Sono passati 42 anni dall’omicidio di Pippo Fava, giornalista, scrittore e fondatore de “I Siciliani” assassinato da Cosa Nostra la sera del 5 gennaio 1984.
Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote al teatro “Verga”. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale quando fu raggiunto da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca.
Inizialmente, l’omicidio fu etichettato come “delitto passionale” sia dalla stampa che dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a cercare tra le carte de “I Siciliani”, in cerca di prove: un’altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista.
Solamente nel 1993, dopo varie interruzioni alle indagini, a seguito delle accuse del collaboratore di giustizia Claudio Severino Samperi, che condussero al maxi-blitz con 156 arresti contro il clan Santapaola denominato “Orsa Maggiore“, vennero incriminati Nitto Santapaola e il nipote Aldo Ercolano rispettivamente come mandante ed esecutore materiale dell’omicidio. L’anno successivo si aggiunsero anche le dichiarazioni di Maurizio Avola, il quale si autoaccusò di aver avuto un ruolo operativo nel delitto e indicò i nomi degli altri assassini.
Nel 1998 si concluse a Catania il processo denominato “Orsa Maggiore 3” dove per l’omicidio Fava vennero condannati all’ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D’Agata e Francesco Giammusso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola.
Nel 2001 le condanne all’ergastolo vennero confermate dalla Corte d’Appello di Catania per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell’omicidio, mentre sono stati assolti Marcello D’Agata e Francesco Giammusso che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo come esecutori dell’omicidio. Nel 2003 la sentenza Corte di Cassazione confermò alla pena dell’ergastolo per Santapaola ed Ercolano e Avola a sette anni (patteggiati).
Per molti, la goccia che fece traboccare il vaso e che condusse Cosa Nostra a decidere l’omicidio fu l’intervista rilasciata a Enzo Biagi il 28 dicembre 1983, nella trasmissione “Film Story” in onda sulla Televisione della Svizzera Italiana, sette giorni prima del suo assassinio. Raccontava Fava: “Si sta facendo un’enorme confusione sul problema della mafia. Ti faccio un esempio: i fratelli Greco, accusati dell’omicidio del giudice Chinnici sono degli scassapagghiari, delinquenti da tre soldi. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo…, cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità che credo faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice della gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’Italia“.
Parole che mostrano, ancor oggi, l’estremo coraggio di Fava per i tempi bui che si vivevano, al quale non mancò mai di fare nomi e cognomi dei mafiosi e delle loro azioni.
L’esempio di Pippo Fava non può svanire nel tempo ma essere costantemente portato avanti, soprattutto dalle nuove generazioni.



