, perché questi bisogni richiedono continuità e capacità di accompagnare la persona lungo il percorso di malattia. Le cure palliative mettono al centro la qualità della vita e non solo la gestione clinica. La normativa esiste, ma la sua applicazione resta disomogenea. Il nodo oggi riguarda la capacità di tradurre quei principi in organizzazione concreta”.
“La mancata diffusione delle cure palliative precoci mostra lo scarto tra teoria e pratica. La legge 38 indica la strada dell’integrazione precoce con i trattamenti attivi, ma nella realtà vediamo ancora accessi tardivi. Questo ritardo aumenta la sofferenza evitabile, frammenta l’assistenza e sovraccarica gli ospedali. Intercettare i bisogni in anticipo significa costruire percorsi più appropriati e sostenibili. Serve un’organizzazione con setting intermedi e modelli strutturati di presa in carico precoce. Senza questo passaggio continueremo a rincorrere l’emergenza invece di governare la complessità”.
Famiglie più sole
“La cronicità avanzata non riguarda solo la dimensione sanitaria, ma coinvolge anche la sfera sociale, psicologica e relazionale della persona. Le famiglie affrontano percorsi lunghi e complessi in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’indebolimento delle reti tradizionali. In questo scenario le cure palliative diventano presidio sociale di prossimità e strumento di supporto concreto. La presa in carico globale rappresenta la risposta più efficace, perché tiene insieme bisogni diversi e costruisce continuità. Se non riconosciamo questa dimensione, rischiamo di lasciare scoperta una parte sempre più ampia della popolazione”.
Dalla teoria ai servizi
“La coprogrammazione permette di partire dai bisogni reali dei territori e di leggere le criticità del sistema in modo condiviso. L’esperienza maturata sul campo da realtà come Samot consente di individuare bisogni inespressi, discontinuità assistenziali e vuoti organizzativi nella rete delle cure palliative. Questo processo aiuta a definire priorità orientate alla qualità della vita e alla continuità delle cure. Non parliamo di un passaggio formale, ma di uno strumento concreto per orientare le scelte pubbliche. Senza una lettura condivisa dei bisogni ogni intervento rischia di restare parziale”.
“La coprogettazione trasforma questa analisi in modelli organizzativi innovativi. Servono ambulatori di cure palliative in ospedale, presidi territoriali nelle Case della Comunità in linea con il DM 77, modelli domiciliari evoluti fondati sulla continuità e non sulla singola prestazione. Dobbiamo costruire un’integrazione reale tra ospedale, territorio, domicilio e hospice. Solo così possiamo rendere effettivo il modello delle cure palliative precoci, migliorare l’appropriatezza, ridurre i ricoveri impropri e garantire maggiore qualità della vita”.
Il ruolo di Samot
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Samot assume un ruolo che va oltre quello di semplice erogatore di servizi. L’esperienza maturata in quasi 40 anni di attività e con più di centomila pazienti assistiti ci permette di contribuire alla costruzione dei modelli organizzativi. Siamo convinti di potere essere partner del sistema, soggetto progettuale e facilitatore di integrazione tra i diversi livelli di assistenza. Il contributo del Terzo Settore non rappresenta un elemento accessorio, ma una componente strategica per affrontare la complessità attuale”.
“La sfida riguarda la sostenibilità del sistema sanitario e la sua capacità di rispondere a bisogni sempre più complessi. La presa in carico della cronicità avanzata, le cure palliative precoci e il ruolo sociale delle cure rappresentano passaggi decisivi. Oggi esiste un disallineamento tra bisogni reali, norme e organizzazione dei servizi che non possiamo più ignorare. Coprogrammazione e coprogettazione offrono gli strumenti per costruire un sistema più integrato, umano e sostenibile. Servono scelte concrete e condivise”.




