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La situazione

Lavoro e disabilità psichica: dignità, diritti e inclusione al centro del dibattito all’Ars CLICCA PER IL VIDEO

mercoledì 15 Aprile 2026

Il diritto al lavoro come leva fondamentale di inclusione sociale, il superamento dello stigma legato al disagio psichico e la necessità di politiche strutturali capaci di coniugare tutela e opportunità. Sono questi i temi al centro del convegno “Lavoro e disabilità psichica: dignità, diritti e inclusione”, organizzato dal Movimento 5 Stelle, che si è svolto oggi all’Ars.

Un appuntamento che si inserisce in un contesto sempre più urgente, quello della piena integrazione delle persone con disabilità psichica nel mondo del lavoro, ancora oggi ostacolata da barriere culturali, normative e organizzative.

Il lavoro è terapeutico“. È questa la parola che deve entrare nel Dna di ogni politica di inclusione per le persone con disabilità psichica. Non si tratta solo di un’occupazione o di un reddito, è uno strumento di riabilitazione, di reinserimento sociale e di riduzione della sofferenza quotidiana.

Lo dimostrano le esperienze concrete realizzate nella provincia di Palermo“, queste le parole di Daniela Faraoni, assessore regionale alla Salute. Esperienze fondamentali in cui 50 giovani con disagio psichico sono stati inseriti nel mondo del lavoro. Per loro, il lavoro non è stato soltanto un contatto con la società e un impegno quotidiano che alleggerisce le famiglie, ma una vera e propria attività riabilitativa che ha dato risultati straordinari, le manifestazioni acute del disagio si sono ridotte notevolmente.

Abbiamo potuto verificare nel corso della nostra esperienza che per questi 50 ragazzi il mondo del lavoro si è trasformato in un’esperienza di vita che li mette a contatto con la società e con un impegno quotidiano che possa in qualche maniera anche alleggerire la tensione del quotidiano nei confronti delle famiglie, ma è stato proprio un’attività di riabilitazione che ha dato un grande risultato“. Durante queste attività i ragazzi hanno ridotto notevolmente tutte quelle che sono le manifestazioni acute del loro disagio.

E non è un caso isolato, in circa il 20% dei casi un’esperienza inizialmente limitata nel tempo si è trasformata in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in altri casi si è conclusa ma ne sono partite di nuove. “Vuol dire che l’inclusione è veramente una grande risorsa“.

Eppure il cammino è ancora in salita. Il primo ostacolo è la resistenza di molte aziende, pubbliche e private, che rientrano negli obblighi della legge 68 e preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che assumere la quota di invalidi prevista, aggiunge Antonio De Luca, capogruppo del M5S all’Ars. Dentro questa discriminazione se ne annida un’altra, ancora più profonda: il pregiudizio verso chi vive un disagio psichico. “Spesso c’è un pregiudizio nei confronti di chi vive un disagio psichico che viene visto come un soggetto che può creare problemi al lavoro perché viene visto più semplice gestire un non vedente, un non udente, un non ambulante piuttosto che chi vive un disagio psichico, penso a uno schizofrenico“, denuncia. Nella realtà non è così. Con le giuste misure di tutoraggio e accompagnamento queste persone possono dare un contributo importante al mondo produttivo.

Il lavoro, però, non va visto solo come capacità di produrre reddito o di contribuire al Pil.Dobbiamo vederlo anche come uno strumento di inserimento sociale, di diminuzione degli apporti farmacologici, di riduzione della spesa sanitaria per via dei ricoveri ma soprattutto come strumento di sviluppo della persona e della personalità“. Chi vive un disagio psichico non ha un diritto costituzionale ridotto rispetto allo sviluppo della propria personalità e al soddisfacimento delle proprie aspirazioni.

Un lavoro non chiude le persone in una stanza o le lascia sedute in poltrona per sempre, fuori dall’attività civile. Come afferma Carlo Gilistro, deputato regionale del M5S. Al contrario, è la chiave per una vita piena di speranza, con meno sofferenze e fragilità.

I padri costituenti lo avevano capito bene: hanno fondato la Repubblica sulla parola “lavoro” perché da esso derivano dignità sociale e libertà“, afferma Giuseppe Tango, giudice del lavoro del Tribunale di Palermo. E questo vale ancora di più per chi è affetto da disabilità psichica, come dimostrano gli altissimi tassi di disoccupazione che colpiscono queste persone.

L’inclusione lavorativa diventa quindi fondamentale, ci dice Laura Peduzzo operatrice di Progetto Itaca Palermo, che fa parte del direttivo dell’associazione di secondo livello ‘Si puó fare per il lavoro di comunità’, che unisce operatori, utenti e familiari per una salute mentale a 360 gradi. La voce dei veri protagonisti del tema. “Appoggiamo la buona politica transpartitica e auspichiamo che riesca ad ottenere il diritto al lavoro per i pazienti psichiatrici, già prevista dalla legge nazionale e attuata nelle altre regioni. Chiediamo di sederci al tavolo dei lavori, perchè da anni combattiamo queste battaglie e conosciamo le necessità. Per questo siamo una gamba importante, forse indispensabile di questo tavolo“.

Il convegno promosso dall’onorevole Antonio De Luca rappresenta un’occasione importante di confronto tra istituzioni, esperti e società civile, e segnala una rinnovata attenzione politica su un tema troppo a lungo trascurato. Allo stesso tempo, il percorso avviato chiama tutti gli attori coinvolti a una responsabilità che non può esaurirsi in una giornata di lavori“, dichiara Gaetano Sgarlata, presidente di Si può fare per il lavoro di comunità.Vogliamo credere in una politica capace di raccogliere questa sfida. Confidiamo nel lavoro già avviato e auspichiamo che da qui possa nascere un impulso concreto, capace di aprire spazi reali nel mondo del lavoro per cittadini che hanno competenze e qualità da offrire. Perché il riconoscimento del diritto al lavoro, per le persone con disabilità psichica, non può più essere rimandato. Non è solo una questione di dignità, ma di civiltà“.

Un tema importante quello di cui si è discusso oggi, la dimostrazione concreta che la disabilità psichica non deve essere sinonimo di emarginazione, ma può trasformarsi in un percorso di crescita personale e di risparmio per l’intero sistema sanitario e sociale.

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