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L'operazione

Blitz antimafia a Palermo, 32 fermi: ecco i nomi CLICCA PER IL VIDEO

lunedì 20 Aprile 2026

Operazione antimafia nella notte a Palermo dove carabinieri del Reparto operativo e agenti di polizia della squadra mobile e dello Sco, coordinati dalla procura, diretta da Maurizio de Lucia, con l’aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Giacomo Brandini, Francesca Dessì e Francesca Mazzocco con l’aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Giacomo Brandini, Francesca Dessì e Francesca Mazzocco, hanno fermato 32 indagati nei quartieri Brancaccio e Sperone accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione e spaccio di droga.

Le indagini

L’attività investigativa, condotta dal 2023 al 2026, ha delineato la struttura e gli assetti del mandamento mafioso di “Brancaccio” ed ha riguardato le famiglie mafiose di Brancaccio, Roccella-Guarnaschelli e Corso dei Mille, ricostruendo i nuovi assetti organizzativi e gerarchici.

Nel corso della notte sono state eseguite numerose perquisizioni anche con l’ausilio dei vigili del fuoco che hanno aperto diversi magazzini e box. Perquisizioni anche in una impresa funebre della zona.
Durante le indagini alcuni imprenditori taglieggiati hanno collaborato e sono state ricostruite diverse richieste di pizzo agli esercenti. L’organizzazione aveva anche acquistato alcune case bandite per fallimenti facendo andare deserte le aste.

Oltre all’esecuzione dei fermi, sono in corso numerose perquisizioni personali e locali disposte dall’autorità giudiziaria ed è stata data esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo riguardante aziende, immobili, conti correnti in relazione a ipotesi di autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.

Nel corso delle indagini, si era proceduto all’arresto in flagranza di 6 soggetti, all’esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di ulteriori 2 persone, nonché al sequestro di 5 pistole, di 1 fucile a pompa, di 1 carabina, di 2 mazze chiodate, di 3 chili di hashish e della somma in contanti di circa 13.000 euro, elementi che confermano la concreta pericolosità dei soggetti coinvolti e l’attuale capacità operativa del sodalizio.

Nell’operazione sono stati impiegati oltre 450 uomini inclusi Nuclei Investigativi, gruppi di Palermo e Monreale, Squadre di intervento operativo (Sio), Aliquote di primo intervento (Api), unità cinofile e il 9° nucleo elicotteri, personale del reparto prevenzione crimine di Sicilia e Calabria, della polizia scientifica, unità cinofile e un elicottero del IV reparto volo.

Il sistema delle aste giudiziarie

La famiglia mafiosa di Brancaccio, attraverso Giuseppe Vulcano, consulente tributario non ufficiale, è entrata nel business delle aste giudiziarie. Un’attività in un settore quello edilizio utilizzato per riciclare denaro.

Secondo le indagini della Dda grazie alla sua opera, l’organizzazione ha strutturato un sistema illecito basato sull’inquinamento delle aste giudiziarie. L’organizzazione, secondo l’accusa, manipola il mercato degli immobili pignorati, ricorrendo all’intimidazione per scoraggiare la partecipazione alle gare o imporre prezzi al ribasso. Le case venivano acquistate tramite prestanome. Un’altra attività era quella dello sfruttamento di eredità e testamenti. Il sistema prevedeva l’individuazione di defunti senza eredi per fabbricare testamenti falsi e impossessarsi di beni. Nell’ambito di questo filone dell’inchiesta, sono stati sequestrati 49 immobili per un valore di circa 7 milioni di euro per impedirne la vendita.

Un altro settore era quello della schermatura dei capitali e frode bancaria. L’organizzazione avrebbe creato una strategia per nascondere i patrimoni illeciti al fisco, che include la creazione di documentazione contabile falsa per ingannare gli istituti di credito, ottenere finanziamenti agevolati e far apparire come solventi soggetti che in realtà non possiedono nulla. Infine sarebbero state costruite di false identità finanziarie attuando una manipolazione sistematica dei profili finanziari dei prestanome. Creando ad hoc documentazione falsa, il sodalizio costruisce un’apparente solidità economica per soggetti nullatenenti, trasformandoli artificiosamente in clienti affidabili per il circuito bancario. Dopo le indagini è stato disposto il sequestro preventivo di 13 tra aziende, immobili e conti correnti, nell’ambito di procedimenti per riciclaggio e intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa.

Le denunce e gli episodi di estorsione

Prima i mafiosi gli chiesero il pizzo nei pressi dell’officina. Millecinquecento euro a Natale e Pasqua. Poi gli chiesero di fare entrare un loro uomo di fiducia nella società. Poi lo picchiarono. Non ottennero nulla. L’imprenditore, titolare di un’officina e di alcuni parcheggi, denunciò ai carabinieri le estorsioni e due uomini furono arrestati. Ma poi gli bruciarono quattro furgoni nel suo parcheggio in via Antonino Saetta, accanto al San Paolo Palace.

L’imprenditore sostenuto dall’associazione Addiopizzo ha denunciato i mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio e oggi è scattato il blitz con 32 fermi. Un’altra denuncia è arrivata dal procuratore della ditta edile Neocos aggiudicataria di appalto pubblico del Comune di Palermo, impegnata, a dal luglio 2025, nei lavori di realizzazione della rete fognaria lungo l’asse viario di via Messina Marine. Al responsabile della ditta avevano raccontato strani episodi, come la presenza di uno sconosciuto nel cantiere, il capocantiere, un ingegnere e tre operai. Il 20 novembre 2025, il capocantiere della ditta Demoikos aveva denunciato un tentativo di estorsione avvenuto quella mattina nel cantiere di via Ciaculli 24.

C’è chi denuncia quindi ma sono tanti quelli che continuano a pagare il pizzo in silenzio. A marzo è stato bruciato un escavatore della ditta che in via Amedeo D’Aosta sta realizzando un tratto della rete fognaria. Poco dopo un altro raid incendiario, alla tabaccheria “165” di via Messina Marine. Messaggi chiari spediti anche con i colpi di kalashnikov contro gli immobili degli imprenditori nei quartieri dall’altra parte della città.

Dall’inchiesta sulla mafia di Brancaccio emerge che sono 18 gli episodi estorsivi. A pagare sono commercianti piccoli e grandi, ma anche imprenditori. Da 300 euro al mese, a cifre molto più grosse, anche 17 mila euro in un anno.

I nomi dei fermi

Tra i 32 fermi c’è Nino Sacco che uscito dal carcere a maggio del 2024 era tornato a prendere il controllo del mandamento. Il boss scarcerato insieme agli altri 31 indagati sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, reati in materia di armi, trasferimento fraudolento di valori e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, oltre a ulteriori delitti aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione dell’associazione mafiosa.

C’è un insospettabile Giuseppe Vulcano, 37 anni, con un diploma di ragioniere, che nel 2022 si era candidato al consiglio comunale di Palermo, nella lista “Lavoriamo per Palermo”, in sostegno del sindaco Roberto Lagalla. Ottenne 283 voti. Vulcano è cugino di Teresa Marino, moglie del capomafia di Porta Nuova, Tommaso Lo Presti. Secondo le indagini della Dda di Palermo, Vulcano, che si spacciava per tributarista senza essere iscritto in alcun albo professionale, avrebbe gestito alcuni affari dei boss che investivano denaro in attività commerciali come sale bingo, tabaccherie e pompe di benzina. Vulcano si sarebbe occupato anche delle aste immobiliari. I boss avrebbero fatto terra bruciata in modo che nessun altro presentasse offerte e si sarebbero così accaparrati gli immobili al miglior prezzo. Un settore legale dove poter fare affari d’oro.

Ecco i nomi degli atri fermi: Pietro Asaro, 55 anni, Antonino Borgognone, 63 anni, Salvatore Borgognone, 31 anni, Filippo Bruno, 36 anni, Francesco Capizzi, 35 anni, Giuseppe Caserta 51 anni, Sebastiano Castanetta, 28 anni, Ignazio Cinà, 37 anni, Maurizio Costa, 61 anni, Salvatore di Pasquale, 48 anni, Angelo Faraone, 32 anni, Paolo Filippone, 34 anni, Antonino Giuliano, 54 anni, Antonino Graviano, 49 anni, Mohamed Labidi, 33 anni, Cosimo Lo Nigro, 51 anni, Saverio Marchese, 61 anni, Antonino Marino, 48 anni, Pietro Mendola, 54 anni, Antonino Randazzo, 33 anni, Carmelo Sacco, 37 anni, Francesco Salerno, 56 anni, Luciano Scrima, 37 anni, Matteo Scrima, 66 anni, Antonino Spadaro, 70 anni, Gaetano Spadaro, 48 anni, Pietro Tagliavia, 58 anni, Giacomo Teresi, 80 anni, Ignazio Testa, 39 anni e Filippo Marcello Tutino 65 anni.

De Lucia: “Cosa nostra punta al mercato legale”

Il quadro, emerso dalle indagini restituisce una consorteria attiva, fondata sul controllo del territorio, sulla capacità intimidatoria, sulla gestione coordinata delle estorsioni, del traffico di stupefacenti, della disponibilità di armi, nonché sulla raccolta e redistribuzione di risorse economiche destinate anche al mantenimento dei sodali detenuti“. Lo dice il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia che ha aggiunto come “le risultanze investigative hanno altresì rivelato una metamorfosi strategica, dove Cosa Nostra non ha rinnegato la propria vocazione violenta e il controllo militare del territorio ma ha affiancato ad essi una moderna inclinazione affaristica, declinandola in chiave manageriale e comprendendo come il controllo di una parte importante del mercato legale può generare ricavi più remunerativi con molti meno rischi“.

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