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Coronavirus, un anno fa il paziente zero in Sicilia

giovedì 25 Febbraio 2021

Era la notte fra il 23 e il 24 febbraio dell’anno scorso quando anche la la Sicilia fini’ nel tunnel Covid. Fino al giorno prima si circolava liberamente, si incontravano gli amici, gli aperitivi, le cene, poi la corsa alle mascherine, i primi tamponi. Un anno dopo sono stati reclutati quasi 10mila operatori sanitari, sono nati i Covid hospital, i posti di terapia intensiva sono 833 più che raddoppiati rispetto a prima; dal 27 dicembre è partita la campagna vaccinale con circa 300mila siciliani immunizzati.

Purtroppo si contano oltre 4mila morti e quasi 150mila i siciliani che hanno contratto il virus, dei quali 117mila sono guariti, mentre ad oggi si contano 28.567 positivi. Quella mattina del 24 febbraio una signora bergamasca di 66 anni, in vacanza a Palermo, con una comitiva di 29 pensionati lombardi, alloggiati all’ hotel Mercure, finì in ospedale con la febbre alta. Giulia è stata la ‘paziente zero’ in Sicilia, era arrivata in città due giorni prima.

Adesso Giulia (nome di fantasia), intervistata da ‘la Repubblica’ dice: “Quando mi hanno ricoverata infermieri e medici mi ripetevano le stesse domande: volevano sapere se avevo avuto contatti con persone malate. Erano piu’ impauriti di me, ma pieni di umanita’. Ora sto bene, per quel che si può in questo periodo”.

La donna era partita da Bergamo e stava bene, poi dopo un paio di giorni la febbre alta “sono rimasta in stanza in albergo – racconta – Pensavo a un normale malanno, ancora non era esplosa l’emergenza in Lombardia. Sono venuti tutti bardati a prendermi racconta e quando sono arrivata in ospedale ho chiesto al medico dove mi trovassi. Non mi sono abbattuta. Sono una persona pessimista, pero’ quando vengo messa alla prova reagisco. E’ impossibile capire come abbia preso questo maledetto virus”.

L’esperienza dell’ospedale faticosa e densa di preoccupazione. “Uomini e donne che mi hanno curata in quei giorni non li dimentichero’ mai: mi ha colpito l’umanita’ e la passione che mettevano nel loro lavoro. Con molti di loro siamo rimasti in contatto, ci scambiamo dei messaggi. Il mio umore era altalenante, il tampone era positivo e avevo paura che prima o poi sarebbe arrivata la fase piu’ acuta”. Dopo le dimissioni e’ rientrata a casa a Bergamo, nell’epicentro dell’emergenza Covid. “E’ stato un altro duro colpo. Due miei coetanei sono morti”, conclude.

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