Infrastrutture fragili, amministrazione frammentata e ritardi cronici nella programmazione, progettazione e attuazione degli interventi. Senza troppi giri di parole la Corte dei Conti ha bocciato la Sicilia sulla gestione del dissesto idrogeologico, evidenziando le note negative che condizionano la gestione dell’emergenza idrica.
I numeri dell’indagine
La maggior parte delle risorse, nel ciclo di programmazione 2021-2027, circa 96,5 miliardi di euro sono destinate al Mezzogiorno. Le Regioni che beneficiano generalmente della quota più elevata dei fondi europei per la coesione, la resilienza territoriale e, indirettamente, anche per gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico, sono classificate dall’Unione come “meno sviluppate”. Tra queste figura anche la Sicilia.
Dei 391 Comuni isolani il 4,1% è a rischio idraulico. Ben più elevata la percentuale di Comuni a rischio frana, il 42,5%, la quarta d’Italia, anche rispetto alla media nazionale, che si attesta al 16,2%. Solo il 2,6% degli Enti non presenta alcun rischio. Maglia nera per quanto riguarda il numero di interventi. Laddove la percentuale di finanziamento ripartito si attesta intorno al 9,45%, nell’Isola si ferma al 5,41% dei progetti. La Sicilia appare nelle prime posizioni anche in tema di opere di contrasto alle alluvioni e alle frane. Il 51,21% dei finanziamenti destinati a mitigare gli effetti dei fenomeni alluvionali è assegnato alla Lombardia, l’altra metà è distribuita tra le Regioni del Sud, principalmente la Calabria e la Sicilia. Le frane sono particolare oggetto di attenzione delle risorse delle Regioni Sicilia, il 36,89%. La stessa tendenza si osserva con riferimento al dissesto di tipo costiero, il 47,34%.
Il focus sulla Sicilia
Particolare attenzione è stata riservata dalla Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti per la Regione Siciliana sullo stato di emergenza in relazione alla situazione di grave deficit idrico e alla criticità delle infrastrutture.
L’attività di verifica sulla gestione delle risorse idriche si concentra sul periodo 2000-2024. Il quadro esaminato, si apprende dal documento assume “particolare rilevanza alla luce degli indicatori Bes (Benessere equo e sostenibile), che collocano la Sicilia al penultimo posto tra le Regioni italiane per livello complessivo di benessere, evidenziando il ruolo strategico che la disponibilità e la qualità delle risorse idriche rivestono sia per la qualità della vita dei cittadini sia per lo sviluppo del sistema economico regionale“.
Da cosa è causato il deficit idrico? I cambiamenti climatici e la diminuzione delle precipitazioni hanno certamente un peso rilevante, ma non bastano per spiegare il fenomeno. Tra le principali cause sono così indicate la complessità della governance del settore, la fragilità delle infrastrutture e le difficoltà nella programmazione e nell’attuazione degli interventi.
Partiamo dai soggetti istituzionali e gestionali. In Sicilia possiamo distinguere l’Autorità di bacino, i dipartimenti regionali, i Consorzi di Bonifica, le Assemblee territoriali idriche (Ati), Siciliacque e i concessionari pubblici e privati, tutti operanti in un quadro “segnato da sovrapposizioni di competenze e insufficiente coordinamento. A ciò si aggiunge l’attuale configurazione degli Ambiti territoriali ottimali (Ato), coincidenti con i confini provinciali anziché con i bacini idrografici, che accentua la frammentazione amministrativa e rende più difficile una pianificazione organica degli interventi“.
Non migliora neanche la fotografia relativa agli invasi. Dei 45 regionali, una parte significativa opera con limitazioni dovute all’assenza dei necessari collaudi, a carenze manutentive, a verifiche sismiche incomplete e a problematiche connesse alla sicurezza delle opere. A queste criticità si aggiungono le opere incompiute, come le dighe di Blufi e Pietrarossa, nonostante siano considerate prioritarie da oltre vent’anni. Altro fenomeno preoccupante è quello dell’interrimento degli invasi che “a causa dell’accumulo di sedimenti e della carenza degli interventi di sfangamento, ha ridotto la capacità di accumulo e compromesso il funzionamento delle opere di presa e degli scarichi di fondo“. A chiudere il cerchio il tema delle perdite, che in Sicilia sono superiori al 50% dell’acqua immessa, e dei persistenti limiti organizzativi, finanziari e gestionali dei Consorzi di Bonifica. Carenze che assumono particolare rilievo considerando che il comparto agricolo assorbe circa il 65% del fabbisogno idrico regionale.
Qui il paradosso. La Corte dei Conti ha evidenziato come negli ultimi anni il settore idrico siciliano abbia beneficiato di un significativo afflusso di fondi europei, nazionali e regionali. Tra tutti spiccano i 239,6 milioni di euro per le infrastrutture idriche primarie e gli ulteriori 115,3 milioni per la riduzione delle perdite di rete e alla digitalizzazione dei sistemi di monitoraggio previsti dal Pnrr. Anche da Roma non sono mancati gli impulsi. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha censito per la Sicilia 116 interventi programmati nel comparto idrico, per un valore superiore a 800 milioni di euro, destinati alla manutenzione delle dighe, al recupero della capacità di invaso, all’adeguamento sismico e al miglioramento della sicurezza delle opere. Senza contare i significativi investimenti programmati nel settore della dissalazione, con interventi sugli impianti di Trapani, Gela e Porto Empedocle e la realizzazione di ulteriori strutture nell’area metropolitana di Palermo.
Nonostante l’ingente mole di risorse disponibili il referto “evidenzia come persistano rilevanti difficoltà nella programmazione, progettazione e attuazione degli interventi. Molte delle problematiche già segnalate oltre vent’anni fa risultano infatti ancora irrisolte, a testimonianza di una persistente debolezza dell’azione amministrativa. Emblematico è il caso dei Consorzi di Bonifica, che non sono riusciti ad accedere ai finanziamenti previsti dal Pnrr poiché nessuno dei progetti presentati è risultato ammissibile. Analoghe perplessità vengono espresse in relazione alla strategia dei dissalatori, in assenza di adeguate analisi costi-benefici che ne dimostrino la convenienza rispetto ad alternative quali la riduzione delle perdite di rete o il recupero della piena funzionalità degli invasi esistenti“.
L’emergenza idrica siciliana “appare pertanto il risultato di carenze organizzative e infrastrutturali stratificatesi nel tempo, che richiedono una profonda revisione della governance del settore, il rafforzamento delle capacità programmatorie e progettuali degli enti coinvolti e – conclude la Corte dei Conti – una più rapida ed efficace attuazione degli interventi già finanziati“.





