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I dati

Referendum e astensionismo: il voto sulla giustizia riapre il tema della partecipazione

giovedì 19 Marzo 2026

Nel pieno del dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo dedicato alla riforma della giustizia e alla separazione delle carriere, torna centrale un tema che va oltre il merito del quesito, vale a dire il significato stesso del voto. In Italia, infatti, votare non è soltanto una possibilità concessa ai cittadini, ma rappresenta uno dei principi cardine dell’intero sistema democratico.

A stabilirlo è la Costituzione, che all’articolo 48 definisce il voto come personale, libero e segreto, qualificandolo anche come un dovere civico. Una formulazione che non introduce un obbligo giuridico, ma richiama una responsabilità collettiva. Partecipare alle elezioni o ai referendum, dunque, non significa soltanto scegliere chi governa o quali norme approvare, ma contribuire al funzionamento stesso della democrazia.

Il calo della partecipazione negli ultimi anni

Nonostante questo impianto costituzionale, negli ultimi anni si registra un progressivo allontanamento degli elettori dalle urne. I dati ufficiali del Ministero dell’Interno mostrano un trend chiaro e costante, soprattutto quando si osservano le consultazioni referendarie.

Nel 2016, in occasione del referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi, l’affluenza si attestò intorno al 65,5%, un dato elevato che rifletteva la forte polarizzazione politica di quel momento. Solo quattro anni dopo, nel 2020, il referendum sul taglio dei parlamentari fece registrare una partecipazione più bassa, pari a circa il 53,8% degli aventi diritto.

Il calo diventa ancora più evidente se si guardano i referendum abrogativi. Nel 2022, quando gli italiani furono chiamati a esprimersi su cinque quesiti in materia di giustizia, l’affluenza si fermò al 20,9%, uno dei livelli più bassi nella storia repubblicana. Un dato che segnala una distanza crescente tra cittadini e strumenti di democrazia diretta.

La tendenza non si è invertita negli anni successivi. Nel 2025, in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza, la partecipazione si è attestata intorno al 30,6%, rimanendo ben al di sotto del quorum del 50% necessario per la validità dei referendum abrogativi.

Per comprendere la portata di questo cambiamento basta ricordare che l’ultimo referendum abrogativo capace di raggiungere il quorum risale al 2011, quando votò circa il 54,8% degli italiani. Da allora, nessuna consultazione di questo tipo è riuscita a superare la soglia richiesta.

Referendum costituzionale e assenza di quorum

Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo si inserisce in questo contesto, ma presenta una caratteristica specifica che lo distingue dalle consultazioni abrogative. Si tratta infatti di un referendum costituzionale confermativo e, proprio per questa ragione, non prevede il quorum.

In termini pratici, ciò significa che il risultato sarà valido indipendentemente dal numero di votanti. Non è quindi necessario raggiungere una soglia minima di partecipazione affinché l’esito abbia effetti giuridici.

Questo elemento cambia in parte la dinamica del voto, perché elimina uno dei fattori che negli ultimi anni ha inciso sulle strategie politiche e sull’astensionismo. Tuttavia, l’assenza di quorum non riduce il valore della partecipazione, che resta centrale sul piano politico e democratico.

Tra disaffezione e responsabilità civica

Il progressivo calo dell’affluenza pone una questione che va oltre i singoli referendum e riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni. La crescente astensione può essere letta come un segnale di disaffezione, ma anche come il risultato di fattori complessi, tra cui la scarsa informazione, la percezione di inefficacia del voto e la difficoltà di comprendere quesiti spesso tecnici.

In questo quadro, il richiamo della Costituzione al dovere civico assume un significato particolare. Non si tratta di un obbligo imposto dall’alto, bensì di una responsabilità verso la collettività. Votare significa partecipare a un processo che incide direttamente sulle regole della convivenza civile.

Anche nel caso di un referendum senza quorum, come quello sulla giustizia, la partecipazione contribuisce a definire la legittimazione politica del risultato. Un’alta affluenza rafforza il peso della decisione, mentre una partecipazione ridotta rischia di alimentare ulteriori dubbi sulla rappresentatività delle scelte compiute.

Una scelta che riguarda il funzionamento della democrazia

Il voto, quindi, non è soltanto uno strumento formale, ma uno dei principali meccanismi attraverso cui si esprime la sovranità popolare. Ogni consultazione, dalle elezioni politiche ai referendum, rappresenta un momento in cui i cittadini possono incidere direttamente sulle decisioni pubbliche. Il referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia si colloca dentro questa cornice più ampia. Al di là delle posizioni sul merito della riforma, il dato che emerge con forza è la necessità di interrogarsi sul livello di partecipazione e sul ruolo che i cittadini intendono assumere nel processo democratico. In un contesto segnato da un’astensione crescente, il rischio non è soltanto quello di una minore affluenza, ma di un progressivo indebolimento del legame tra istituzioni e società.

 

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