L’evoluzione del lavoro da remoto ha ridisegnato i flussi migratori professionali a livello internazionale, trasformando aree storicamente considerate periferiche in poli d’attrazione per i cosiddetti “executive nomads”.
Nell’analisi di questo fenomeno geoeconomico, la classifica dell‘Executive Nomad Index rappresenta una delle metriche globali più autorevoli per tracciare lo spostamento dei professionisti ad alto reddito.

I dati più recenti collocano Palermo al venticinquesimo posto nel mondo e al primo posto assoluto in Italia per capacità di attrazione verso i lavoratori da remoto. Il nostro Paese si distingue nello scenario internazionale come l’unico territorio europeo a vantare due mete all’interno della top 30 mondiale, dato che oltre al capoluogo siciliano, anche la regione Toscana si attesta su ottimi livelli posizionandosi al ventinovesimo posto.
La parte superiore della graduatoria globale vede il saldo primato degli Emirati Arabi Uniti, con Dubai e Abu Dhabi rispettivamente in prima e seconda posizione, seguite da consolidate realtà costiere e metropolitane quali Malaga, Miami e Lisbona.
In questo contesto, l’inclusione e il posizionamento di Palermo indicano che il fenomeno del south working – intensificatosi a partire dalla crisi pandemica – ha superato la dimensione transitoria per assumere i connotati di un trend strutturale.
La risposta ai problemi della Sicilia potrebbe risiedere nel nomadismo digitale?
Gli indicatori demografici, economici e sociali dell’Isola dipingono un quadro preoccupante, evidenziando la necessità di un cambiamento di rotta per evitare il rischio di un progressivo sottosviluppo, soprattutto nel settore digitale. Adottare nuovi modelli economici e sociali è fondamentale per invertire queste tendenze negative e rilanciare lo sviluppo dell’Isola. In questo contesto, il nomadismo digitale rappresenta un’opportunità da cogliere.
Il nomadismo digitale, ovvero la possibilità di lavorare da remoto grazie alle tecnologie digitali, offre numerosi vantaggi. Può attrarre talenti e professionisti da tutto il mondo, portando con sé competenze, innovazione e investimenti. Inoltre, può incentivare la nascita di nuove imprese locali e favorire la crescita di quelle esistenti.
Ne avevamo trattato in un articolo nel 2024 su ilSicilia.it.
Nomadi digitali: la soluzione contro il declino economico e lo spopolamento della Sicilia?
Tuttavia, l’attrattività della città porta con sé un dibattito complesso relativo al rischio di snaturamento del tessuto urbano e sociale. Si crea così una situazione in cui i benefici economici immediati rischiano di scontrarsi frontalmente con la sostenibilità abitativa dei residenti e con l’identità profonda dei quartieri storici, che rischiano di modificarsi radicalmente per accogliere i flussi di professionisti internazionali.
L’identikit del nomade digitale
Il nomade digitale è un professionista che, non essendo legato a un luogo fisico, vive una vita itinerante lavorando da remoto. Questa tendenza, sempre più diffusa, è resa possibile dall’espansione di Internet ad alta velocità e dai software di collaborazione online. Strumenti come le VPN in Italia offrono una soluzione completa per sicurezza e privacy, permettendo ai lavoratori digitali di operare senza restrizioni in qualsiasi momento.
Che sia in un bar, su una spiaggia o in uno chalet di montagna, i lavoratori da remoto possono esercitare la loro professione ovunque, dimostrando una flessibilità geografica fuori dal comune. Spesso sono individui avventurosi, desiderosi di uscire dalla propria comfort zone e di integrare il lavoro con la scoperta di nuovi ambienti e culture. Questa flessibilità è essenziale per affrontare le sfide logistiche e culturali che emergono durante i viaggi.
I nomadi digitali sono perlopiù freelance, ma possono essere anche imprenditori o dipendenti di aziende innovative che supportano il lavoro a distanza.
Nella borsa di un nomade digitale non possono mancare dispositivi tecnologici come laptop, smartphone, power bank, e software di videoconferenza e gestione progetti. La gestione delle finanze è cruciale, dato che i costi della vita possono variare notevolmente da un luogo all’altro.
Il Co-Working, un altro dei luoghi ideali per un nomade digitale deve soddisfare alcune esigenze fondamentali. La più importante è una connessione a Internet affidabile, cruciale per comunicare, partecipare a videocall e accedere a risorse online. Molti professionisti cercano spazi di co-working dove possono approfittare di infrastrutture professionali e di un ambiente sociale stimolante.
A influenzare la scelta chiaramente incidono anche i costi della vita sul territorio (che devono ovviamente essere adeguati con le esigenze del lavoratore).In mancanza di queste strutture, caffetterie, biblioteche e alloggi come appartamenti o case vacanza offrono soluzioni alternative.
Per mantenere un equilibrio tra vita lavorativa e personale, i nomadi digitali necessitano di accesso a servizi essenziali come lavanderie, palestre e negozi. È altrettanto importante la presenza di comunità di altri nomadi digitali, che possono fornire supporto sociale e nuove opportunità di networking.
La metodologia del report “Executive Nomad Index” e la geografia variabile del lavoro agile a Palermo
Per comprendere l’oggettività dei dati sul lavoro agile, è necessario esaminare i parametri scientifici utilizzati per la redazione dell’Executive Nomad Index. Questo indice valuta le destinazioni globali sulla base di cinque macro-indicatori tecnici che non lasciano spazio a interpretazioni parziali.
Il primo parametro è la velocità e la stabilità della connessione internet, intesa come presenza di infrastrutture a banda larga e reti mobile di ultima generazione, che costituiscono il prerequisito essenziale per la continuità operativa aziendale. Segue l’accessibilità aerea, calcolata in base ai collegamenti diretti e alla frequenza dei voli garantiti dagli scali aeroportuali verso i principali hub finanziari e metropolitani globali.
Un peso rilevante viene assegnato anche alla stabilità climatica, quantificata attraverso le ore di sole annuali e le temperature medie favorevoli, elementi che incidono in modo diretto sulla qualità della vita percepita dai professionisti. A questo si collegano la qualità generale dei servizi urbani e l’offerta culturale, che misurano il livello di sicurezza, l’offerta ricreativa e la ricchezza storico-artistica del luogo.
Infine, l’ultimo indicatore analizza il mercato immobiliare residenziale, valutando il costo medio degli affitti e la disponibilità di soluzioni abitative adatte a un target di alto livello.
Il posizionamento di Palermo dimostra che la città è entrata in diretta competizione con i grandi hub transnazionali.
Il capoluogo siciliano risponde ai divari infrastrutturali storici facendo leva su un costo degli affitti e della vita nettamente inferiore rispetto alle metropoli del Nord Italia o ad altre capitali europee, un fattore economico che, unito al clima favorevole e a una progressiva rigenerazione dei propri spazi, la rende una meta fortemente appetibile per i professionisti in grado di operare da qualsiasi parte del mondo.
Le politiche pubbliche: risorse finanziarie e strategie comunali e regionali
L’afflusso di lavoratori da remoto non è unicamente l’esito di dinamiche spontanee di mercato, ma deve essere supportato da una precisa programmazione politica ed economica che vede una convergenza di interventi tra diversi livelli amministrativi, con il chiaro obiettivo di rendere la Sicilia appetibile per questi professionisti.
All’interno di questa strategia, l’amministrazione comunale sta lavorando alla creazione del nuovo “Centro per l’Innovazione”, uno spazio di coworking pubblico e completamente gratuito. La scelta di localizzare questa struttura fuori dal centro storico risponde a una logica di pianificazione territoriale precisa, l’obiettivo dichiarato è infatti quello di creare più opportunità per i giovani del territorio e per chi desidera tornare a lavorare in Sicilia, generando valore e nuove competenze per tutta la comunità urbana.

Parallelamente, anche la Regione Siciliana ha dato il via libera a una misura economica imponente, stanziando un pacchetto di finanziamenti dal valore complessivo di cinquantaquattro milioni di euro. I dettagli del provvedimento prevedono l’erogazione di contributi finanziari fino a trentamila euro per ogni lavoratore siciliano assunto o stabilizzato con un contratto a tempo indeterminato, a patto che l’azienda datrice di lavoro – pur avendo la propria sede legale al di fuori dell’isola – consenta al dipendente di svolgere la prestazione lavorativa in Sicilia in modalità agile per un periodo minimo di almeno cinque anni.
A completamento di questo quadro normativo di supporto logistico e fiscale, la Regione e i Comuni stanno collaborando alla creazione di una rete diffusa di spazi di coworking anche nelle aree interne dell’isola.
Questo progetto viene attuato attraverso il recupero funzionale e la ristrutturazione di immobili pubblici ed ecclesiastici che versano attualmente in stato di disuso. Per rendere il territorio ancora più attrattivo, sono stati previsti ulteriori servizi accessori, che includono l’accesso gratuito agli impianti sportivi pubblici e una rimodulazione agevolata sull’IRPEF per tutti quei professionisti che scelgono di trasferire il proprio domicilio fiscale in Sicilia provenendo dall’estero.
Analisi dei dati della Regione Siciliana e impatto territoriale
L’integrazione di dati quantitativi su scala macroregionale permette di analizzare l’andamento del lavoro agile nell’intera Isola, evidenziando le profonde asimmetrie strutturali che caratterizzano l’economia siciliana. I dati storici elaborati da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne mostrano che la crescita di Palermo all’interno delle classifiche internazionali si inserisce in un contesto regionale caratterizzato da una forte polarizzazione geografica e da una marcata discrepanza nel potere d’acquisto tra la popolazione locale e i lavoratori in ingresso.
Nel periodo di massima espansione del fenomeno, le startup innovative registrate nel territorio di Palermo hanno fatto segnare un incremento del 3,7%. Questo dato si muove in netta controtendenza rispetto alla media nazionale italiana, che nello stesso lasso di tempo ha registrato una contrazione complessiva del comparto pari al 7%. Il fermento del capoluogo si riflette anche sui dati occupazionali generali della sua area metropolitana, dove il numero dei lavoratori attivi è cresciuto del 6,9%, un valore che supera di oltre quattro volte la velocità di crescita media registrata nel resto d’Italia. Questa dinamica positiva è stata sostenuta dalla nascita di network professionali e da manifestazioni di respiro internazionale capaci di attrarre investitori e fondi d’investimento esteri sul territorio.
Tuttavia, l’analisi territoriale dettagliata della Regione Siciliana mette in luce un andamento economico chiaramente a due velocità.
Da un lato troviamo i poli metropolitani di Palermo e Catania, che riescono ad assorbire la quasi totalità dei flussi finanziari e dei lavoratori internazionali. Mentre Palermo esercita una forte attrazione legata alla sua centralità amministrativa e alla rigenerazione culturale, Catania risponde con il dinamismo del suo distretto tecnologico focalizzato sulla ricerca, sui semiconduttori e sulle energie rinnovabili. Entrambe le aree metropolitane beneficiano in modo decisivo della presenza di scali aeroportuali internazionali che garantiscono un elevato indice di connettività aerea con il resto del continente.
Al contrario, le province centrali e le aree interne dell’isola mostrano tassi di penetrazione del lavoro da remoto estremamente bassi. Nonostante il piano regionale da cinquantaquattro milioni di euro punti esplicitamente sul recupero degli immobili dismessi nei piccoli comuni per contrastare lo spopolamento, i progetti si scontrano con ritardi storici relativi alla copertura della rete a banda ultralarga e con la carenza cronica di collegamenti ferroviari e stradali primari.
Il vero elemento di criticità economica risiede però nella profonda differenza tra i redditi della popolazione residente e la capacità di spesa dei nomadi digitali.
Le rilevazioni statistiche indicano che la spesa mensile stimata per un lavoratore da remoto internazionale a Palermo oscilla mediamente tra i tremilaquattrocento e i tremilaottocento euro. Questa cifra tiene conto dell’affitto di alloggi temporanei su canali brevi, dell’utilizzo di spazi di coworking privati e delle spese per la ristorazione e il tempo libero.
Per un professionista straniero che si stabilisce a lungo termine, il costo della vita medio si attesta invece intorno ai 2.100 euro mensili.
Questi valori entrano in forte contrasto con il reddito medio reale della popolazione locale residente, che per le fasce giovanili e i profili d’impiego ordinari si colloca storicamente in una fascia compresa tra gli ottocento e i millecento euro al mese.
Una forbice reddituale così ampia genera un’inevitabile pressione sui prezzi dei beni di consumo e dei servizi locali, orientando progressivamente l’offerta commerciale urbana verso le esigenze di una clientela temporanea e ad alto budget, a scapito delle necessità della cittadinanza stabile.
Le voci del territorio e le criticità del modello attuale
L’esame dei dati quantitativi deve necessariamente essere integrato con la valutazione qualitativa espressa dai soggetti sociali e culturali che operano direttamente sul territorio. Le testimonianze raccolte sul campo evidenziano una forte preoccupazione per le ricadute sociali del fenomeno, mettendo in luce una sensibile distanza tra i proclami entusiastici delle istituzioni e la realtà vissuta dai cittadini. Le iniziative pensate per attirare i lavoratori che si sono trasferiti altrove portano infatti con sé il rischio concreto di creare divisioni tra chi è rimasto e chi è tornato.
L’associazione South Working, da tempo si impegna sul campo ed esprime una posizione molto chiara sulla necessità di governare il fenomeno per evitare che si risolva in una bolla estemporanea. Secondo l’analisi dell’associazione, è fondamentale creare le condizioni affinché le aziende che oggi portano il lavoro agile in Sicilia decidano in futuro di radicarsi stabilmente sul territorio, aprendo delle vere e proprie sedi operative, creando un indotto economico reale e diventando parte integrante dell’ecosistema produttivo locale. Senza un vero piano di sviluppo territoriale, il rischio concreto è che il south working si riduca a una semplice forma di turismo del lavoro, incapace di lasciare un valore duraturo una volta terminato il flusso temporaneo dei professionisti.
Ancora più netta risulta la critica mossa dagli esponenti dei laboratori culturali e sociali della città, i quali si confrontano quotidianamente con le trasformazioni delle dinamiche locali. Chi frequenta abitualmente i nomadi digitali e gli expat in città rileva che, per la maggior parte delle persone coinvolte, si tratta purtroppo di un fenomeno prettamente turistico.
Con una permanenza media che si limita a un periodo compreso tra i tre e i sei mesi, questo flusso rischia di non creare un valore reale e stabile per l’economia cittadina, lasciando i lavoratori remoti isolati rispetto al territorio.
Attualmente, i lavoratori remoti arrivano a Palermo attirati quasi esclusivamente dai costi accessibili e dall’elevata qualità della vita, ma una volta giunti sul posto rischiano di ritrovarsi privi di spazi pubblici di aggregazione e di servizi di supporto integrati, rimanendo di fatto lasciati a loro stessi. A questa carenza si aggiunge una questione politica profonda che interroga direttamente la classe dirigente siciliana. Molti osservatori locali fanno notare una grave distorsione nell’allocazione degli incentivi pubblici, sottolineando come tutte le nuove politiche istituzionali sembrino orientate a premiare ed agevolare economicamente in modo esclusivo coloro che se ne vanno e poi decidono di tornare. Al contrario, per tutti i giovani e i professionisti che hanno scelto di restare fin dall’inizio e di costruire faticosamente il proprio futuro sul territorio, non viene previsto alcun vantaggio o forma di sostegno economico concreto.
Questa asimmetria rischia di alimentare tensioni sociali tra chi ha scelto di non abbandonare l’isola e chi vi rientra con canali agevolati. Per queste ragioni, il modello attuale viene criticato da più parti quando si dimostra fondato unicamente sul consumo e non sulla produzione.
Una gestione attenta del fenomeno dovrebbe invece partire dall’ascolto delle richieste concrete delle persone che vivono stabilmente a Palermo e in Sicilia, evidenziando come le istituzioni rischino di non comprendere fino in fondo tutte le implicazioni sociali ed economiche legate al south working.
Le contraddizioni socio-economiche: gentrificazione e crisi abitativa
Le analisi sul campo sul fenomeno vedono nel tempo l’insorgere di due fenomeni speculativi strettamente interconnessi: la gentrificazione dei quartieri storici e l’esplosione di una grave crisi abitativa.
L’arrivo di lavoratori con un potere d’acquisto nettamente superiore rispetto alla media della popolazione locale ha innescato una rapida trasformazione del tessuto commerciale dei quartieri del centro storico di Palermo, come la Kalsa, l’Albergheria e Castellammare. I negozi di vicinato, le botteghe artigiane e le attività destinate al sostentamento dei residenti vengono progressivamente sostituiti da locali di ristorazione e servizi commerciali ad alto valore aggiunto, modificando l’anima sociale e culturale dello spazio urbano per adattarla a chi ha una maggiore capacità di spesa.

La conseguenza più allarmante di questa trasformazione si riversa sul mercato immobiliare residenziale. Attirati dalla possibilità di ottenere profitti decisamente più elevati attraverso le locazioni brevi o transitorie destinate ai professionisti internazionali, moltissimi proprietari di immobili stanno scegliendo di ritirare i propri appartamenti dal mercato degli affitti tradizionali a lungo termine. Questo fenomeno sta provocando una drastica riduzione della disponibilità di case per le famiglie residenti e per la numerosa popolazione studentesca universitaria.
La scarsità di offerta, unita alla forte domanda internazionale, determina se non controllata un aumento generalizzato e insostenibile dei canoni d’affitto, che risultano ormai sproporzionati rispetto ai canali salariali medi locali. Il risultato finale è l’espulsione progressiva dei residenti storici e dei lavoratori a basso reddito dal centro della città verso le aree periferiche, un processo che non solo aggrava il fenomeno della segregazione sociale, ma aumenta anche i problemi legati al traffico, alla mobilità e alla congestione dei trasporti urbani.
Tra attrattività e resistenze: le due facce del dibattito cittadino
L’ascesa di Palermo nelle classifiche globali dei lavoratori da remoto ha generato un dibattito polarizzato all’interno del tessuto sociale cittadino. Le reazioni della popolazione e degli osservatori locali si dividono nettamente tra chi individua in questo flusso una spinta al rinnovamento urbano e chi, al contrario, vi scorge il rischio di un consumo identitario ed economico del territorio. L’analisi di queste posizioni permette di mappare le luci e le ombre di un fenomeno che va ben oltre i dati statistici.
Le ragioni dell’apertura: rigenerazione, contrasto allo spopolamento e spinta ai servizi
I sostenitori del modello di sviluppo legato ai nomadi digitali evidenziano come l’afflusso di professionisti ad alto reddito rappresenti un’importante boccata d’ossigeno per un territorio storicamente penalizzato dall’emigrazione giovanile e dalla carenza di opportunità occupazionali stabili.
Un ulteriore argomento a favore riguarda lo stimolo indiretto che la presenza di una comunità internazionale può esercitare sulla pubblica amministrazione e sull’efficienza urbana. Secondo questa visione, la necessità di accogliere standard qualitativi elevati costringe la città a interrogarsi sulle proprie carenze strutturali, fungendo da acceleratore per il miglioramento dei servizi essenziali destinati a tutti i cittadini: dalla gestione del decoro urbano e della pulizia delle strade, al potenziamento della rete dei trasporti pubblici (treni, metropolitane, tram e autobus), fino alla sicurezza e all’accessibilità degli spazi pubblici e delle aree costiere.
Il lavoro agile, inoltre, viene difeso per la sua capacità di generare ricchezza senza gravare sulla mobilità urbana, dal momento che molti di questi professionisti operano prevalentemente da casa, evitando di incrementare il già congestionato traffico cittadino.
Le voci critiche: il rischio dell'”estrazione sociale” e la sostenibilità abitativa
Sul fronte opposto, si registra una crescente preoccupazione per le dinamiche di stampo prettamente estrattivo che rischiano di caratterizzare il fenomeno. Una parte consistente della cittadinanza rileva come Palermo venga spesso raccontata all’esterno unicamente come un “paradiso low cost” basato sulla convenienza economica temporanea, sul clima favorevole e sull’offerta gastronomica. Il timore diffuso è che, non appena i costi generali e l’inflazione saliranno anche nel capoluogo siciliano, questo flusso volatile di professionisti possa semplicemente spostarsi verso nuove mete internazionali più competitive, lasciando la città con un tessuto sociale impoverito e sradicato.
Si evidenzia inoltre una profonda differenza strutturale all’interno del territorio palermitano: per la popolazione locale, vivere a Palermo basandosi esclusivamente sui livelli salariali medi e sugli stipendi correnti della città risulta sempre più difficile, costringendo chi è nato sul territorio e vorrebbe investirvi a scontrarsi con un costo della vita parametrato su redditi esteri.
Senza una regolamentazione, il rischio descritto è quello di un adattamento passivo della città alle sole logiche del mercato turistico e del consumo, a fronte di servizi strutturali che rimangono carenti.
Verso una proposta: il passaggio da turisti a risorse territoriali
Al di là della contrapposizione tra favorevoli e contrari, emerge nel dibattito pubblico una linea propositiva che punta a trasformare il fenomeno da turismo a lungo termine a reale valore aggiunto per la comunità.
Questo strumento consentirebbe di connettere il bagaglio professionale dei nomadi digitali con il tessuto locale (associazioni, scuole, università, imprese e realtà civiche), traducendosi in progetti concreti come workshop, attività di mentoring, laboratori e scambi culturali.
L’obiettivo finale di questa strategia integrata è superare la dimensione della socialità fine a se stessa o dello storytelling esotico sul Sud, permettendo alle competenze esterne di incontrare e valorizzare quelle interne in un circuito economico e sociale realmente virtuoso.
Verso un modello di sviluppo territoriale “integrato”?
Il posizionamento di Palermo nel panorama globale del lavoro agile dimostra che il south working rappresenta un fattore di sviluppo dai tratti profondamente ambivalenti. Se da un lato l’inclusione nelle classifiche internazionali dell’Executive Nomad Index certifica l’attrattività del territorio e genera un indotto economico immediato per il settore dei servizi e dell’innovazione, dall’altro lato emergono con chiarezza i rischi di distorsione sociale legati a una crescita non regolamentata.

Le risorse finanziarie messe in campo dal Comune di Palermo tramite il PNRR e dalla Regione Siciliana testimoniano la consapevolezza istituzionale dell’importanza strategica del fenomeno. Tuttavia, affinché questi investimenti pubblici non si traducano in un sussidio temporaneo a un turismo del lavoro effimero e puramente consumistico, è necessario un radicale cambio di prospettiva da parte della classe dirigente locale e regionale.
L’azione politica non deve limitarsi a incentivare l’arrivo o il rientro temporaneo dei singoli individui, ma deve concentrarsi sulla creazione di un ecosistema industriale e tecnologico che spinge le imprese extra-regionali a radicarsi stabilmente nell’isola.
Soltanto attraverso il potenziamento dei servizi, la tutela del diritto all’abitare per i residenti e lo sviluppo di infrastrutture di connessione anche nelle aree interne, la Sicilia potrà trasformare il lavoro da remoto in una reale opportunità di riscatto economico, evitando che la propria ricchezza culturale e territoriale diventi oggetto di un modello unicamente estrattivo.
Il South Working al centro della programmazione europea: la Sicilia al Forum PA 2026
Le opportunità legate all’attrazione dei nomadi digitali e al consolidamento del south working in Sicilia sono state tra le tematiche della partecipazione della Regione Siciliana al Forum PA 2026 di Roma, il 10 e 11 giugno.
La linea emersa a livello istituzionale punta a un modello di sviluppo integrato e a una governance multilivello, che vede la collaborazione attiva tra la Regione e le coalizioni di comuni impegnate nel programma Pr Fesr 2021-2027. L’obiettivo è supportare il tessuto urbano e le aree interne con massicci investimenti pubblici volti a migliorare i servizi, l’accoglienza e l’efficienza infrastrutturale, elementi indispensabili per sostenere la permanenza dei professionisti sul territorio.
Gli interventi presentati si articolano su tre pilastri fondamentali per l’ecosistema del lavoro agile:
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Infrastrutture energetiche e smart grids: Attraverso il Pr Fesr e l’Accordo per la coesione Fsc, la Regione ha messo in campo 440 milioni di euro per l’efficientamento delle reti e le fonti rinnovabili, tra cui spicca un bando da 80 milioni di euro per le smart grids e un piano per l’idrogeno verde, essenziali per garantire la sostenibilità ambientale dei territori ospitanti.
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Housing sociale e rigenerazione urbana: Per rispondere concretamente ai rischi di emergenza abitativa e gentrificazione evidenziati dal dibattito cittadino, la Regione destina complessivamente 246 milioni di euro alla priorità Housing. Questi fondi sono orientati a potenziare l’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica e sociale, cercando di equilibrare la domanda immobiliare.
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Supporto amministrativo ai Comuni: Attraverso la sinergia con il Centro servizi territoriali (Cst) del programma nazionale CapCoe 21-27, viene garantita assistenza specialistica ai comuni dell’Isola, aiutandoli a superare i gap burocratici e a implementare i progetti locali di coesione in modo efficiente.
Fonte Dati: Report Executive nomads
Per la versione integrale al link
Nota metodologica del rapporto
Il rapporto “Savills Executive Nomad Index” del 2025 classifica le migliori destinazioni globali per nomadi digitali di alto livello (executive nomads). La metodologia si basa su un’analisi quantitativa che valuta e pondera cinque indicatori chiave fondamentali per i lavoratori professionisti che scelgono di vivere e lavorare in una nuova località.
I cinque criteri principali utilizzati per l’indice sono:
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Velocità della connessione internet: Indispensabile per il lavoro a distanza; considera la velocità di download sia mobile che a banda larga.
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Qualità della vita: Un indicatore composito che riflette il benessere generale, la sicurezza, l’accesso ai servizi e la salute.
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Clima: Valuta le condizioni meteorologiche ideali, con un focus sul sole e le temperature temperate.
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Connettività aerea: Misura la facilità di viaggio, inclusi i voli diretti per importanti hub globali.
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Costo degli affitti: Analizza il costo medio degli affitti per abitazioni di alta qualità.
I parametri sono stati scelti per riflettere le priorità specifiche dei “executive nomads,” un gruppo che, a differenza dei nomadi digitali tradizionali, spesso viaggia con la famiglia, possiede un reddito più elevato e cerca una migliore qualità della vita, un buon clima e un’ottima connettività, piuttosto che solo un basso costo della vita.
L’indice pesa questi fattori per determinare la classifica finale delle destinazioni più attraenti per questa specifica demografia.




