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I dati di Gimbe

Sanità, Italia spende poco: è 16esima in Europa

martedì 11 Ottobre 2022
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Dati sconfortanti nel 2021 della spesa pubblica pro-capite per la sanità nel nostro Paese che sono ben al di sotto della media in Europa. Con 3.052 dollari per cittadino rispetto a 3.488 della media dei paesi Ocse (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) siamo, infatti, al 16/mo posto. Ben 15 nostri “vicini di casa” investono di più in sanità. A certificare che “poco è cambiato rispetto all’era pre-Covid” è il quinto rapporto Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato oggi alla Sala Capitolare del Senato.

Impietoso – commenta Nino Cartabellotta, presidente Gimbeil confronto con i paesi del G7 sulla spesa pubblica: dal 2008 siamo fanalino di coda con gap sempre più ampi e oggi divenuti incolmabili“. Una tendenza confermata dalle previsioni del Def 2022 e della NaDEF 2022 che nel triennio 2023-2025 prevedono una riduzione della spesa sanitaria media dell’1,13% per anno e un rapporto spesa sanitaria/pil che nel 2025 precipita al 6,1%, ben al di sotto dei livelli pre-pandemi. La pandemia ha confermato la fragilità dell’assistenza territoriale. “Tuttavia – sottolinea Cartabellotta – se nel pieno dell’emergenza tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare la sanità, ora questa è di nuovo messa all’angolo“. In vista della formazione del nuovo governo “c’è urgente necessità di rimettere la salute al centro dall’agenda“, in quanto “pilastro della democrazia“. A questo scopo Gimbe ha messo a punto un piano di riforme, che parte dal rafforzamento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni e dal rilancio di un finanziamento pubblico consistente e stabile per la sanità. Tra i punti essenziali, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, la riduzione delle inefficienze e il riordino della sanità integrativa.

 

Il rilancio del finanziamento pubblico per la sanità pubblica è stato “imposto dalla pandemia” ma anche “eroso” da questa: dal 2020 ad oggi è passato da 113,8 miliardi a 124,9 miliardi, un aumento di ben 11,2 miliardi, di cui 5,3 assegnati con decreti Covid-19. Tuttavia, “le risorse sono state interamente assorbite dalla pandemia e nel 2022 diverse Regioni rischiano di chiudere con i conti in rosso“. A evidenziarlo è il quinto rapporto Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale presentato oggi alla Sala Capitolare del Senato. Nel frattempo, la Pandemia presenta il conto dei suoi effetti a medio e lungo termine, che si vanno ad aggiungere ai problemi che pesavano sulla sanità pubblica in era pre Covid e che sono rimasti irrisolti. Ci troviamo quindi a fare i conti con liste d’attesa lunghissime per visite, esami, operazioni chirurgiche e screening; ma anche nuovi bisogni di salute, in particolare quelli dettati dagli effetti del long-Covid e dalle ricadute della pandemia sulla salute mentale.

A quasi sei anni dalla loro introduzione, molte delle prestazioni previste dai Livelli Essenziali di Assistenza non sono ancora un diritto per moltissimi cittadini, perché il Decreto Tariffe non è mai stato approvato. Ma una nuova minaccia ora rischia di rendere le cure minime garantite ancor meno uguali tra le diverse regioni, ed è l’autonomia amministrativa. A mettere in guardia è il quinto rapporto Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato oggi alla Sala Capitolare del Senato. Il Rapporto analizza in dettaglio le maggiori autonomie richieste in sanità da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. “Se il Regionalismo differenziato per alcune oggi rappresenterebbe uno strumento per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario da estendere in tutto il Paese, altre rischiano di sovvertire gli strumenti di governance nazionale, altre ancora risultano eversive“, afferma il presidente Gimbe Nino Cartabellotta. La Fondazione Gimbe invita il nuovo Esecutivo “a maneggiare con cura il regionalismo differenziato in sanità perché l’attuazione tout court delle maggiori autonomie richieste non potrà che esasperare le diseguaglianze regionali, ampliando il divario tra Nord e Sud del Paese“. Accanto a questo, “a quasi sei anni dall’introduzione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza – conclude Cartabellotta – le diseguaglianze regionali richiedono una profonda revisione di responsabilità, metodi e strumenti”

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