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L’intervista

Mafia, Antoci: “Gli arresti non bastano. Nordio venga a Mistretta, ci sono 100mila metri quadrati pronti per un nuovo carcere”

sabato 8 Agosto 2026
Giuseppe Antoci

Ridisegnare le priorità della lotta alla mafia. È la linea tratteggiata dall’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci in un’intervista rilasciata a questo giornale. A pochi giorni dalla commemorazione di Paolo Borsellino e dall’audizione in Commissione nazionale Antimafia del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, il magistrato che ha coordinato le indagini culminate con l’arresto di Matteo Messina Denaro, torna al centro una riflessione: servono ancora simboli ed eroi per parlare di lotta alla mafia o la vera sfida è rendere la legalità una normalità quotidiana?

L’arresto di Matteo Messina Denaro, nel gennaio 2023, ha rappresentato l’ultimo scacco matto dello Stato alla mafia stragista degli anni Novanta, quella che ha segnato una delle pagine più drammatiche della storia del Paese. A distanza di oltre tre anni, tuttavia, il quadro che emerge non è quello di una mafia sconfitta. Pur senza una cupola, Cosa nostra continua a essere profondamente radicata nel territorio.

A lanciare l’allarme sono sia la Commissione antimafia dell’Ars, presieduta da Antonello Cracolici, attraverso la relazione annuale sull’attività svolta, sia il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. La nuova Cosa nostra si adatta ai cambiamenti, modifica le proprie strategie criminali pur di mantenere il controllo del territorio. A confermarlo è anche il fenomeno del racket, che assume sempre più una valenza “simbolica”: le estorsioni non servono soltanto a riempire le casse dell’organizzazione, ma rappresentano soprattutto uno strumento per riaffermare il controllo sull’economia e sul tessuto sociale dell’Isola.

A questo si aggiunge un’altra criticità: l’aumento dei cellulari all’interno degli istituti penitenziari, che consentirebbe ai boss di mantenere i contatti con l’esterno e continuare a impartire ordini anche dal carcere. È proprio questo intreccio tra racket, intimidazioni e la capacità delle organizzazioni mafiose di continuare a esercitare il proprio potere anche dall’interno delle carceri ad alimentare la paura. Una paura che si riflette nel calo delle denunce da parte degli imprenditori vittime di estorsioni. È in questo contesto che il velo del silenzio sembra tornare a stendersi sulla Sicilia.

Da questa fotografia parte la riflessione dell’eurodeputato M5S Giuseppe Antoci. Per Antoci la lotta alla mafia non può esaurirsi negli arresti, ma richiede un cambio di prospettiva: “C’è un momento in cui bisogna mettere in fila le priorità e la priorità, oggi, è mostrare che lo Stato vince. Ma lo Stato vince quando dà ai cittadini la garanzia che non vincano gli altri”.

Un passaggio che porta l’eurodeputato a intervenire anche sulle parole del guardasigilli dopo l’audizione del procuratore De Lucia: “È inutile che il ministro Nordio si senta chiamato in causa da queste vicende o parli di caccia alle streghe. Il messaggio deve essere un altro: se ci sono delle problematiche, siamo pronti a risolverle. Gli atti giudiziari, le indagini emerse e anche le misure cautelari hanno dimostrato che quanto detto dal procuratore De Lucia corrisponde pienamente alla realtà dei fatti”.

“Quali priorità vogliamo darci? – aggiunge – Vogliamo continuare a parlarci addosso? Vogliamo chiedere alle persone di fare gli eroi? Di simboli e di eroi questo Paese ne ha avuti abbastanza. Bisogna ripartire dalla normalità. E la normalità, in un Paese normale, è che un detenuto sottoposto a un regime di alta sicurezza non possa in alcun modo comunicare con l’esterno, dando ordini o commissionando ritorsioni”.

Antoci si sofferma sul tema delle carceri e aggiunge che nonostante la presenza di “Una Polizia penitenziaria efficientissima” è necessario “Investire sugli organici, ascoltare il personale e capire quali siano realmente le difficoltà”. Un intervento che, secondo l’eurodeputato, deve essere accompagnato da un’altra parola: “dignità”. “Serve un regime di detenzione dignitoso anche per chi ha sbagliato – sottolinea –. Non si può consentire che nelle carceri ci sia sovraffollamento e che, ad agosto, con quaranta gradi, si viva in condizioni come quelle che conosciamo”.

Poi lancia un invito al guardasigilli: “Consiglierei al ministro di occuparsi della mia interrogazione parlamentare e delle dichiarazioni che ho fatto. Venga a Mistretta, dove ci sono 100 mila metri quadrati già destinati urbanisticamente alla costruzione di un carcere. C’è un’amministrazione comunale che ha detto al Ministero: vi regaliamo il terreno”.

“Si potrebbe realizzare un carcere molto grande, anche di massima sicurezza. E, a differenza di quanto sostiene il ministro nei suoi convegni, qui non è vero che i cittadini non vogliono un carcere sul proprio territorio. A Mistretta non solo ci sono 100 mila metri quadrati già disponibili, ma i cittadini il carcere lo vogliono”, spiega.

L’intervista poi si chiude con un  appello dell’eurodeputato rivolto ai cittadini: “Non dobbiamo mai pensare che lo Stato sia qualcosa di diverso da noi. Troppo spesso pensiamo che lo Stato sia un’altra cosa e che tutto dipenda sempre da qualcun altro. Oppure ci convinciamo di essere troppo piccoli e inutili per poter cambiare le cose.  Ognuno di noi può essere il tassello mancante di un mosaico di legalità, di normalità e di giustizia. Dobbiamo sentirci quell’ultima tessera che permette di completare il mosaico. Se ci convinciamo di questo, ogni cittadino saprà da quale parte stare, senza chiedere a nessuno di essere un eroe. Dobbiamo chiedere soltanto normalità, per noi e per i nostri figli”.

La normalità di cui parla Antoci come strumento per la lotta alla mafia è forse una delle parole più difficili da conquistare in una terra dove, per troppo tempo, l’eccezione è diventata abitudine. Da Pirandello a Sciascia, la letteratura siciliana ha raccontato una realtà in cui spesso ciò che appare quotidiano e accettato nasconde rapporti di potere, paure e contraddizioni più profonde.

È proprio lungo quella linea sottile, tra ciò che sembra normale e ciò che invece condiziona la vita delle persone, che anche le mafie hanno saputo inserirsi, cambiando volto e strategie. Una trasformazione che richiama il concetto gattopardiano del “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La sfida, però, indicata da Antoci è ribaltare questa logica, facendo della legalità, della fiducia nello Stato e della denuncia non un’eccezione, ma la normalità.

 

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