C’è un pezzo di economia locale che si muove silenziosamente attorno ai riti religiosi e che oggi rischia di fermarsi. Non si tratta soltanto di fede, percorsi educativi o scelte pastorali, ma di un sistema articolato che coinvolge imprese, famiglie e lavoro. La riforma del catechismo voluta dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, con l’unificazione di comunione e cresima in un unico momento e un percorso più lungo, apre infatti una questione che travalica i confini ecclesiastici e tocca direttamente il tessuto economico cittadino. Secondo le stime di Confimprese, il ridimensionamento delle celebrazioni e dei festeggiamenti ha generato un danno economico già stimabile in circa 20 milioni di euro nell’ultimo anno.
Il cambio di paradigma della riforma
Il principio alla base della riforma è chiaro, ovvero superare quella che lo stesso Lorefice ha definito una visione “consumistica” dei sacramenti, cioè l’idea di una “Chiesa supermercato” in cui si ricevono battesimo, comunione e cresima senza un reale percorso di appartenenza. Si tratta quindi di un cambio di paradigma che punta a costruire un’“alleanza educativa” tra parrocchie e famiglie, con l’obiettivo di rendere più consapevole e duratura la partecipazione alla vita religiosa.
L’impatto sull’economia e sull’indotto
Il blocco della domanda e le nuove dinamiche
Il nodo principale riguarda la tempistica, dal momento che a Palermo il percorso catechistico è stato esteso fino a cinque anni e ciò comporta il rinvio delle celebrazioni che prima scandivano con maggiore frequenza la vita delle famiglie.
“Tutti quelli che hanno iniziato il percorso adesso non faranno la comunione per anni. Questo significa che un intero indotto resta senza lavoro”, spiega Ferrante.
Un cambiamento che, tradotto in termini economici, equivale a una vera e propria sospensione della domanda, perché non si tratta di una semplice riduzione della spesa ma di uno slittamento dei consumi che lascia scoperti interi cicli produttivi. Le attività che tradizionalmente concentrano una parte significativa del loro fatturato nei mesi delle cerimonie si trovano quindi a fare i conti con un vuoto improvviso e difficile da compensare. Il problema è ulteriormente amplificato dal fatto che questi eventi continuano a essere fortemente radicati nella cultura locale.
“La comunione resta la prima vera festa per un bambino. È un momento molto sentito e proprio per questo genera lavoro”, osserva Ferrante.
Negli ultimi anni, nonostante le difficoltà economiche, questo tipo di spesa aveva mostrato una certa tenuta e in alcuni casi persino una crescita. Dopo la pandemia, infatti, si era registrata una tendenza a investire di più sugli eventi significativi dal punto di vista affettivo e familiare. “Su queste occasioni la gente continua a spendere, anche di più. Sono momenti unici, legati anche alla presenza dei nonni, e si vuole lasciare un ricordo”.
Spostamenti, crisi e ricadute sociali
Proprio questo elemento emotivo rende ancora più evidente la portata del cambiamento, perché riducendo il numero delle celebrazioni e concentrandole in un unico evento si riduce inevitabilmente anche il numero delle occasioni di spesa. A complicare ulteriormente il quadro c’è un fenomeno collaterale che sta già emergendo, ovvero lo spostamento delle famiglie verso altri territori.
“Molti palermitani si stanno spostando a Monreale, Carini, Montelepre. Questo svuota il commercio in città e sposta altrove la spesa”, racconta Ferrante.
In queste aree, dove i percorsi catechistici non hanno subito le stesse modifiche o prevedono tempi diversi, le cerimonie continuano a svolgersi secondo il modello tradizionale e il risultato è una redistribuzione dei consumi che penalizza Palermo e favorisce i comuni limitrofi, con effetti diretti sul fatturato delle imprese locali. Per alcune categorie, come quella dei fioristi, il problema assume contorni ancora più complessi, perché il lavoro non si esaurisce nel momento della vendita ma richiede una programmazione anticipata, investimenti e acquisti effettuati anche con anni di anticipo.
“Noi lavoriamo anni prima, investiamo su materiali, colori, tendenze. Se ti bloccano tutto, resti con merce che non sai come utilizzare”, spiega Ferrante, facendo riferimento anche alle scelte legate alle stagionalità e alle mode.
Questa rigidità rende difficile adattarsi rapidamente a cambiamenti così radicali e le imprese si trovano a dover sostenere costi già affrontati senza la possibilità di recuperarli nel breve periodo, con ripercussioni che possono mettere a rischio la tenuta stessa delle attività. Il tutto si inserisce in un contesto economico già fragile, dal momento che molte attività non hanno ancora recuperato completamente dopo la pandemia.
“Dopo il Covid nessuna attività si è ripresa davvero. Se si riducono anche queste occasioni, l’effetto è devastante”, afferma il presidente di Assofioristi.
Da qui nasce un appello all’arcidiocesi, con l’auspicio che si tenga conto anche delle ricadute economiche e sociali delle scelte intraprese.
“Speriamo che si rendano conto del danno che si sta creando al tessuto commerciale e sociale. Quando il lavoro diminuisce, le conseguenze si vedono anche a livello sociale”.
Resta quindi aperta una questione che va ben oltre il piano religioso e che investe direttamente l’economia del territorio. Da un lato c’è l’esigenza di superare una visione ritenuta eccessivamente consumistica dei sacramenti, dall’altro c’è la necessità di tutelare un indotto che dà lavoro a centinaia di persone. In mezzo, Palermo, dove fede ed economia continuano a intrecciarsi in modo profondo e dove ogni cambiamento rischia di produrre effetti che vanno ben oltre le intenzioni iniziali.




