“Stavo solo scherzando” è il velo sottile che copre una realtà inquietante: la normalizzazione della violenza nelle prime relazioni degli adolescenti italiani.
Il nuovo rapporto di Save the Children, pubblicato a febbraio 2026, esplora l’universo delle relazioni “onlife”, dove il confine tra amore e possesso si è smaterializzato negli schermi degli smartphone. Attraverso un’indagine IPSOS condotta su mille ragazzi tra i 14 e i 18 anni, emerge un quadro di controllo pervasivo: password condivise per “prova d’amore”, geolocalizzazione costante come forma di rassicurazione e pressioni digitali che diventano prigioni invisibili.
L’articolo analizza come queste dinamiche non siano episodi isolati, ma punti su un crescendo di violenza di genere che colpisce in modo asimmetrico le ragazze, gravandole di paure, stigma e rinunce.
Un’attenzione specifica è dedicata alla Sicilia, dove le analisi svelano come la carenza di spazi pubblici fisici abbia reso la rete l’unico palcoscenico dell’identità giovanile, esasperando vecchi modelli patriarcali e nuove forme di sorveglianza digitale. Tra la consapevolezza teorica del consenso e la pratica quotidiana del controllo, si consuma un gap generazionale che richiede interventi urgenti.
Inoltre, mostra anche quanto il contesto familiare incida: chi cresce in ambienti segnati da tensioni, conflitti o violenza ha maggiori probabilità di subire o mettere in atto ricatti emotivi, comportamenti aggressivi e dinamiche di controllo nelle proprie relazioni.
Non è solo questione di “nativi digitali”, ma di una carenza strutturale di educazione affettiva: in un Paese dove solo l’11% dei giovani conosce il numero 1522, lo “scherzo” rischia di diventare la scusa definitiva per l’abuso.
Adolescenze “Onlife”: oltre il confine dello schermo
Per comprendere le dinamiche relazionali degli adolescenti di oggi, è necessario abbandonare definitivamente la distinzione tra “reale” e “virtuale”. Il rapporto di Save the Children adotta una prospettiva fondamentale: i ragazzi non “usano” internet, ma “abitano” la rete.
È quella che il filosofo Luciano Floridi ha definito condizione onlife, un termine che descrive un’esistenza in cui l’online e l’offline sono fusi in un unico ecosistema. In questo spazio ibrido, lo smartphone non è un semplice accessorio, ma una vera e propria protesi identitaria, il luogo primario dove nascono le amicizie, si consumano i conflitti e prendono forma i primi amori. Tuttavia, questa realtà aumentata dai bit non è uno spazio neutro; è, al contrario, un terreno in cui i vecchi stereotipi di genere si ripresentano con una forza e una pervasività nuove.
Il digitale agisce infatti come un immenso amplificatore di asimmetrie preesistenti. Se da un lato la rete offre ai giovani spazi di espressione e libertà inediti, dall’altro impone una pressione alla performance sociale che colpisce i generi in modo differente. Alle ragazze, in particolare, viene richiesta una costante “messa in scena” del sé, legata soprattutto alla visibilità estetico-corporea. Il loro corpo diventa un territorio pubblico, costantemente esposto al giudizio, ai “like” o ai commenti denigratori. Per i ragazzi, invece, il modello dominante continua a essere quello della competenza, della forza e, pericolosamente, del controllo.
In questo contesto, la violenza nelle relazioni (la cosiddetta teen dating violence) assume forme insidiose. Il dato statistico è un campanello d’allarme che non può essere ignorato: il 37,6% delle ragazze tra i 16 e i 24 anni dichiara di aver subito una forma di violenza fisica o sessuale. Ma oltre ai numeri, c’è una realtà sommersa fatta di micro-aggressioni quotidiane che i ragazzi stessi faticano a nominare come “abuso”.
Quando la violenza è mediata da uno schermo, la percezione del danno inflitto si attenua. La mancanza di contatto fisico immediato riduce l’empatia e abbassa i vincoli inibitori, rendendo più facile oltrepassare il limite del rispetto.
Gli adolescenti respirano questa cultura della giustificazione, che impedisce loro di tracciare un confine netto tra ciò che è uno scambio scherzoso e ciò che è, a tutti gli effetti, una violazione della dignità altrui. Senza una guida educativa che aiuti a decodificare questi segnali, la prigione digitale si costruisce un post alla volta, un commento alla volta, sotto lo sguardo distratto di un mondo adulto che spesso non possiede le lenti giuste per vedere quello che accade davvero dietro uno schermo acceso.
Violenza nelle relazioni tra adolescenti: i dati
Alla vigilia di San Valentino, la giornata simbolo dell’amore, i dati del nuovo rapporto “Stavo solo scherzando” raccontano una realtà molto diversa tra gli adolescenti.
- Un adolescente su 4 dichiara di essere stato una vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti).
- Uno su 3 è stato geolocalizzato dal partner.
- Il 28% ha visto condividere immagini intime senza consenso.
- Il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati.
- Il 36% ha subito insulti o prese in giro per il suo genere o il suo orientamento sessuale.
Queste dinamiche non riguardano solo la sfera privata, ma anche lo spazio pubblico, sia online che offline:
- più di 4 adolescenti su 10 sono stati importunati con commenti e avances sessuali da qualcuno/a che li ha infastiditi. Metà sono ragazze ad aver ricevuto commenti o avances sessuali indesiderate.
I dati raccontano una violenza diffusa e radicata, che non può essere ignorata. Evidenziano un fenomeno ampio e complesso, che merita attenzione per comprenderne meglio cause, contesti e dinamiche. È necessario interrogarsi su quali strumenti educativi e culturali manchino ancora. Rafforzare l’impegno di famiglie, scuole e istituzioni è fondamentale per accompagnare ragazze e ragazzi nella costruzione di relazioni affettive e sessuali sane, basate su rispetto, consenso e libertà, in un clima privo di stigma, discriminazioni e paure.
Incontri occasionali, giochi e sfide sessuali
La ricerca “Stavo solo scherzando” evidenzia anche comportamenti diffusi tra gli adolescenti che possono diventare situazioni di vulnerabilità, soprattutto quando si intrecciano con pressioni, abuso e mancanza di consenso.
- Il 28% ha avuto almeno una volta un incontro intimo occasionale dopo aver bevuto troppo, senza ricordare bene cosa fosse successo il giorno dopo (31% tra i ragazzi, 25% tra le ragazze).
- Il 40% ritiene diffuso tra i coetanei bere alcol in modo eccessivo per disinibirsi sessualmente.
- Il 23% segnala la partecipazione a giochi o sfide sessuali di gruppo.
- Quasi 1 adolescente su 10 crede che queste sfide servano a sentirsi parte del gruppo o ad essere accettati, mentre il 31% ritiene che vengano sottovalutate le possibili conseguenze personali e sociali.
Amore, possesso e consapevolezze tra adolescenti
Rispetto al rapporto pubblicato nel 2024, “Le ragazze stanno bene?“, migliora la consapevolezza della differenza tra amore e possesso, soprattutto tra le ragazze, ma non cambiano i comportamenti. Ragazze e ragazzi mostrano una maggiore consapevolezza su libertà, limiti e consenso.
- Il 73% (78% le ragazze, 69% i ragazzi) ritiene che nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a condividere con il/la partner la password o la posizione.
- Il 62% (67% le ragazze, 58% i ragazzi) vede nel «controllo di abitudini e amicizie» una violazione della libertà che può trasformarsi in violenza.
- L’85% degli adolescenti intervistati parlerebbe con qualcuno in caso di violenza legata alla sfera sessuale o affettiva da parte di coetanei, e hanno fiducia nella famiglia, in particolare nella madre.
- Solo l’11% conosce il numero 1522.
Come già evidenziato nel rapporto dello scorso anno “L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?“, meno della metà degli adolescenti ha fatto educazione sessuo-affettiva a scuola. Per il 79% un corso obbligatorio di educazione sessuale a scuola sarebbe utile per contrastare la violenza di genere.
La sorveglianza amorosa tra password e GPS
Se un tempo la gelosia si manifestava con una scenata davanti al portone, oggi si nasconde nei settaggi di un’applicazione. Il controllo digitale è diventato la nuova grammatica relazionale. Il dato più scioccante riguarda il rituale della condivisione delle password: il 31% degli adolescenti dichiara che il partner ha preteso le credenziali dei social o del telefono.
Ancor più pervasivo è l’uso della geolocalizzazione. Un adolescente su tre vive costantemente “tracciato” dal partner. Il GPS diventa un guinzaglio digitale invisibile: il partner sa dove sei, con chi sei e per quanto tempo resti in un luogo. Questa sorveglianza viene spesso accettata perché confusa con la “protezione”, un retaggio culturale che vede il controllo maschile come una forma di cura.
In realtà, si tratta di una limitazione dell’autonomia che trasforma lo smartphone in uno strumento di monitoraggio h24. Questa cultura è alimentata da un mondo adulto che, a sua volta, sorveglia i figli tramite registri elettronici e app di controllo parentale, normalizzando l’idea che l’amore sia sinonimo di monitoraggio costante.
Focus Sicilia: l’acqua sporca della discriminazione
In Sicilia, queste dinamiche si innestano su un tessuto sociale e geografico particolare. Il contributo del Professore Giuseppe Burgio dell’Università di Enna “Kore” è fondamentale per capire come la discriminazione nell’Isola sia “l’acqua sporca” in cui i giovani sono immersi fin dalla nascita.
Il controllo del partner in Sicilia si riarticola così attraverso modelli di maschilità legati a vecchi concetti di “onore” e “possesso”, che trovano nel digitale un nuovo sfogo. La fine di una relazione viene spesso vissuta come un affronto pubblico alla virilità del ragazzo, portando a ritorsioni come la diffusione di foto intime o dati personali per “punire” l’autonomia femminile.
Inoltre, l’alto tasso di povertà educativa nell’Isola rende difficile l’accesso a strumenti critici di decodifica dei media: dove mancano alternative culturali, il modello del “maschio alfa” controllore resta l’unico riferimento identificativo. Tuttavia, la Sicilia è anche terra di presidi coraggiosi, come i Punti Luce di Save the Children a Palermo e Catania, che lavorano quotidianamente per offrire ai ragazzi una narrazione diversa, basata sul rispetto e sulla libertà.
Geografie della paura e strategie di sopravvivenza
Vivere da adolescenti oggi significa anche mappare costantemente il pericolo. Il 64% degli intervistati si sente insicuro in strada, e la percentuale sale vertiginosamente tra le ragazze. Parchi, mezzi pubblici e strade poco illuminate sono vissuti come territori ostili. Paradossalmente, le ragazze si sentono leggermente più al sicuro online che offline, nonostante le molestie digitali siano costanti, segno che la minaccia fisica resta la paura primaria.
È una libertà vigilata, dove la responsabilità della sicurezza ricade interamente sulla vittima anziché sul potenziale aggressore. La scuola, che dovrebbe essere un porto sicuro, è vista con diffidenza: solo poco più della metà degli studenti crede che i professori saprebbero come gestire un caso di violenza.
Questa solitudine istituzionale è confermata dalla totale ignoranza verso i canali di soccorso ufficiali: la stragrande maggioranza dei ragazzi non ha idea di cosa sia il numero 1522, lasciando che l’abuso resti confinato nel silenzio o nel gruppo dei pari.
Cosa fare? Proposte e iniziative per il futuro
Il rapporto di Save the Children non è solo una fotografia dell’esistente, ma una chiamata alle armi per le istituzioni. È urgente rendere l’educazione affettiva e digitale una materia d’insegnamento strutturale, non un intervento episodico. Bisogna insegnare ai ragazzi che il consenso non è un concetto astratto e che la privacy dell’altro è sacra. Tra le proposte spicca il potenziamento di progetti come “Respiro”, che in Sicilia e in tutto il Sud offre supporto agli orfani di femminicidio, cercando di spezzare la catena della violenza intergenerazionale.
Per la Sicilia, la sfida è doppia: bisogna ricostruire la bellezza e la sicurezza degli spazi fisici, restituendo le piazze ai giovani, e contemporaneamente fornire loro gli strumenti per abitare la rete senza diventarne prigionieri. Non possiamo permettere che i sogni di una ragazza di Palermo o di un ragazzo di Enna siano geolocalizzati o limitati da una password rubata per gelosia.
L’amore deve tornare a essere uno spazio di libertà e scoperta, non una prigione digitale. Solo quando avremo il coraggio di togliere il velo allo “scherzo” potremo dire di aver iniziato a proteggere davvero il futuro delle nuove generazioni.
Prevenzione e protezione da violenza: i progetti
Progetti dedicati alla prevenzione, all’emersione e alla protezione delle donne che subiscono violenza, dei loro figli e figlie testimoni di violenza, e dei minori orfani di femminicidio. Tra questi: Ad Ali Spiegate, sviluppato con Centri Antiviolenza e Case Rifugio, i punti d’ascolto I Germogli, che hanno lo scopo di facilitare l’emersione precoce di situazioni di violenza domestica e assistita e promuoverne la prevenzione, il progetto Respiro, attivo in sei regioni del Sud Italia e finanziato da Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa.
Fin dal 2001 attivato Stop-It, un servizio che consente di segnalare, anche anonimamente, la presenza di materiale pedopornografico online. Infine, grazie al progetto Generazioni Connesse, sono state più di 1.500 le scuole di ogni ordine e grado che hanno adottato un’ePolicy per un utilizzo sicuro e positivo degli strumenti digitali.
“I passi avanti fatti nella consapevolezza della violenza di genere tra gli adolescenti sono importanti, ma ancora troppo pochi e troppo lenti. Preoccupa la persistenza nelle relazioni di comportamenti di controllo e di possesso e la difficoltà che molti adolescenti, soprattutto le ragazze, incontrano per vivere gli spazi pubblici, anche online, in modo sicuro. Questo impegno deve partire dalla scuola, con l’inserimento di corsi obbligatori di educazione sessuo-affettiva che gli stessi adolescenti ritengono fondamentali, e deve arrivare a comprendere tutti coloro che hanno una responsabilità educativa, compresi i gestori delle piattaforme online, vista la pervasività che gli ambienti digitali hanno nella vita di relazione di ragazzi e ragazze”. dichiara Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children.
Con la campagna #Facciamoloinclasse, Save the Children torna a chiedere l’approvazione di una legge che preveda percorsi obbligatori di educazione all’affettività e alla sessualità, in accordo con le Linee guida UNESCO sulla Comprehensive Sexual Education (CSE) e gli Standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a partire dalla scuola dell’infanzia fino alle secondarie di II grado, all’interno dei piani formativi e con modalità adeguate all’età dei beneficiari.
Il video dell’esperta Anna Grisi, Responsabile Sistemi di tutela e violenza di Save the Children, sulle dinamiche relazionali tra adolescenti:





