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La situazione

L’inverno della ‘tregua’: dopo l’incubo del 2025 gli invasi siciliani tornano a respirare

sabato 28 Febbraio 2026
Ancipa

C’è un’immagine che i siciliani difficilmente dimenticheranno: i letti crepati delle dighe Fanaco e Ancipa, ridotti a distese di fango secco sotto il sole cocente di un 2025 che resterà negli annali come uno dei periodi più bui per l’idrografia isolana.

Ma oggi, a febbraio 2026, lo scenario sta lentamente mutando. Le piogge degli ultimi mesi hanno invertito una tendenza che sembrava irreversibile, portando i volumi d’acqua negli invasi a livelli che non si vedevano da quasi due anni. Le perturbazioni intense di gennaio e delle prime settimane di febbraio, amplificate dal passaggio del ciclone Harry che ha colpito duramente l’isola con forti piogge e vento e provocato anche allagamenti e evacuazioni in diverse zone costiere, hanno ridato vita agli invasi e riattivato falde e suoli agricoli.

I dati ufficiali dell’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia, aggiornati al 1° febbraio 2026, raccontano una storia di rinascita parziale ma concreta. Complici e fondamentali gli eventi piovosi recenti, i volumi complessivi delle dighe pubbliche monitorate sono infatti passati da 229,95 a 389,43 milioni di metri cubi, con un incremento di +159,48 milioni di metri cubi tra gennaio e inizio febbraio 2026.

Il 2025: l’anno della sete

L’anno appena trascorso è stato un calvario sistemico. La Sicilia ha affrontato una siccità estrema che ha costretto oltre un milione di cittadini a convivere con rubinetti a secco e turnazioni drastiche, che in alcune zone dell’Agrigentino e del Nisseno hanno raggiunto intervalli di dieci giorni. A Palermo, Catania, Agrigento e Trapani i turni di erogazione sono diventati la norma, famiglie costrette a fare la doccia a secchiate, scuole chiuse per mancanza d’acqua, ospedali in allerta. L’Amap, gestore del servizio idrico palermitano, ha dovuto ricorrere a navi cisterna e autobotti per garantire il minimo vitale.

L’economia agricola è stata messa in ginocchio, con perdite superiori al 40% dei raccolti in molte province tra arance, limoni bruciati dal sole e vigneti rinsecchiti. Gli allevatori hanno dovuto abbattere capi o acquistare mangimi a prezzi esorbitanti per far fronte alla scarsità di acqua potabile per gli animali. L’emergenza è stata dichiarata a livello nazionale già nel 2024 e prorogata con delibera del Consiglio dei Ministri del 9 maggio 2025; nel dicembre 2025 sono stati erogati ulteriori aiuti, ma il danno economico stimato per il settore agrario supera i 300 milioni di euro solo per l’anno 2025.

Il 2025 non è stato solo un problema meteorologico, ma una crisi sociale che ha messo a nudo la fragilità delle infrastrutture idriche regionali.

La svolta di febbraio 2026: i dati a confronto

I dati aggiornati dell’Autorità di Bacino descrivono un febbraio di netta ripresa. Tra i molti invasi monitorati, alcuni come Scanzano, Santa Rosalia, Rubino, Pozzillo e Olivo sono oggi pieni o quasi alla quota massima autorizzata, e il sistema idrico di Palermo ha potuto sospendere i razionamenti dal 16 febbraio 2026 grazie all’aumento dei volumi. Tuttavia, alcune dighe, pur riempiendosi, hanno superato le soglie di sicurezza e sono costrette a scaricare l’acqua in mare per evitare rischi strutturali, come nel caso della diga di Trinità nel Trapanese, dove gran parte dell’enta raccolta non può essere trattenuta fino al completamento dei lavori di adeguamento.

Nello specifico mese di febbraio, l’Ancipa ha raggiunto i 22,45 mmc. Il lago Arancio 11,12; il Castello 12,21; il Cimia 2,99; il Comunelli 0,17; il Disueli 0,48; il Don Sturzo 54,00; il Fanaco 6,31; il Furore 2,50; il Gammauta 0,40; il Garcia 13,69; il Gorgo 0,47; il Lentini 86,06; il Nicoletti 7,46; l’Olivo 3,78; il Paceco 5,10; il Piana degli Albanesi 9,54; il Piano del Leone 3,98; il Poma 26,03; il Pozillo 34,38; il Prizzi 4,14; il Ragoleto 10,03; il Rosamaria 24,59; il Rubino 4,96; il San Giovanni 10,50; il Santa Rosalia 17,53; lo Scalzano 7,02; lo Sciaguana 4,79, il Trinità 2,48 e il Zaffarana 0,27.

Verso una nuova normalità? Si, ma…

Si può dire che la situazione è cambiata in meglio? Senza dubbio sì. Dopo mesi di allarmi e restrizioni, la Sicilia respira. Le piogge hanno portato un sollievo tangibile: non solo gli invasi si stanno riempiendo, ma i suoli agricoli hanno recuperato umidità, le falde si stanno ricaricando e molte colture invernali hanno ripreso vigore. L’indice SPI (Standardized Precipitation Index) dell’Osservatorio regionale mostra un miglioramento su scala trimestrale, con ampie zone passate da siccità severa a condizioni di umidità moderata o normale.

Tuttavia non è ancora il momento di abbassare la guardia. Molti invasi restano lontani dalla piena capacità, con Rosamarina al 25%, Poma al 36% e Garcia al 17%, e la rete di distribuzione continua a perdere oltre il 50% dell’acqua immessa a causa di infrastrutture obsolete, un problema sistemico che limita la capacità di utilizzare pienamente la risorsa idrica disponibile. Inoltre, la cronaca recente ha visto effetti collaterali del maltempo come le inondazioni e l’accumulo di detriti sulle spiagge agrigentine dopo il passaggio di perturbazioni intense, che hanno poi richiesto interventi di pulizia ambientale da parte di associazioni locali.

Dunque, le piogge di febbraio hanno “curato” il sintomo, ma la malattia, fatta di reti idriche colabrodo, dighe interrate dai detriti e carenze strutturali, resta. La sfida del 2026 sarà capitalizzare questa tregua del cielo per accelerare i lavori sui dissalatori, completare la manutenzione straordinaria degli invasi e ridurre drasticamente le perdite di rete, evitando che il prossimo periodo siccitoso colga nuovamente l’isola impreparata.

La lezione del 2025 è chiara: la siccità non è più un’eccezione, ma una minaccia strutturale amplificata dal cambiamento climatico, che richiede risposte strutturali oltre che emergenziali.

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