Il 29 gennaio a Genova, presso i Magazzini del Cotone nel Porto Antico, si è svolto un incontro che ha provato a scardinare uno dei luoghi comuni più resistenti del nostro tempo: l’apatia dei giovani.
È stata infatti presentata la ricerca “Tu sei una persona che partecipa?”, promossa dall’Associazione YEPP Italia con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo.
L’indagine ha esplorato la partecipazione giovanile dalla prospettiva di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 25 anni in Piemonte e Liguria, approfondendo come le nuove generazioni percepiscano l’impegno, quali forme di volontariato sentano più vicine e quali ostacoli ne frenino il coinvolgimento.
Seppur focalizzato sul Nord-Ovest, il documento offre lenti di ingrandimento preziose per riflettere sull’impegno giovanile a livello nazionale. In questo viaggio tra i numeri e le opinioni dei ragazzi, amplieremo lo sguardo anche verso il Sud, analizzando come la realtà della Sicilia risponda a queste stesse sollecitazioni, muovendosi tra analogie profonde e barriere strutturali specifiche che rendono l’attivismo una scelta di campo ancora più radicale.
La ricerca YEPP ITALIA: metodologia di un ascolto autentico dei giovani
La ricerca YEPP non nasce per “misurare” i giovani, ma per ascoltarli. Il campione di 2.158 ragazzi (con una leggera prevalenza femminile al 55%) è stato interpellato per capire perché i modelli di partecipazione ereditati dal passato sembrino oggi gusci vuoti. L’approccio è stato esplorativo: l’obiettivo non era confermare la tesi della “generazione sdraiata”, ma mappare un territorio che il mondo adulto fatica a vedere perché usa occhiali non più graduati sul presente.
Il gruppo di ricerca è partito da una serie di domande, ponendosi l’obiettivo di trovare possibili risposte attraverso una rilevazione sul campo che desse voce a un campione di giovani tra i 15 e i 24 anni, contestualizzato in due specifici territori regionali, il Piemonte e la Liguria.
Le domande di ricerca si possono sintetizzare come segue: “Uscire da sé stessi, fare per altri”: dove si rintraccia e in quale pluralità di forme operative si declina questo atteggiamento nell’odierna popolazione giovanile? Quali fattori, soggettivi e di contesto, lo favoriscono e quali lo inibiscono? In che modo si collega alle mutate condizioni complessive della vita dei giovani? Come viene definita e descritta la partecipazione dai giovani?
E, una volta raccolti elementi conoscitivi che consentano di ragionare sulle possibili risposte a queste domande, in che modo occorre ripensare e rimodellare proposte, percorsi, luoghi, meccanismi di funzionamento in modo da facilitare la presenza attiva dei giovani nelle organizzazioni e sui territori, lievito necessario alla vita delle società democratiche?
“Sì, ci provo”: anatomia di una risposta
Il primo dato che emerge dal report è dirompente: il 90% dei giovani intervistati si considera “una persona che partecipa”. Questa percentuale si spacca in due: un 24,5% che risponde con un “Sì” convinto e un massiccio 65,4% che dichiara “Ci provo”. Solo il 10% si dichiara totalmente estraneo al concetto.
Quel “ci provo” è un elemento fondamentale dell’indagine. Non indica incertezza, ma la consapevolezza che partecipare oggi sia una sfida, un’intenzione che deve fare i conti con un mondo complesso. Partecipare, per questa generazione, significa “esserci”, “prendere parte”, uscire dalla dimensione puramente individuale per toccare quella collettiva.
Cosa significa “Partecipare”? La ridefinizione dei confini
Il report evidenzia come i giovani abbiano una visione della partecipazione molto più ampia e fluida rispetto a quella tradizionale. Essa si articola su tre livelli:
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Dimensione Pubblica (50%): È l’impegno verso la società. Per l’89,4% degli intervistati, “fare volontariato” è l’attività che meglio incarna l’idea di partecipazione. Seguono l’attivarsi per i diritti (83,5%) e la cura dei beni comuni (81,8%).
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Dimensione Individuale (30,5%): È il partecipare per crescere. Per molti, anche esprimere la propria opinione o uscire dalla propria “comfort zone” è un atto di partecipazione.
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Dimensione Sociale (16,5%): È la partecipazione come relazione. Stare in un gruppo, condividere un progetto con gli amici (80,6%) è visto come il primo tassello dell’impegno civile.
Motivazioni e barriere: desiderio di utilità e senso di impotenza
Perché un giovane decide di attivarsi? I dati YEPP parlano chiaro: la spinta è anzitutto valoriale. Per il 50% del campione, la molla sono le convinzioni personali, seguite dal desiderio di cambiare le cose e dall’influenza dei pari. Ma analizzando le risposte aperte, emerge una parola chiave: utilità. I giovani partecipano se sentono di poter dare un contributo concreto, se percepiscono che la loro azione ha un impatto.
Tuttavia, il coinvolgimento stabile si scontra con barriere formidabili. La mancanza di tempo (64%) è l’ostacolo principale, ma è un dato che va letto insieme alla sensazione di impotenza. Il report segnala che il 55% dei ragazzi ritiene che partecipare sia spesso inutile perché “tanto non cambia nulla”.
Questo “senso di inutilità” è il vero veleno della partecipazione: se l’organizzazione è percepita come un luogo dove le decisioni sono già prese o dove il contributo dei giovani è solo “estetico”, i ragazzi si allontanano. La burocrazia e la rigidità delle strutture del Terzo Settore sono viste come muri che soffocano l’entusiasmo e la creatività.
Il nodo della politica: tra riconoscimento ideale e distanza pratica
Il rapporto tra i giovani e la politica è forse l’aspetto più paradossale del report. Il 76% degli intervistati riconosce che “fare politica” sia una forma di partecipazione, ma la pratica effettiva crolla al 5,1%.
C’è dunque un riconoscimento ideale dell’importanza della politica, ma un rifiuto totale delle sue forme attuali.

I giovani non sono “apolitici”, ma sono “partiticamente atei”. Percepiscono la politica istituzionale come un mondo lento, dal linguaggio oscuro e dalle dinamiche gerarchiche. Preferiscono l’attivismo “per temi”: l’ambiente (78,5%) e i diritti civili sono i nuovi terreni di scontro.
Il problema non è la mancanza di interesse per il bene comune, ma la mancanza di fiducia in istituzioni che sembrano interpretare la partecipazione giovanile come una concessione dall’alto e non come un diritto al protagonismo. Questa sfiducia alimenta una partecipazione che si sposta verso l’informale, il digitale o il volontariato diretto, saltando la mediazione dei partiti.
Oltre la superficie: cosa chiedono davvero i giovani per “esserci”
Se i dati quantitativi ci offrono una fotografia dello stato dell’arte, le “piste di approfondimento” del report YEPP ci permettono di entrare nel cuore del desiderio giovanile. Non basta infatti sapere se i giovani partecipano; è fondamentale capire che cosa sia per loro questo atto e, soprattutto, a quali condizioni strutturali e psicologiche decidano di investire il proprio tempo.
Il significato profondo: partecipazione come “uscita da sé”
Per la Generazione Z, la partecipazione non è un’adesione ideologica, ma un processo di costruzione dell’identità. Dalle analisi qualitative emerge che partecipare significa, prima di tutto, compiere un’azione di rottura rispetto alla comfort zone individuale. I giovani descrivono la partecipazione come un modo per “mettersi in gioco”, un’opportunità per scoprire talenti che la scuola o il lavoro non sempre riescono a far emergere.
C’è una tensione costante tra l’io e il noi: la ricerca evidenzia come la partecipazione sia vista come uno specchio. I ragazzi partecipano per “sentirsi parte di qualcosa”, certo, ma anche per capire chi sono attraverso il confronto con l’altro. In questo senso, la partecipazione è interpretata come cura: cura di sé, cura delle relazioni e cura del mondo. È un approccio che ribalta la visione adulta della “militanza” come sacrificio; per i giovani, se l’impegno non produce benessere o crescita personale, perde di significato. Non è egoismo, ma una ricerca di autenticità in un mondo percepito come frammentato.

Le condizioni per l’attivazione: flessibilità, accoglienza e “Potere Reale”
Il report dedica una riflessione cruciale alle “condizioni” che rendono possibile la presenza attiva. Non basta aprire le porte di un’associazione per vedere i giovani entrare; serve un radicale ripensamento dei luoghi e dei tempi.
La prima condizione è la flessibilità temporale. In una società che richiede performance costanti, i giovani vivono il tempo come una risorsa scarsa e preziosa. La ricerca indica che le organizzazioni che funzionano meglio sono quelle che propongono un impegno “modulare”: i giovani fuggono dai vincoli decennali o dalle responsabilità burocratiche pesanti, ma sono pronti a dare il massimo in progetti brevi, intensi e con un obiettivo chiaro (il cosiddetto “impegno a progetto”).
La seconda condizione riguarda l’accoglienza relazionale. Un dato che emerge con forza è che il giovane non cerca solo una causa, ma una comunità. Il “clima” del gruppo è la variabile che decide la permanenza. Un ambiente giudicante, gerarchico o dove il linguaggio è troppo tecnico agisce come un respingente. I giovani chiedono luoghi dove sia possibile anche sbagliare, dove il divertimento e la convivialità non siano visti come una perdita di tempo, ma come il collante necessario all’azione civica.
Infine, la condizione politica per eccellenza: il riconoscimento del potere decisionale. I giovani intervistati sono stati molto chiari: non vogliono essere “ospiti” delle organizzazioni degli adulti, ma co-protagonisti. La partecipazione diventa reale solo quando il giovane ha la possibilità di incidere sul processo, non solo sull’esecuzione.
Questo significa che enti pubblici e Terzo Settore devono essere disposti a cedere quote di potere, permettendo ai ragazzi di gestire budget, prendere decisioni strategiche e, se necessario, cambiare le regole del gioco. Senza questo passaggio, la partecipazione rimane un esercizio di “giovanilismo” di facciata che produce solo ulteriore disincanto.
In sintesi, la “pista” tracciata dal report ci dice che la partecipazione giovanile oggi è una domanda di protagonismo guidato dal senso. I ragazzi sono pronti a “provarci”, ma chiedono che il campo da gioco sia orizzontale, accogliente e, soprattutto, capace di generare un cambiamento che parta prima di tutto dalla qualità della vita di chi lo pratica.
Focus Sicilia: la partecipazione tra resistenza territoriale e ostacoli strutturali
Spostando l’analisi in Sicilia, il “90% che ci provo” del report YEPP assume una coloritura ancora più intensa. Se nel Nord-Ovest la sfida è spesso legata alla gestione del tempo tra studio e carriera, in Sicilia la partecipazione è frequentemente un atto di resistenza territoriale.
Analogie: Il valore del gruppo e del riscatto
Esattamente come in Piemonte e Liguria, anche per il giovane siciliano la partecipazione nasce dalla relazione.
L’associazionismo, spesso informale, è l’unica alternativa alla solitudine dei centri minori o delle periferie metropolitane. Il desiderio di “sentirsi utili” si traduce qui in un impegno diretto contro il degrado e per la legalità: partecipare in Sicilia non è solo “fare qualcosa”, è spesso “riprendersi qualcosa” che è stato sottratto alla comunità.
Differenze: La barriera del lavoro e l’ombra dell’emigrazione
La differenza sostanziale risiede nelle barriere. In una terra con tassi di disoccupazione giovanile e NEET tra i più alti d’Europa, la mancanza di prospettive economiche agisce come un freno devastante. Se al Nord si lamenta la mancanza di tempo, al Sud si soffre la mancanza di stabilità. Inoltre, la costante emorragia migratoria (il “fuga di cervelli”) priva la Sicilia proprio di quei giovani che vorrebbero “provarci”, trasferendo il loro potenziale partecipativo altrove. Il “senso di impotenza” rilevato dal report YEPP è qui amplificato da una sfiducia nelle istituzioni locali spesso più radicata, che rende ogni iniziativa dal basso una piccola, eroica battaglia di frontiera.
Una nuova prospettiva per il mondo adulto
Emerge da questa analisi una conclusione che non è solo una sintesi di dati, ma un appello alla riflessione per chiunque abbia responsabilità educative, politiche o sociali. La ricerca “Tu sei una persona che partecipa?” ci consegna l’immagine di una generazione che non è affatto ripiegata su se stessa, ma che sta semplicemente abitando il mondo con modalità nuove.
I giovani oggi non cercano l’adesione a una bandiera o l’inserimento in una gerarchia; cercano spazi di senso, luoghi dove la loro voce possa tradursi in un cambiamento tangibile e dove la relazione umana sia autentica e gratificante.
Perché questa partecipazione non resti solo un “tentativo” (“ci provo”), il mondo adulto è chiamato a un passo indietro e, contemporaneamente, a un grande sforzo di apertura. Non si tratta di “istruire” i giovani alla partecipazione, ma di “abilitarli”, ovvero creare le condizioni affinché le loro energie non si infrangano contro il muro dell’inutilità o della burocrazia.
Dobbiamo imparare a valorizzare la partecipazione informale, quella che nasce nelle piazze, nei collettivi o sul web, riconoscendola come linfa vitale per la democrazia. Sia che ci troviamo nei Magazzini del Cotone di Genova o in un centro culturale della periferia siciliana, il messaggio è lo stesso: i giovani sono pronti a fare la loro parte, a patto che gli adulti sappiano finalmente “cambiare gli occhiali” e smettano di chiedere loro di adattarsi a modelli che appartengono a un secolo che non esiste più.
Facilitare la loro presenza attiva significa, in ultima analisi, permettere alle nostre società di respirare aria nuova, trasformando quel “ci provo” in un solido e collettivo “costruiamo insieme”.
FONTE DATI: RICERCA YEPP ITALIA in italiano
TABELLE E GRAFICI RICERCA
Nota Metodologica della Ricerca YEPP
L’indagine “Tu sei una persona che partecipa?”, promossa da YEPP Italia con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, si basa su un approccio scientifico strutturato in due fasi operative distinte.
.La prima fase ha avuto carattere qualitativo: sono state realizzate 21 interviste semistrutturate a responsabili di organizzazioni attive nel Terzo Settore e 10 colloqui con esperti di politiche giovanili e sociologia.
-La seconda fase ha visto la somministrazione di un questionario a un campione di 2.158 giovani tra i 15 e i 24 anni, residenti in tutte le province di Piemonte e Liguria. Il campione è stato suddiviso in due fasce:
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15-19enni: intercettati direttamente nelle scuole superiori e nei centri di formazione professionale
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20-24enni: raggiunti attraverso rilevazioni sul campo in aule studio, università e luoghi di aggregazione informale, integrate da una diffusione online.
Il gruppo di ricerca, composto da sette professionisti con competenze multidisciplinari, ha curato l’elaborazione dei dati con il supporto tecnico di ASVAPP, garantendo la proporzionalità del campione rispetto alla popolazione giovanile dei territori analizzati. L’obiettivo finale è stato ridefinire il concetto di partecipazione partendo esclusivamente dal punto di vista dei giovani
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