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Le inchieste

Presentata la relazione annuale della Commissione Antimafia dell’Ars: il ritratto della nuova criminalità

mercoledì 8 Luglio 2026

Senza Cupola, ma tutt’altro che scomparsa. È l’immagine della nuova criminalità organizzata siciliana che prende forma nelle pagine della relazione annuale sull’attività svolta dalla Commissione Antimafia dell’Ars presieduta da Antonello Cracolici. Il testo è stato presentato oggi nel corso della conferenza stampa nella sala biblioteca di Palazzo dei Normanni.

Hanno partecipato anche i deputati Marianna Caronia, Bernadette Grasso, Roberta Schillaci, Fabio Venezia.

“La Commissione antimafia serve a ricordare che la mafia non è una pagina del passato ma un fatto di cronaca”, ha detto il presidente Cracolici. “La memoria – ha aggiunto – è necessaria al fine di mantenere una consapevolezza anche del presente, ma c’è il rischio di parlare di mafia come un fenomeno del passato, sottovalutando la riorganizzazione e la presenza ramificata nelle nostre città”.

Ventiquattro pagine che riassumono l’operato della Commissione nel corso del 2025. Con le sue quarantasette sedute, cinque inchieste e quarantacinque audizioni con prefetti, forze dell’ordine, magistrati, deputati, giornalisti e amministratori locali, si delinea il quadro della criminalità organizzata in Sicilia: una mafia che cambia volto, si adatta ai mutamenti, ma resta radicata nel territorio. Rispetto al contesto tracciato l’anno scorso la situazione appare peggiorata, con un aumento della violenza nelle aree urbane, dove a tratti si manifesta anche con metodi mafiosi e cresce di pari passo la corruzione tra funzionari e politici.

Entro la fine di luglio, la terza relazione di questa Commissione approderà in Aula. L’obiettivo non sarà soltanto quello di seguire l’iter previsto dalla legge e arrivare all’approvazione formale del documento, ma anche quello di “suscitare una reazione dentro e fuori il Palazzo”, spiega il presidente. Poi l’affondo alla politica regionale: “Se è così diffusa la corruzione e la violenza nelle nostre città è perché la politica è vulnerabile, perde autorevolezza ogni giorno di più”. Secondo il presidente, inoltre, “più è evidente la presenza di forze illecite nella vita pubblica, più è bassa la partecipazione al voto. C’è una paradossalmente stretta correlazione. – ha evidenziato – La politica appare ininfluente a quello che succede fuori dai palazzi, per la verità anche dentro. Infatti, questa è una legislatura dove abbiamo avuto diversi casi, seppur ancora da verificare, che ci danno il segno della qualità di questa parte della politica”.

“Sul fronte della lotta alla corruzione ed alle infiltrazioni mafiose, la Regione ha le armi spuntate. L’attuale governo regionale e quello precedente non hanno fatto nulla per potenziare l’ufficio anticorruzione, che è sguarnito dal punto di vista qualitativo e quantitativo. A ciò si aggiunga che nell’affidamento degli appalti, sovente, i dirigenti nominino sempre gli stessi rup, e che non funziona la centrale unica di committenza”, le parole di Roberta Schillaci, segretaria della Commissione regionale Antimafia e vice capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Ars, durante la presentazione della relazione annuale della Commissione.

“Da poche settimane – ha aggiunto – con un emendamento alla legge regionale 13 del 2026, esiste una norma che impone ai dirigenti di motivare le nomine dei rup, soprattutto quando viene meno il principio di rotazione, informando il responsabile anticorruzione e l’organismo interno di valutazione E’ un deterrente ai fenomeni corruttivi che non consentirà più premialità indistinte per i dirigenti che non ottemperano a questa prescrizione”.

LA RELAZIONE

Cosa Nostra, seppur “acefala e tesa costantemente alla ricostituzione della cupola”, si legge nella relazione, continua a infiltrarsi nell’economia “sana” del territorio, a riciclare capitali illeciti e a modificare le proprie strategie criminali pur di mantenere il controllo. Un dato confermato dal persistente fenomeno del racket delle estorsioni. Secondo la Commissione, infatti, tale pratica vede “l’approvvigionamento di risorse economiche” passare in secondo piano rispetto a un utilizzo volto “ad affermare il controllo del territorio”. Ciò significa che il “pizzo”, oggi, assume un valore “simbolico”: un modo per la mafia di riaffermare il proprio potere più che di riempire le casse dell’organizzazione criminale. Le somme richieste possono essere anche modeste, ma commercianti e imprenditori si vedono costretti a riconoscere l’autorità dell’organizzazione mafiosa, confermandone presenza e influenza.

Da qui, si scoperchia il vaso di Pandora. All’aumento dei casi di racket corrisponde un crollo delle denunce, risultando “scarsissime, quasi nulle”. Difatti gli inquirenti “si imbattono in fenomeni di racket solo nell’ambito di altre indagini e non per via di denunce dirette ad opera delle vittime”. Anzi, molto spesso commercianti e imprenditori si trovano davanti a un bivio: denunciare oppure essere accusati di complicità.

“L’imposizione di forniture o di assunzione di personale “segnalato” dall’organizzazione mafiosa” rappresenta un’altra forma di racket sempre più frequente, il tutto in un contesto caratterizzato, secondo i deputati, da un associazionismo antiracket “indebolito rispetto a qualche decennio fa”.

Tra gli altri dossier affrontati dalla Commissione nel corso del 2025 figurano anche alcuni temi particolarmente delicati, che nel corso di quest’anno hanno assunto un rilievo ancora maggiore. Già nel 2025 la Commissione aveva acceso i riflettori sulla diffusa detenzione di armi da guerra nelle province siciliane con “fini dimostrativi e intimidatori”. Un fenomeno che torna oggi di stretta attualità alla luce delle numerose denunce per traffico e detenzione di armi e dei diversi episodi di sparatorie con kalashnikov che hanno interessato, ad esempio, il capoluogo siciliano.

C’è poi la diffusione sempre più capillare del crack. Se nel precedente ciclo di audizioni il fenomeno riguardava prevalentemente Palermo e Catania, oggi la droga ha ormai raggiunto molte altre aree dell’Isola. La principale fonte di guadagno della mafia resta il traffico degli stupefacenti, settore nel quale l’organizzazione criminale siciliana consolida rapporti con altre realtà criminali, in particolare con la ‘Ndrangheta, ma anche con altri gruppi operanti all’estero, favorendo il riciclaggio di capitali illeciti e l’espansione verso nuovi mercati.

Tra gli elementi che destano maggiore preoccupazione vi è ritorno in libertà di alcuni boss condannati tra gli anni Novanta e Duemila, che hanno completato il corso della loro pena. La Commissione evidenzia come molti di loro siano riusciti a reinserirsi all’interno dell’organizzazione, mantenendo e, in alcuni casi, ampliando le proprie reti di relazioni con esponenti dell’economia e delle istituzioni. A questo si aggiunge anche il fenomeno dei cellulari introdotti illecitamente all’interno dei penitenziari, consentendo ai boss “di continuare ad esercitare il proprio ruolo di comando anche dal carcere”, si legge nella relazione. Su questo punto la Commissione avanza la richiesta di “un urgente rafforzamento delle misure volte ad arginare questo grave e preoccupante fenomeno”.

Le inchieste

Accanto all’analisi dettagliata della criminalità organizzata in Sicilia, la relazione ripercorre l’attività d’inchiesta svolta dalla Commissione. Cinque inchieste che pesano il doppio, non solo per i singoli temi affrontati, ma anche perché emergono i principali nodi nel rapporto tra criminalità organizzata, pubblica amministrazione e gestione dei beni pubblici.

Dal monitoraggio sulla gestione dei beni confiscati, che ha evidenziato le difficoltà nella loro assegnazione e valorizzazione, al ciclo di audizioni con i cronisti impegnati nel racconto delle mafie, fino alle inchieste sul rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione dei beni demaniali in concessione e sulle criticità nell’affidamento del servizio di elisoccorso.

Proprio sulla gestione dei beni confiscati alla mafia si è soffermata la segretaria della Commissione, Roberta Schillaci, che ha parlato di un “allarme serio relativamente alla gestione dei beni confiscati in Sicilia, che rappresentano più del 50% di quelli di tutto il Paese”.  Per la pentastellata i fondi regionali e statali sono “insufficienti per consentire il riuso sociale degli immobili sottratti ai boss che talvolta sono in condizioni degradate”. 

Il caso Mondello prende avvio dalla segnalazione del deputato regionale Ismaele La Vardera sulla gestione del lido da parte della Società Mondello Immobiliare Italo Belga Spa. Il leader di Controcorrente denunciava “un quadro fortemente preoccupante sulla gestione effettiva del lido e sulla trasparenza dei rapporti tra soggetti privati e patrimonio demaniale regionale”, rilevando possibili profili di “incoerenza con la normativa antimafia che intende prevenire qualunque forma di infiltrazione, controllo indiretto o condizionamento da parte di soggetti legati, anche solo per vincoli parentali e ambientali, a contesti mafiosi”, si legge nella relazione.

Dopo aver audito La Vardera, l’inchiesta della Commissione si è conclusa con la richiesta di revoca della concessione demaniale alla Mondello Immobiliare Italo Belga Spa e con il rafforzamento delle verifiche da parte della Regione anche sugli altri concessionari di beni demaniali.

Poi è stata la volta dell’analisi sull’affidamento del servizio regionale di elisoccorso. L’inchiesta, avviata dopo la doppia segnalazione della deputata regionale Margherita La Rocca, ha fatto emergere alcune criticità nell’assegnazione degli incarichi e nel sistema regionale di prevenzione della corruzione. Al termine dell’indagine la Commissione ha chiesto al governo Schifani di “destinare, con la massima tempestività, unità di personale adeguate, sia sotto il profilo del numero che delle competenze”, di “avviare, con la massima tempestività, una riforma del sistema di prevenzione della corruzione” e, infine, di “garantire la concreta attuazione del principio di rotazione” negli incarichi pubblici.

 

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