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La pressione sul sistema produttivo regionale

Guerra in Iran e carovita: i “fronti aperti” che mettono alla prova la tenuta economica della Sicilia

mercoledì 18 Marzo 2026

La tempesta economica globale della crisi iraniana che ridisegna i confini economici e mette sotto stress i settori produttivi della Sicilia

 

 

Il 28 febbraio 2026 segna l’inizio di una crisi sistemica che sta ridisegnando i confini economici della Sicilia. Nonostante la distanza geografica, il conflitto in Iran e il conseguente blocco in crescendo dello Stretto di Hormuz hanno innescato un effetto domino che colpisce il tessuto economico dell’isola e in particolare l’agroalimentare. Con il greggio Brent stabilmente sopra i 120 dollari al barile, la Sicilia si ritrova prigioniera della sua stessa insularità, trasformando il Canale di Sicilia in una barriera economica invalicabile.

 

Petroliera sullo Stretto di Hormuz (Fonte Ansa)

 

 

L’analisi dei dati raccolti tra l’1 e il 17 marzo 2026 rivela una realtà complessa e in continuo mutamento. La logistica su gomma, che garantisce l’85% degli approvvigionamenti e dell’export regionale,  rischia nel breve tempo il default operativo. L’impennata del gasolio ha fatto lievitare l’incidenza del carburante sui costi aziendali fino al 46%, creando “buchi neri” di prezzo nelle zone interne dove il rifornimento tocca i 2,25 €/l. A questo si aggiunge lo shock dei noli marittimi, gravati da Bunker Surcharge che rendono il trasporto verso il Nord Italia un’operazione spesso in perdita.

La crisi non risparmia la produzione primaria. Il settore cerealicolo, pur con i silos colmi, subisce l’esplosione dei costi dei fertilizzanti azotati, passati in due settimane da 480 a 640 €/t, mettendo a rischio la competitività del grano duro siciliano rispetto alle importazioni estere. Parallelamente, l’ortofrutta di pregio vede svanire il mercato del Golfo Persico: il blocco delle “Vie della Seta” verso Dubai e Doha ha causato un eccesso di offerta locale, facendo crollare i prezzi alla produzione (le arance rosse IGP sono scese ad esempio a 0,55 €/kg) mentre i prezzi al dettaglio al Nord aumentano a causa della “tassa di guerra” logistica.

Infine, la distribuzione interna evidenzia una pericolosa frattura sociale. Se la GDO maschera i rincari tagliando le promozioni del 30%, i piccoli dettaglianti delle aree montane sono costretti a ritoccare i listini verso l’alto, generando una “povertà alimentare logistica” che penalizza le zone interne con prezzi del 12% superiori rispetto alle coste.

Senza interventi strutturali sul credito d’imposta energetico, la Sicilia rischia una contrazione del PIL agricolo fino al 6%, un prezzo altissimo per una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza, ma le cui macerie economiche sono già visibili nelle campagne e sui banchi dei mercati dell’isola.

Attraverso sette capitoli – dall’esplosione dei costi logistici, dei fertilizzanti, il blocco dell’export ortofrutticolo verso il Golfo, il divario tra GDO e dettaglio, l’insidia dei rincari energetici per l’irrigazione, il packaging e fino al nodo critico del credito – tracceremo la mappa di una Sicilia che prova a resistere alla tempesta economica globale.

 

L’erosione della logistica e il “default” in corso del trasporto su gomma

 

Il sistema logistico siciliano è entrato in una fase di stress test senza precedenti dal 28 febbraio 2026. L’improvvisa chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato un’impennata del greggio Brent, che ha superato la soglia psicologica dei 120 dollari al barile in meno di dieci giorni. Per la Sicilia, questo non è solo un dato macroeconomico, ma una barriera fisica.

L’impennata del gasolio si schianta sugli autotrasporti

 

Il costo del gasolio alla pompa in Sicilia ha registrato un’impennata del 20,4% in diciassette giorni. Per un’impresa di autotrasporti media che opera sulla tratta Catania-Milano, il costo del carburante rappresenta storicamente il 30% dei costi operativi. Con i prezzi attuali (media 2,12 €/l), questa incidenza è balzata al 46%.

I dati MIMIT mostrano che, mentre nel resto d’Italia la rete autostradale ha assorbito parte del rincaro, in Sicilia la frammentazione della distribuzione ha creato “black hole” di prezzo, con punte di 2,25 €/l nelle zone interne dell’Ennese e del Nisseno.

 

Il pedaggio dell’insularità

 

Oltre al gasolio, il capitolo trasporti include i Bunker Surcharge (sovrapprezzi carburante navale). Le compagnie di navigazione che collegano Messina, Palermo e Catania ai porti di Salerno, Livorno e Genova hanno applicato clausole di emergenza. Un bilico frigo che partiva il 27 febbraio con un costo di nolo marittimo di circa 800 euro, oggi ne richiede 950-1000.

Secondo i dati Assoporti il volume di merci in uscita dai porti siciliani nella prima decade di marzo è calato del 12%, non per mancanza di prodotto, ma per insostenibilità economica del viaggio: molti vettori preferiscono lasciare i mezzi in deposito piuttosto che viaggiare in perdita.

 

Il mercato del grano e la geopolitica dei fertilizzanti

 

Se nel 2022 la crisi cerealicola era legata alla disponibilità fisica della materia prima (Ucraina e Russia bloccarono l’export), la crisi iraniana del 2026 colpisce la *capacità produttiva* attraverso il fattore energetico.

La Sicilia, storicamente il “granaio d’Italia” con circa il 25% della superficie nazionale destinata al grano duro, si trova intrappolata in un paradosso drammatico: ha i silos pieni del raccolto precedente, ma i costi di gestione e i costi degli input per la nuova semina sono fuori controllo.

La forbice fittizia dei prezzi

 

Le quotazioni della Borsa Merci di Catania e di Foggia, monitorate tra l’11 e il 18 marzo 2026, mostrano un prezzo del Grano Duro Fino siciliano apparentemente stabile, oscillante tra i 280 e i 290 €/t. Tuttavia, questa stabilità è fittizia e nasconde una paralisi del mercato. I produttori siciliani, scottati dai picchi di 580 €/t del 2022 e consapevoli dei nuovi costi, rifiutano di vendere a prezzi che non coprono nemmeno le spese di stoccaggio e le future sementi.

Il conflitto in Iran colpisce la filiera non perché Teheran sia un grande produttore di grano, ma perché è un player fondamentale per l’energia e, soprattutto, per i materiali necessari alla produzione di Urea e Nitrati, i fertilizzanti azotati essenziali per la concimazione primaverile del grano duro.

Il prezzo dei fertilizzanti azotati in Sicilia è letteralmente esploso, passando da una media di 480 €/t a fine febbraio a oltre 640 €/t nelle prime due settimane di marzo.

 

Il rischio abbandono e la perdita di competitività

 

Le analisi di Confagricoltura Sicilia e Coldiretti indicano un rischio concreto: il 15% delle aziende cerealicole dell’entroterra (province di Enna, Caltanissetta ed entroterra palermitano), zone già marginali e difficili, dovrà iniziare a valutare la riduzione delle rotazioni colturali per la prossima stagione. Senza un intervento governativo massiccio sul credito d’imposta per il gasolio agricolo e sui concimi, il grano siciliano rischia di perdere definitivamente competitività.

Paradossalmente, diventa economicamente più vantaggioso per i molini siciliani importare grano duro estero, che, pur gravato dai noli marittimi mondiali, beneficia di economie di scala e di costi di produzione alla fonte non accessibili ai piccoli e frammentati latifondi siciliani.

 

 

 

L’ortofrutta e il blocco delle “Vie della Seta” agroalimentari

 

L’ortofrutta è il gioiello della corona dell’export siciliano. Prodotti come gli Agrumi (Arancia Rossa di Sicilia IGP), il Pomodoro di Pachino IGP, l’Uva da tavola di Mazzarrone e le primizie di serra hanno nei mercati del Golfo Persico (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar) uno sbocco commerciale vitale e ad alto valore aggiunto. La crisi iraniana iniziata il 28 febbraio ha eretto un muro invisibile ma invalicabile su queste rotte.

Il blocco dello Stretto di Hormuz impatta sull’export

 

Prima del conflitto, circa il 18% dell’export ortofrutticolo siciliano di fascia premium era destinato, via mare (container refrigerati) o via aerea, ai mercati di Dubai, Abu Dhabi e Doha. La chiusura dello stretto di Hormuz ha paralizzato queste spedizioni. Le navi cariche di prodotti deperibili sono state costrette a disdette di massa, a lunghi e costosi dirottamenti circumnavigando l’Africa (con tempi di transito raddoppiati e costi insostenibili), o al tentativo disperato di dirottare i carichi verso i mercati europei, già saturi.

L’effetto saturazione è stato immediato e devastante per i produttori. Il prodotto rimasto invenduto per l’export si è riversato in massa sui mercati all’ingrosso italiani (Fondi, Milano, Padova, Verona).

Risultato? Un eccesso di offerta che ha fatto crollare il prezzo alla produzione. Le arance rosse IGP, che a fine febbraio venivano pagate 0,80 €/kg al produttore (un prezzo che garantiva un margine), a metà marzo faticano a raggiungere i 0,55 €/kg, un valore spesso inferiore ai costi di raccolta e confezionamento.

 

La distorsione del dettaglio: il paradosso dei prezzi

Mentre il produttore siciliano incassa meno, il consumatore finale a Milano o Roma paga di più per lo stesso prodotto siciliano. Questo “gap” non è profitto per l’agricoltore, ma è interamente assorbito dalla logistica energetica di emergenza. Per mantenere le catene del freddo attive nei magazzini, i banchi frigo accesi e i camion in movimento su tratte autostradali con pedaggi aumentati, la distribuzione sta caricando sul prezzo finale una “tassa di guerra” logistica che oscilla tra il 15% e il 25% del valore del prodotto.

Grande distribuzione Organizzata VS dettaglio: la “guerra dei margini”

 

L’ultimo anello della catena, la distribuzione al consumo, è quello dove si misura la reale tenuta sociale della crisi. In Sicilia, la struttura distributiva è fortemente duale: da un lato le grandi insegne internazionali e nazionali (GDO), dall’altro una fittissima rete di piccoli dettaglianti, mercati rionali e botteghe di quartiere. Entrambi i modelli sono sotto assedio, ma con dinamiche opposte.

 

La GDO cerca di ammortizzare gli shock petroliferi

 

Le grandi catene operanti in Sicilia possiedono centri di distribuzione (Ce.Di.) centralizzati. Questa struttura permette loro di stoccare grandi volumi di merce secca e di negoziare contratti di trasporto a lungo termine, riuscendo ad ammortizzare gli shock petroliferi per brevi periodi (2-3 settimane). Tuttavia, dai dati Ismea di metà marzo, emerge una strategia chiara: la GDO sta assorbendo parte dei rincari della logistica riducendo drasticamente le promozioni (“sottocosto”) del 30%.

La strategia è sottile: mantenere il prezzo base a scaffale apparentemente invariato per non innescare panico da inflazione, ma eliminare gli sconti, un modo indiretto ma efficace per far pagare la crisi energetica al consumatore finale.

 

 

Le difficoltà della piccola distribuzione e la discriminazione geografica

 

Il piccolo fruttivendolo o il market di quartiere non ha alcun potere contrattuale. Non possiede Ce.Di. e si rifornisce quotidianamente dai mercati generali (come il MAAS di Catania o l’ortomercato di Palermo). Se il costo del rifornimento aumenta a causa del carburante del piccolo furgone (spesso non idoneo ai rimborsi accise riservati ai mezzi pesanti), il piccolo negoziante deve aumentare i prezzi immediatamente per sopravvivere, o chiudere.

Dall’inizio del conflitto, si osserva un fenomeno preoccupante definito *”povertà alimentare logistica”. Nei comuni montani e delle zone interne della Sicilia (es. Madonie, Nebrodi, Ennese), dove la logistica è più complessa e costosa a causa della viabilità secondaria e delle distanze dai centri di distribuzione, i prezzi di frutta e verdura fresca sono mediamente del 12% più alti rispetto alle città costiere (Catania, Palermo, Messina).

Questo crea una discriminazione economica basata puramente sulla posizione geografica, colpendo le fasce di popolazione più fragili e isolate.

 

L’invisibile idrovora energetica: il costo dell’irrigazione e il rischio di crisi idrica elettrica

 

Mentre il dibattito pubblico e sindacale si concentra sul prezzo del gasolio agricolo per i trattori, un’erosione silenziosa ma devastante sta divorando i margini di profitto degli agricoltori siciliani: l’energia elettrica necessaria al sollevamento e alla distribuzione delle acque irrigue. Dal 28 febbraio 2026, con l’inizio delle ostilità in Iran, il mercato energetico europeo ha subito una fibrillazione istantanea, basata sul timore di una carenza di gas naturale che alimenta le centrali termoelettriche.

Il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’energia in Italia è tornato a salire drasticamente e sta influenzando direttamente le bollette dei consorzi di bonifica e delle aziende agricole private che gestiscono pozzi in proprio.

 

 La dipendenza elettrica del campo siciliano

 

In Sicilia, l’agricoltura di pregio non è un processo passivo legato alle piogge, ma un sistema quasi industriale che “pesca” energia per sopravvivere. Oltre il 70% degli agrumeti e la quasi totalità delle coltivazioni in serra (area di Vittoria, Pachino, Ispica) dipendono da pozzi artesiani che richiedono pompe elettriche ad alta potenza per pescare acqua a profondità crescenti, a causa del progressivo abbassamento delle falde acquifere dovuto ai cambiamenti climatici. Tra il 1° e il 15 marzo 2026, il costo del kWh per uso agricolo ha registrato un aumento medio del 22% rispetto alla media di febbraio.

Questo significa che per produrre un chilo di pomodoro ciliegino o un chilo di arance rosse, l’incidenza della “bolletta idrica” alla fonte è passata da 0,08 € a 0,11 €. Sembra una variazione minima, una frazione di centesimo, ma su una produzione agricola di 100.000 quintali, l’aggravio operativo distrugge il margine di profitto già risicato dell’agricoltore.

I dati ARERA e le stime dei principali Consorzi di Bonifica Siciliani (Orientale e Occidentale) indicano che, se il prezzo dell’energia non tornerà ai livelli pre-conflitto entro aprile, i costi di gestione delle reti irrigue potrebbero aumentare solo per la stagione primaverile.

L’ironia drammatica di questa crisi energetica è che l’aumento dei costi coincide con una necessità irrigua maggiore. La primavera 2026 in Sicilia è caratterizzata da temperature sopra la media, e le aziende si trovano a dover irrigare di più per contrastare lo stress termico delle colture. Ogni metro cubo d’acqua oggi costa il 25% in più in termini di pura energia elettrica.

Questa “strozzatura” energetica sta portando molti produttori, specialmente i più piccoli e meno capitalizzati, a ridurre drasticamente le ore di irrigazione. Questa scelta disperata compromette la pezzatura (dimensione) e la qualità estetica dei frutti, rendendoli meno appetibili per il mercato del Nord Italia o per l’export europeo, che richiede standard rigorosi, declassando di fatto un prodotto premium a commodity di basso valore.

 

Packaging e materiali: la “tassa silenziosa” sui derivati del petrolio e l’energia termica

 

L’agroalimentare siciliano non è solo un prodotto della terra; è un’industria che “impacchetta” la natura per garantirne la freschezza durante viaggi di migliaia di chilometri. Ogni arancia, ogni pomodoro e ogni chicco d’uva deve essere protetto e presentato in cassette di plastica, sotto film estensibile, in alveoli in polistirolo o in imballaggi di cartone accoppiato. Poiché la maggior parte di questi materiali è composta da derivati del petrolio o richiede enormi quantità di energia termica e vapore per la produzione (come nel caso delle cartiere), la crisi iraniana ha innescato una reazione a catena immediata nei listini del packaging.

La correlazione diretta Brent-Polimeri e il distretto di Vittoria

Dall’inizio del conflitto (28 febbraio), con il petrolio Brent che ha sfondato la quota di 120 dollari al barile nel distretto di Vittoria (RG), uno dei poli più importanti d’Europa per la produzione di imballaggi plastici destinati all’ortofrutta (cassette, film, vaschette), i prezzi dei polimeri vergini (Polipropilene e Polietilene) hanno subito un rialzo istantaneo del 14%*.

Le aziende di trasformazione siciliane, colpite a loro volta dall’aumento del costo del gas industriale necessario per far funzionare presse ed estrusori, hanno trasferito questi costi sui produttori agricoli.

Una cassetta di plastica standard per ortofrutta, che al 20 febbraio costava mediamente 0,45 €, oggi viene fatturata a 0,52 €. Se consideriamo che un tir medio trasporta circa 1.200-1.400 cassette, il solo costo degli imballaggi a vuoto è aumentato di quasi 100 euro per singolo viaggio.

A questo si aggiunge il cartone: le cartiere siciliane e nazionali, industrie energivore per definizione, hanno applicato un sovrapprezzo “Energy Surcharge” che oscilla tra il 10% e il 15%.

 

L’impatto sulla GDO e il “gap” del confezionamento

La Grande Distribuzione Organizzata richiede standard di confezionamento sempre più complessi e costosi (vassoi flow-pack, etichette bio, materiali compostabili). Questo packaging “evoluto” è quello che risente maggiormente della crisi iraniana. Per un consumatore a Milano o Monaco di Baviera, il prezzo finale di un cestino di fragole siciliane include oggi una “tassa plastica e logistica” che pesa per il 18% del costo totale del prodotto.

I dati ICIS (Independent Commodity Intelligence Services) confermano che il settore degli imballaggi sta vivendo la più rapida impennata di costi dal 2022, con la differenza aggravante che oggi le scorte di magazzino sono inferiori, rendendo il sistema estremamente vulnerabile a interruzioni della supply chain nel Golfo Persico.

 

Credito e Liquidità: Rischio  “Default” Finanziario e il “Credit Crunch” della Filiera

L’ultimo pilastro della crisi che rischia di incidere sull’economia siciliana, e forse il più pericoloso perché invisibile fino al momento del collasso, è quello che riguarda il settore finanziario. La crisi iraniana non sta solo aumentando i costi operativi (gasolio, concimi, plastica), ma sta lentamente prosciugando la liquidità delle imprese siciliane attraverso un meccanismo di asimmetria temporale tra pagamenti immediati e incassi differiti.

Il gap di cassa (Cash Flow) e l’asimmetria della GDO

Il problema principale per un autotrasportatore siciliano o per un piccolo produttore agricolo è il tempo. Il gasolio alla pompa si paga immediatamente o con carte carburante a 15-30 giorni. I fertilizzanti e le sementi, dopo il 28 febbraio, vengono spesso consegnati dai fornitori solo con pagamento anticipato o a vista, a causa dell’estrema volatilità dei prezzi. Tuttavia, la Grande Distribuzione Organizzata e i grandi mercati generali del Nord continuano a pagare le forniture agroalimentari a 60, 90 o addirittura 120 giorni.

Questo “gap di liquidità” potrebbe diventare una voragine. Un’azienda di trasporti siciliana con una flotta di 10 camion spende oggi circa 4.500 euro in più a settimana solo di carburante rispetto a febbraio. Se l’incasso di questi costi extra avverrà tra tre o quattro mesi, l’azienda deve anticipare decine di migliaia di euro che spesso non ha in cassa.

Secondo le rilevazioni di Unioncamere Sicilia e delle associazioni di categoria a metà marzo 2026, le richieste di linee di credito a breve termine (“anticipo fatture”) sono aumentate del 38% in soli quindici giorni.

 

Il rischio tassi e insolvenza per i padroncini

Con l’inflazione che riparte a causa della guerra energetica, la Banca Centrale Europea (BCE) tende a mantenere i tassi di interesse elevati. Questo significa che indebitarsi per pagare il gasolio costa molto caro. Per molte piccole aziende agricole dell’entroterra siciliano (Enna, Caltanissetta), già gravate dai prestiti per l’acquisto di macchinari effettuati nel 2024-2025, questo scenario prefigura il rischio di un “credit crunch”.

Se il conflitto in Iran dovesse durare oltre il trimestre, si stima che un quota importante delle imprese di autotrasporto monoveicolari (i cosiddetti “padroncini”) in Sicilia potrebbe cessare l’attività per impossibilità di onorare i debiti a breve termine.

Questo provocherebbe una riduzione dell’offerta di trasporto, aumentando ulteriormente i prezzi e innescando un circolo vizioso inflattivo.

 

La Sicilia “tra Scilla e Cariddi” della globalizzazione

 

L’analisi integrale di questi 7 capitoli (Logistica, Grano, Export, Distribuzione, Energia, Packaging, Finanza) prova a delineare un quadro di estrema fragilità per la Sicilia per gli effetti della crisi iraniana e dello Stretto di Hormuz. La regione non è solo colpita dall’aumento dei prezzi, ma paga il prezzo della sua stessa configurazione economica e geografica: l’insularità la rende totalmente dipendente dal trasporto su gomma e mare; il clima e la specializzazione agrumicola e serricola la rendono dipendente dalla pompa elettrica e dall’irrigazione; e l’integrazione nei mercati globali ad alto valore aggiunto (Golfo) la rende vulnerabile a shock geopolitici lontani.

Se il conflitto in Iran non troverà una rapida soluzione diplomatica, la Sicilia

I dati descritti indicano che la Sicilia sta pagando un “pedaggio bellico” sproporzionato rispetto alla sua posizione geografica. Se il conflitto in Iran dovesse perdurare oltre il mese di aprile, la combinazione tra concimi rincarati, logistica insostenibile e mercati esteri bloccati potrebbe portare a una riduzione del PIL agricolo regionale stimata tra il 4% e il 6% su base annua, portano a una deindustrializzazione agricola e logistica che comprometterà il PIL regionale per gli anni a venire.

 

Nota Metodologica

I dati, focalizzati sullo stress test dell’economia siciliana tra il 28 febbraio e il 17 marzo 2026, si basa sull’estrazione e incrocio di dati provenienti da fonti istituzionali nazionali e internazionali. La gerarchia delle fonti ha privilegiato i dati ufficiali certificati, integrati da rilevazioni dirette sui mercati all’ingrosso dell’isola per garantire l’aderenza alla realtà territoriale.

Per quanto riguarda il comparto energetico e logistico le variazioni dei prezzi alla pompa sono state estratte dai database del MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), analizzando i differenziali tra le province costiere e le zone interne. L’impatto dei noli marittimi e dei sovrapprezzi carburante è stato invece validato attraverso i report di Assoporti e le comunicazioni ufficiali delle principali compagnie di navigazione operanti nei porti di Catania, Palermo e Messina.

I dati agricoli e cerealicoli  derivano dai listini ufficiali della Borsa Merci di Catania, punto di riferimento per le quotazioni del Grano Duro Fino. Per i fertilizzanti e gli input tecnici, ci si è avvalsi dei database ISMEA, che monitorano i costi di produzione agricola a livello nazionale. La sezione relativa all’ortofrutta ha incrociato i dati dell’Agenzia delle Dogane (ADM) sui volumi in uscita verso i paesi extra-UE con le rilevazioni dei prezzi alla produzione fornite dai principali Consorzi di Tutela IGP della Sicilia Orientale.

Il monitoraggio della distribuzione è stato effettuato tramite i dati ISTAT sull’indice dei prezzi al consumo (NIC), integrati da un’analisi comparativa sui volantini e sulle piattaforme digitali della GDO (Panel Nielsen/IRI) per quantificare la riduzione della pressione promozionale. Per la sezione packaging, i rincari dei polimeri derivati dal petrolio sono stati estratti dalle quotazioni internazionali ICIS e S&P Global Platts, fonti leader per il mercato delle materie prime.

Infine, il capitolo relativo a credito e liquidità poggia sulle analisi congiunturali di Unioncamere Sicilia e sulle proiezioni di Banca d’Italia riguardanti il rischio di insolvenza settoriale. È importante sottolineare che il dato del 12% relativo al rischio cessazione non è un valore storico, ma una proiezione stocastica a 90 giorni basata sulla persistenza dei costi energetici attuali.

 

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