Scomparsi 103mila negozi in Italia, diminuiscono botteghe e piccoli esercizi: in Sicilia calo del 10,6%
Joska Arena
lunedì 26 Gennaio 2026
La metamorfosi del Retail: meno Vetrine, più superficie L’analisi di Confesercenti rivela un commercio in bilico tra desertificazione urbana e gigantismo strutturale.
Il paesaggio urbano delle città italiane sta cambiando pelle, ma non necessariamente nel modo in cui i cittadini e i piccoli imprenditori speravano. Secondo l’ultimo approfondimento condotto da Confesercenti sulle superfici di vendita, il settore del commercio al dettaglio sta vivendo una trasformazione radicale che può essere riassunta in un paradosso numerico: i negozi diminuiscono drasticamente di numero, ma quelli che restano – o che aprono – sono sempre più grandi.
Il retail fisico si trasforma: tra il 2011 e il 2025 sono scomparsi oltre 103mila negozi, ma la superficie commerciale complessiva è aumentata del +7,4%, grazie all’allargamento della dimensione media dei punti vendita, passata da circa 117 a 144,5 metri quadrati, un balzo del +23,8%.
Un processo di ristrutturazione trainato dalla convergenza verso il formato medio: diminuiscono botteghe e micro-negozi e, allo stesso tempo, si ridimensionano le maxi-superfici del retail.
È quanto emerge da un approfondimento Confesercenti sulle superfici di vendita per classi dimensionali.
Le botteghe arretrano
Il cuore della crisi del settore colpisce l’imprenditoria indipendente e il commercio di prossimità. La riduzione del numero di saracinesche è trainata quasi esclusivamente dalla contrazione delle superfici di minori dimensioni. E la trasformazione non è indolore.
La riduzione dei punti vendita è infatti trainata dalla contrazione delle superfici di minori dimensioni: i negozi micro fino a 50 mq diminuiscono di oltre 72mila unità, quelli tra 51 e 150 mq si riducono di oltre 42.700 esercizi.
Crescono, invece, i formati “medi”: i negozi tra 151 e 250 mq aumentano (oltre mille punti vendita e 300mila mq in più) e tengono quelli tra 251 e 400 mq tengono la posizione (-246 esercizi)). Resistono dunque le imprese più strutturate, capaci di stare sul mercato con digitale, multicanalità e specializzazione.
La trasformazione non procede allo stesso ritmo ovunque. Nel 2011-2025 regioni come Emilia-Romagna e Abruzzo mostrano una crescita marcata della superficie commerciale complessiva (+14,6% e +13,2%), nonostante la riduzione dei punti vendita.
“Questi numeri ci dicono che il commercio fisico non sta semplicemente ‘diminuendo’: si sta riorganizzando”, commenta Nico Gronchi, presidente Confesercenti.
“I punti vendita medi crescono, ma arretrano gli estremi: micro e piccoli formati scompaiono e le maxi-superfici si ridimensionano. La riorganizzazione, però, ha un costo, e le vittime sono i piccoli esercizi indipendenti, quelli che per dimensione garantivano specializzazioni – giocattoli, ferramenta, alimentare di vicinato – e che costituiscono un punto di riferimento per la comunità. Per questo servono politiche che tengano insieme due obiettivi: fermare la desertificazione e accompagnare la crescita e l’evoluzione di chi può investire e innovare. La rigenerazione urbana è il punto d’incontro. Occorre riportare funzioni nei quartieri, rendere accessibili e attrattive le vie, fornendo strumenti concreti per le imprese”, aggiunge.
Anche le superfici sopra i 400 mq crescono in modo netto, passando da 29.407 a 40.319, con un aumento complessivo di 12,39 milioni di mq. Anche in questo caso, avanzano i formati medi: tra 401 e 1.500 mq ci sono quasi 9mila punti vendita e oltre 8 milioni di mq aggiuntivi. Nel segmento oltre i 5.000 mq, invece, emerge un segnale di assestamento: i punti vendita aumentano lievemente (+23), ma perdono 136.746 mq, e la dimensione media scende da 8.942 a 8.562 mq.
I dati territoriali
Nel 2011-2025 regioni come Emilia-Romagna e Abruzzo mostrano una crescita marcata della superficie commerciale complessiva (+14,6% e +13,2%), nonostante la riduzione dei punti vendita (-14,4% e -14,5%).
Anche Lazio e Campania registrano superficie in aumento (+10,1% e +8,5%) a fronte di un calo dei negozi (-10,7% e -8,8%).
In Sicilia calano i punti vendita del 10,5% e con un aumento totale di superficie commerciale del +6%
All’opposto, la superficie è ferma o arretra in Sardegna (+0,8% superficie con -19,5% esercizi), Puglia (-2,2% di superficie), Basilicata (-1,3%) e Valle D’Aosta (-1,2%).
Dove va la quota che perde la bottega
Tra il 2011 e il 2025 i consumi aumentano del 22%, ma la quota della distribuzione tradizionale scende dal 29,8% al 20,4% (-9,4 punti), mentre la GDO sale dal 57,7% al 61,7% (+4,0) e soprattutto l’online passa dall’1,9% al 13,7% (+11,8).
I quasi 6 milioni di metri quadri persi sotto i 150 valgono, per ordine di grandezza, almeno 10 miliardi di consumi “spostati” verso i grandi canali fisici e l’online, complice la deregulation totale del commercio inaugurata dal decreto Salva Italia a partire dal 2012.
Un altro dato forse più allarmante riguarda la “denatalità” delle imprese. Nel 2024 si è toccato il punto più basso: per ogni tre negozi che hanno chiuso, ne è nato soltanto uno. Se nel 2014 aprivano mediamente 118 nuove attività al giorno, oggi il ritmo è sceso a circa 63.
Le proiezioni di Confesercenti sono serie: se il trend non verrà invertito attraverso politiche di sostegno mirate e una seria riforma fiscale, entro il 2034 il tasso di natalità delle nuove imprese commerciali potrebbe azzerarsi.
La conferma che in alcuni territori si stanno riducendo anche i servizi. Già ci sono oltre 1.100 comuni, in Italia, ormai privi di un negozio alimentare specializzato.
Focus Sicilia: l’Isola delle serrande chiuse e la resistenza
La Sicilia si posiziona, purtroppo, ai vertici della classifica nazionale per criticità nel settore del commercio. Se il dato nazionale parla di una “metamorfosi”, quello siciliano somiglia pericolosamente a una lenta erosione strutturale.
A differenza del Nord Italia, dove la chiusura del piccolo negozio è spesso compensata da una ricollocazione dei consumi verso le medie strutture nelle zone suburbane, in Sicilia il fenomeno genera unadesertificazione commercialeche ha costi sociali altissimi. La scomparsa dei negozi nei centri storici di città come Catania, Palermo e Messina, così come nei piccoli borghi dell’entroterra, non significa solo meno Pil, ma meno illuminazione stradale,meno sicurezza e un progressivo isolamento delle fasce più deboli della popolazione, come gli anziani.
Il caso siciliano è emblematico per un altro fattore: la velocità con cui l’e-commerce sta erodendo quote di mercato. Se nel resto d’Italia la multicanalità (vendere sia in negozio che online) sta salvando le imprese medie, in Sicilia la digitalizzazione delle imprese procede a rilento, lasciando il campo libero ai giganti del web.
Un segnale simbolico della crisi è stata la recente chiusura dei negozi affiliati a grandi brand, che ha colpito la Sicilia in modo sproporzionato rispetto ad altre regioni, evidenziando come anche i modelli di franchising consolidati stiano faticando a reggere i costi fissi in un mercato dai consumi stagnanti.
In Sicilia si è tentato di rispondere alla crisi con la Legge Regionale n. 3 del 2024, che prevede la possibilità di ampliare le superfici commerciali.
Tuttavia, questa mossa è stata accolta con scetticismo dalle associazioni di categoria. L’analisi suggerisce che permettere ai negozi di diventare “più grandi” senza un piano di rigenerazione urbana e senza incentivi fiscali rischia di essere una medicina inutile per un paziente che non ha più forza per investire.
L’analisi condotta sui dati Confesercenti e Assoesercenti Sicilia porta a una conclusione ineludibile: il modello della piccola bottega generalista è al tramonto, travolto da costi di gestione insostenibili (affitti, energia e fisco locale come IMU e TARI che pesano per miliardi a livello nazionale) e dalla concorrenza digitale.
Per la Sicilia da un lato, occorre favorire laspecializzazione: i pochi negozi che tengono sono quelli che offrono un’esperienza, una consulenza o un prodotto di nicchia non replicabile online. Dall’altro, è necessaria una politica di “Distretti Urbani del Commercio” che veda la Regione impegnata in bandi specifici per i centri storici.
Il dato positivo del 2025, che vede un timido segnale di crescita delle nuove iscrizioni (seppur con un saldo ancora negativo nel commercio), indica che la voglia di fare impresa non è morta, ma va canalizzata verso il “formato medio” e la digitalizzazione.
Senza un intervento che riequilibri la pressione fiscale tra negozi fisici e giganti del web, il rischio è che la Sicilia diventi una terra di soli consumatori digitali e centri commerciali di periferia, perdendo per sempre l’identità delle sue piazze e dei suoi borghi.
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