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L'esperto

Tumori, il pericolo nascosto nelle infezioni silenziose. Cascio: “Possiamo intervenire anni prima”

giovedì 29 Ottobre 2026

Un tumore su otto nel mondo è attribuibile a un’infezione. Virus, batteri e alcuni parassiti contribuiscono ogni anno allo sviluppo di milioni di neoplasie, attraverso processi che possono protrarsi per decenni senza provocare sintomi evidenti. Eppure, una parte di questi tumori può essere prevenuta intervenendo sulle infezioni che ne favoriscono l’insorgenza, attraverso vaccinazioni, diagnosi precoce e trattamenti mirati.

A riportare l’attenzione sul rapporto tra infezioni e cancro è un’analisi dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), organismo dell’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo le stime riferite al 2024, circa 2,3 milioni di nuovi casi di tumore, pari al 12% di quelli diagnosticati nel mondo, sono attribuibili ad agenti infettivi. Un dato che pone una questione anche di politica sanitaria, ovvero, integrare il controllo delle infezioni nelle strategie di prevenzione oncologica, superando la separazione tra programmi vaccinali, screening e percorsi specialistici.

“Quando parliamo di prevenzione dei tumori, pensiamo soprattutto agli stili di vita e agli screening oncologici. Dobbiamo però considerare anche le infezioni, perché alcuni virus e batteri possono contribuire allo sviluppo di una neoplasia. In diversi casi abbiamo la possibilità di intervenire molto prima della comparsa della malattia. Disponiamo di vaccini efficaci e di terapie capaci di eliminare alcuni agenti patogeni o controllarne la replicazione. Strumenti che devono trovare maggiore spazio nelle strategie di sanità pubblica”, sottolinea Antonio Cascio, professore ordinario di Malattie infettive dell’Università di Palermo, direttore dell’UOC di Malattie infettive e tropicali del Policlinico “Paolo Giaccone” e referente regionale per le malattie infettive.

Le infezioni silenziose

“Uno degli aspetti più importanti riguarda il tempo che può trascorrere tra l’infezione e la comparsa di un tumore. Le epatiti croniche B (HBV) e C (HCV)  (possono provocare un danno progressivo al fegato, fino alla cirrosi e al carcinoma epatocellulare. Anche l’Helicobacter pylori può persistere nello stomaco per anni e favorire, in alcune persone, lo sviluppo di una neoplasia. Naturalmente, contrarre un’infezione non significa necessariamente ammalarsi di cancro, ma conoscere questi fattori di rischio permette di intervenire prima che compaiano conseguenze gravi”, chiarisce Cascio.

“Per l’epatite C oggi disponiamo di farmaci antivirali che consentono di eliminare il virus nella grande maggioranza dei pazienti. Il trattamento riduce il rischio di progressione della malattia e di sviluppare un tumore del fegato. Tuttavia, nelle persone che hanno già una cirrosi, la guarigione virologica non elimina completamente il rischio oncologico e rimane necessaria una sorveglianza specifica. La ricerca dell’Helicobacter pylori e la sua eradicazione rappresentano un’altra opportunità di prevenzione. Il batterio può causare gastrite cronica, ulcera e contribuire allo sviluppo del carcinoma gastrico. Individuare l’infezione nelle persone per le quali è indicato il test, scegliere una terapia appropriata e verificarne l’efficacia permette di ridurre il rischio di alcune complicanze, comprese quelle oncologiche”, puntualizza il professore.

“Tra gli agenti oncogeni dobbiamo considerare anche il virus di Epstein-Barr, molto diffuso nella popolazione e associato ad alcune forme di linfoma, al carcinoma nasofaringeo e a una quota di tumori dello stomaco. Nella maggior parte delle persone l’infezione non determina conseguenze oncologiche, ma in particolari condizioni può contribuire alla trasformazione delle cellule. A differenza dell’epatite B e del papillomavirus umano (HPV), non disponiamo ancora di un vaccino autorizzato contro Epstein-Barr. È quindi importante proseguire la ricerca sui meccanismi che favoriscono lo sviluppo di queste neoplasie”, osserva Cascio.

“Esistono poi altri virus oncogeni meno conosciuti, come il virus T-linfotropico umano di tipo 1 (HTLV-1), associato alla leucemia e al linfoma a cellule T dell’adulto. Può trasmettersi attraverso rapporti sessuali, contatto con sangue infetto e dalla madre al bambino, soprattutto durante l’allattamento. Un altro agente è il poliomavirus delle cellule di Merkel (MCPyV), associato a un raro tumore cutaneo particolarmente aggressivo. L’infezione viene generalmente acquisita durante l’infanzia, ma le modalità di trasmissione non sono ancora completamente chiarite”, illustra Cascio.

“Tra questi virus troviamo anche l’herpesvirus umano di tipo 8 (HHV-8), associato al sarcoma di Kaposi e ad alcune rare forme di linfoma. La trasmissione avviene soprattutto attraverso la saliva, ma sono possibili anche il contagio per via sessuale e, più raramente, attraverso sangue infetto o trapianti. Per nessuno di questi tre virus disponiamo attualmente di un vaccino autorizzato. È importante però ricordare che l’infezione non comporta necessariamente lo sviluppo di un tumore e che il rischio dipende anche da altri fattori, tra cui le condizioni del sistema immunitario”, evidenzia l’infettivologo.

L’importanza dell’immunizzazione

“Le vaccinazioni contro l’epatite B e il papillomavirus umano sono strumenti di prevenzione oncologica a tutti gli effetti. Il vaccino contro l’epatite B protegge da un’infezione che può provocare cirrosi e tumore del fegato. Quello contro l’HPV previene le infezioni causate dai principali tipi virali oncogeni inclusi nel vaccino. È importante ricordare che la vaccinazione riguarda sia le ragazze sia i ragazzi, perché l’HPV non è associato soltanto al tumore della cervice uterina, ma anche a neoplasie dell’ano, del pene, della vulva, della vagina e dell’orofaringe”, evidenzia il professore.

“Un’attenzione particolare merita anche l’epatite D (HDV), che nel 2025 è stata riconosciuta come cancerogena per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. È un virus che può infettare soltanto persone con infezione da epatite B e che può accelerare la progressione verso la cirrosi e il tumore del fegato. Questo rende ancora più importante la vaccinazione contro l’HBV, che protegge indirettamente anche dall’HDV. Nelle persone che hanno già un’infezione cronica da epatite B, invece, è fondamentale valutare anche la presenza dell’epatite D”, specifica Cascio.

“La protezione contro l’HPV è particolarmente efficace quando la vaccinazione avviene prima dell’esposizione al virus, secondo le indicazioni del calendario vaccinale. Occorre però recuperare anche le persone che non hanno completato il ciclo e ricordare che il vaccino non cura un’infezione già presente. Le donne vaccinate devono quindi continuare a partecipare agli screening cervicali previsti”, aggiunge l’infettivologo.

La prevenzione in Sicilia

“In Sicilia dobbiamo prestare particolare attenzione alla partecipazione ai programmi di prevenzione. Nei primi nove mesi del 2026, il programma regionale di screening della cervice uterina ha effettuato 62.836 test equivalenti, raggiungendo il 25,1% nell’indicatore del Nuovo sistema di garanzia, a fronte della soglia minima del 25%. È importante però non fermarsi al raggiungimento di un indicatore. Dobbiamo valutare quante persone ricevono effettivamente un invito, quante aderiscono, quante completano gli accertamenti e quante accedono tempestivamente alle cure. Solo così possiamo individuare le criticità territoriali e migliorare l’efficacia dei programmi”, rileva Cascio.

“Un altro capitolo importante riguarda lo screening dell’epatite C. La Sicilia ha già utilizzato una piattaforma informatica per gestire le attività e i risultati dei test. Il programma regionale era stato prorogato fino al 31 dicembre 2026, ma una successiva circolare del DASOE, datata 30 giugno, ne ha disposto la sospensione. La possibilità di individuare persone che non sanno di avere contratto il virus e avviarle rapidamente alle cure rimane una priorità. Per questo servono continuità organizzativa, strumenti informatici efficienti e un collegamento diretto tra screening e centri specialistici”, rimarca l’infettivologo.

HIV

“Non dimentichiamoci del virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Grazie alle terapie antiretrovirali, le persone che vivono con questa patologia cronica possono oggi avere un’aspettativa di vita molto più lunga rispetto al passato. Questo risultato rende ancora più importante la prevenzione dell’infezione. L’alterazione delle difese immunitarie può infatti favorire la persistenza di altri virus oncogeni, come HPV, Epstein-Barr e herpesvirus umano 8, aumentando il rischio di alcune neoplasie. La terapia, però, riduce numerose complicanze, ma non annulla completamente tutti i rischi”, fa notare Cascio.

“Nelle persone che vivono con HIV dobbiamo prestare particolare attenzione alle infezioni persistenti da HPV e alle lesioni precancerose che possono derivarne. Abbiamo evidenze molto importanti anche per la prevenzione del carcinoma anale. Uno studio clinico ha dimostrato che trattare le lesioni anali di alto grado riduce del 57% il rischio di sviluppare un tumore invasivo rispetto al solo monitoraggio. È un risultato che conferma l’importanza di individuare precocemente queste alterazioni e di garantire, alle persone a maggior rischio, percorsi specialistici appropriati. Non si tratta soltanto di diagnosticare un tumore prima, ma di intervenire per impedirne lo sviluppo”, approfondisce il professore.

Sorveglianza e programmazione

“Il rapporto tra infezioni e tumori dimostra, quindi, quanto sia importante integrare la prevenzione delle malattie infettive con quella oncologica. Per farlo, però, non basta disporre di vaccini, test diagnostici e terapie efficaci. Occorre anche un sistema sanitario capace di individuare i bisogni della popolazione e organizzare interventi mirati. In questo senso, la sorveglianza epidemiologica assume un ruolo fondamentale, perché i dati devono aiutarci a comprendere dove intervenire, quali territori presentano maggiori criticità e come migliorare l’accesso alla prevenzione e alle cure. Per le infezioni associate ai tumori è importante, pertanto, collegare le informazioni epidemiologiche ai percorsi diagnostici e terapeutici, valutando non soltanto quante persone individuiamo, ma anche quante riusciamo effettivamente a prendere in carico”, richiama l’attenzione Cascio.

“In questo percorso, i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta hanno un ruolo essenziale, perché rappresentano il primo punto di riferimento per i cittadini e le famiglie. Possono contribuire a individuare i fattori di rischio, promuovere l’adesione alle vaccinazioni e agli screening e indirizzare tempestivamente le persone verso gli accertamenti necessari. Ma è altrettanto importante che i cittadini siano consapevoli del legame tra alcune infezioni e lo sviluppo dei tumori e non sottovalutino le opportunità di prevenzione disponibili. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che proteggersi da determinate infezioni significa anche ridurre il rischio di sviluppare un tumore”, conclude Cascio.

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