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L'intervista

La morte di Elisabeta Boldijar scuote Catania, Abramo: “Poca attenzione per le parti più fragili. Dobbiamo cambiare paradigma”

giovedì 12 Marzo 2026

Catania si macchia ancora di cronaca nera. La morte di Elisabeta Boldijar, meglio nota come “Adele”, uccisa e seviziata in via Domenico Tempio nello stabile dell’ex Consorzio Agrario, ha scosso gli animi della cittadinanza. L’orrore e la violenza che si maschera dietro al silenzio di una città che corre, mostra una realtà tragica.

Tutto gira intorno alle “Crack House”, gestite dalla criminalità organizzata. Prostituzione, elemosina, tutto volto ad ottenere le somme necessarie per accontentare i “venditori di morte” e, conseguentemente, annullarsi consumando.

Di questa piaga che sta affliggendo la città, ne parliamo con Emiliano Abramo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia.

Emiliano Abramo, da San Cristofaro a San Berillo, i quartieri popolari vivono una realtà tragica. Qual è a oggi la situazione?

Innanzitutto, in questa divisione, c’è una diversità di dimensione. San Berillio è poco più di un isolato, San Cristoforo conta 33.000 abitanti ed è in mano ai catanesi. Ma il problema non è qual è il clan, il problema è il il reato non chi lo commette e quindi chiunque mette in piedi questo mondo delle Crack House chiaramente è un nemico della società civile. La cosa che personalmente mi ha molto colpito è la facilità con la quale questo mondo delle Crack House, in generale la criminalità organizzata, occupa gli spazi abbandonati e invece le istituzioni, penso il Comune, non riesce ad occupare, in fondo sono palazzi abbandonati, non sono neanche troppi dove il Comune o chi è responsabile verso questi edifici non riesce a ripensare mentre magari chi ha meno mezzi, ma più scaltrezza, come le Crack House e la criminalità in generale riesce ben a organizzare e a metterle a reddito e su quest’altare scivolano molte volte le vite dei più fragili come quella di Adele. Aggiungo che San Cristoforo è stato interessato dei fondi del decreto Caivano, che sono stati molto spesi nel ripensare la viabilità e quindi strade e arredamento urbano, ma invece non si è interessato di quello che è stato il centro, come previsto nell’art. 1 dell’allora decreto poi legge Caivano, ovvero le attività del sociale in contrasto alla criminalità e alla povertà educativa. Questo la dice lunga, mi sembra che dobbiamo cambiare paradigma, non punto il dito contro nessuno, però penso che è evidente che non c’è stata un’attenzione verso le parti più fragili che oggi non gridano più, ma iniziano a piangere come avviene per Elisabeta“.

Quindi c’è uno sguardo poco attento delle Istituzioni relativamente a questo disagio?

Mi sembra che c’è uno sguardo attento, un atteggiamento molto entrante delle criminalità con questo nuovo business che impiega degli edifici come il mondo delle Crack House e dall’altra parte invece mi sembra che quantomeno non c’è un’attenzione adeguata. Ripeto, il tema non è puntare il dito, il tema è che non possiamo lasciare nelle città degli spazi addirittura dei palazzi dove finiscono le persone che scivolano, per tanti motivi, a margine della società e che invece avvengono abbracciati da questo abbraccio mortale che è il mondo della delinquenze, oggi delle Crack House. La storia di Elisabeta, ma anche lì dentro c’è un signore catanese che abbiamo attenzionato che ha perso la casa e c’è un’altra giovane donna che si prostituisce nonostante abbia avuto un intervento alla spalla le escono i ferri della spalla che copre con un giubbotto molto più grande di lei. Ecco, tutte queste storie gridano un’intelligenza, un’attenzione che forse in maniera non adeguata, almeno per quello che è emerso in questi giorni, la città necessita“.

I luoghi dove persistono le Crack House spesso sono noti. Come mai non si agisce prontamente?

Questo bisognerebbe chiederlo a chi ha questo tipo di responsabilità: Questura, Prefettura e Amministrazione. La mia personale idea, anzi più che altro la mia paura, diciamo così, è che abbiamo accettato che ci siano i più soli, i più in difficoltà che combattono la loro battaglia per la vita in solitaria, anche al costo di vederli morire come è successo con Elisabeta. Non è una scelta che l’Istituzione o che la società ha fatto, ma l’egocentrismo o accorciare lo sguardo sulla piccola città, quella a me più vicina, alla fin fine senza averlo scelto determina la decisione di non guardare le periferie della città e in questo modo le periferie vanno in sofferenza e chi ci sguazza sono quelli più forti come la mafia, come appunto le Crack House, come la delinquenza, che soccombe i più deboli come la povera Elisabeta“.

Oltre al problema del crack, ci sono altri tipi di criticità che in questo momento stanno emergendo o sono già emerse e nessuno le osserva?

Ma innanzitutto non viene attenzionata seriamente l’emergenza abitativa e la dispersione scolastica. Catania è la città che ha il record europeo per dispersione scolastica. Non vedo misure, così forti, in questa direzione invece sarebbe auspicabile questo intervento, cioè la gente che scivola alla fin fine ai margini della società e queste cose avvengono per motivi che si sommano, la debolezza culturale, quindi la dispersione scolastica e poi per i più grandi l’aver perso la casa, lo sfaldarsi delle famiglie e comunque di una società che non sa accogliere. Per questo ripeto, dobbiamo tutti alzare lo sguardo, non dalla propria famiglia, non più dalla propria famiglia, non più dal proprio quartiere, ma uno sguardo complessivo, sapendo che Catania è la somma di tanti quartieri. La sola San Cristoforo più Librino supera i 100.000 abitanti, in una città che oggi non arriva a 300.000 abitanti. Catania è una periferia di queste periferie e quindi dovremmo veramente cambiare paradigma“.

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