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Il ritorno a scuola, Pagano (presidi): “La mancanza della didattica in presenza penalizza chi è indietro”

martedì 8 Dicembre 2020

Quello della vita della scuola è stato e continua ad essere uno degli aspetti più dibattuti in questo momento storico segnato dalla pandemia. Diversi sono i problemi che si sono sollevati in questi mese, da quelli canonici legati alla conciliazione della qualità didattica con la sicurezza sanitaria ai problemi collaterali legati per fare un esempio, all’organizzazione della vita dei genitori lavoratori con bambini piccoli costretti a rimanere a casa.

Dopo la ripartenza a pieno regime a settembre anche la scuola ha dovuto subire, con l’arrivo della seconda ondata, delle restrizioni che hanno ridimensionato in modo sostanziale l’accesso alle classi, in certi casi (si pensi alla Campania e alla Basilicata) sospendendolo completamente per un lasso di tempo limitato.

Stando alle indicazioni ripetute negli ultimi tempi per una riapertura delle scuole bisognerà aspettare l’anno nuovo con la data del 7 gennaio indicata come giorno di ripresa delle attività degli istituti. Una ripresa che, nelle fasi iniziali, avverrebbe con il 75% degli studenti in presenza e il 25% in distanza.

La situazione epidemiologica attuale, sebbene in miglioramento, rende comunque ogni ipotesi di scenario precaria e immaginare un rientro a pieno regime che sia compatibile con le esigenze sanitarie attualmente imposte è complicato.

Il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi di Palermo Gaetano Pagano ha in primis evidenziato quelle che sono le difficoltà legate alla didattica sia da un punto di vista attuale che a livello prospettico: “Intanto partirei col dire che, per quanto non sia prevista la didattica in presenza in diverse realtà sono stati costituiti piccoli gruppi per dare sostegno ad alunni con disabilità e consentire la loro integrazione, questo anche nelle scuole superiori. Dopo di ciò si prevede che si tornerà nelle scuole superiori e quindi con la didattica a pieno regime per tutti a partire dal 7 gennaio, anche se il pieno regime al momento è da intendersi al 75%. Si sta pensando ad una sorta di turnazione. Questo è quel che concerne gli aspetti operativi ma la considerazione più ampia oggettivamente va fatta anche nel tempo medio. La cosa che maggiormente dovrebbe preoccupare la nostra società democratica è il fatto che i bambini e gli adolescenti stanno soffrendo della mancanza della scuola. Un anno fa non si pensava minimamente che i ragazzi potessero avere malinconia e nostalgia della scuola ma questo è accaduto ed è una nota positiva per il sistema educativo. Poi bisogna ricordare che esistono realtà molto diverse non solo territorialmente ma anche sociali. La mancanza della didattica in presenza sta penalizzando soprattutto chi era già indietro: quelli che avevano la fortuna di avere dietro le spalle in grado di poter seguire i propri figli hanno sofferto ma hanno perso meno di tanti altri. Sarà un problema quando dovremo portarli all’interno del circolo istituzionale, della scuola specie in alcune realtà periferiche delle città metropolitane. Sarà un problema nel momento in cui bisogna recuperare tutti i ritardi sotto il profilo didattico. Da parte nostra abbiamo dato ampia dimostrazione nel corso dell’estate di aver lavorato senza prendere ferie: a me piace ripetere che se tutti, da cittadini, avessimo fatto quanto ha fatto la scuola con dirigenti, docenti e personale ATA in estate non avremmo avuto questa seconda ondata”.

In merito ad una ripartenza a pieno regime Pagano ha invocato che attorno al mondo della scuola sia costruita una struttura di sostegno efficiente ed adeguata alla situazione di emergenza: “Possiamo ripartire ma ad una sola condizione: che la scuola non venga abbandonata. Il riferimento particolare è al potenziamento dei trasporti e per quel che riguarda i tracciamenti e l’assistenza sanitaria. Occorre che vi sia una filiera di servizi esclusivamente dedicata alla scuola ma non per una questione di privilegio ma perché la scuola muove a pieno regime 9 milioni di persone, parliamo di un italiano su sei”.

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