La sanità siciliana deve decidere che forma darsi per i prossimi anni. Liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure, ospedali sotto pressione e servizi territoriali ancora incompleti riportano la discussione sul modello organizzativo del Servizio sanitario regionale. Il PNRR entra nella fase finale e alza il livello della responsabilità, perché le risorse disponibili dovranno diventare percorsi accessibili, strutture funzionanti e strumenti digitali usati davvero da cittadini e professionisti.
Proprio per questo, la legge regionale n. 5 del 2009 non appartiene soltanto alla memoria amministrativa della Sicilia. A diciassette anni dalla sua approvazione, resta il punto da cui partire per capire come il Servizio sanitario regionale abbia provato a governare aziende, spesa, rete territoriale e responsabilità gestionali. Varata durante il governo Lombardo, con Massimo Russo assessore alla Salute, ridisegnò l’assetto del sistema, introdusse una logica fondata su programmazione, controlli e sostenibilità economica, e provò a spostare il baricentro oltre l’ospedale.
La Sicilia arriva a questo passaggio con criticità che intrecciano responsabilità regionali e vincoli nazionali. Pesano il finanziamento del Servizio sanitario nazionale, giudicato da anni insufficiente rispetto alla crescita dei bisogni, l’inflazione, il costo dei rinnovi contrattuali e la difficoltà di rendere attrattive le professioni sanitarie. La tenuta dell’impianto passa anche dal raccordo tra DM 77 del 2022, che ridisegna l’assistenza di prossimità con Case di Comunità, Ospedali di Comunità e COT, DM 70 del 2015, che regola gli standard della rete ospedaliera, e Fascicolo sanitario elettronico, banco di prova della sanità digitale.
Senza equilibrio tra territorio, ospedali, emergenza, specialistica, dati e personale, il rischio è moltiplicare le sigle senza aumentare la capacità di cura. A intervenire è Fabrizio De Nicola, già direttore generale di diverse aziende sanitarie e formatore di management sanitario, che quel cambiamento lo ha vissuto direttamente mentre guidava l’Asp di Trapani nella fase di riordino.
Direttore, il dibattito sulla legge regionale n. 5 del 2009 è tornato al centro del confronto sulla sanità siciliana. Da dove partirebbe per valutarla?
“Partirei dalla logica e dal valore di quella norma. La legge regionale n. 5 del 2009 nacque durante il governo Lombardo, con Massimo Russo assessore alla Salute, e rappresentò una scelta riformatrice vera. Non fu un intervento improvvisato. Ma il frutto di una diagnosi rigorosa dei mali del nostro sistema sanitario e di una precisa volontà politica di cambiare rotta. Per prima cosa si passò da 29 aziende alle attuali 17, attraverso fusioni e incorporazioni. Anche io vissi direttamente quella fase, perché allora guidavo l’Asp di Trapani. Quella riduzione non aveva soltanto un valore numerico, ma puntava a rendere il sistema più governabile, meno frammentato e più orientato agli obiettivi”.
Quindi secondo lei non si può liquidare quella stagione come un fallimento?
“No, sarebbe una lettura sbagliata e troppo semplice. Quella legge introdusse concetti che allora non apparivano affatto scontati: programmazione, pianificazione, controlli, premialità, sanzioni e responsabilità. Si provò a costruire una sanità non più intesa come una stazione di spesa senza controllo, ma come un servizio orientato al budget, ai risultati e ai bisogni dei cittadini. Naturalmente nessuna legge risolve tutto per sempre e nessuna riforma può cancellare da sola criticità così profonde. Però quella norma tracciò una strada, diede al sistema regionale una direzione e impose un metodo che prima mancava”.
Uno dei punti centrali riguardava il superamento di una sanità troppo concentrata sugli ospedali. Che modello si voleva costruire?
“Si intraprese una strada nuova, fondata su un’offerta più ampia, più capillare e non più soltanto ospedalocentrica. L’obiettivo consisteva nel rafforzare i servizi territoriali, integrare meglio ospedale e territorio e costruire una reale integrazione socio-sanitaria. Si tentò di applicare il concetto di appropriatezza organizzativa e di ospedalizzazione appropriata. Accanto agli ospedali dovevano crescere i distretti sanitari, i PTA, cioè i Presidi territoriali di assistenza, e l’assistenza domiciliare integrata. L’idea era chiara: curare meglio, ricoverare solo quando serve e permettere a migliaia di anziani di ricevere assistenza dignitosa tra le mura domestiche”.
Quanto pesò, in quella fase, il tema dei conti?
“Pesò moltissimo. La riforma nacque anche dall’esigenza di riorganizzare un sistema che aveva accumulato un deficit enorme, pagato sempre dai cittadini siciliani attraverso maggiori tasse. La spesa fuori controllo minacciava le casse regionali e rendeva necessario un cambio di metodo. Il risultato più evidente fu il pareggio di bilancio. Quel rigore evitò il commissariamento della sanità da parte dello Stato e creò le condizioni per investire nell’ammodernamento tecnologico dei reparti ospedalieri. Inoltre, negli anni successivi si avviarono migliaia di assunzioni di personale sanitario, tecnico e amministrativo. Anche questo passaggio nasce da una stagione in cui si provò a rimettere ordine nei conti e nella macchina organizzativa”.
Lei richiama anche i risultati ottenuti sui LEA. Perché sono importanti in questa valutazione?
“Perché i LEA misurano la capacità di una Regione di garantire prestazioni essenziali ai cittadini. Con il precedente sistema di monitoraggio ministeriale, la cosiddetta Griglia LEA utilizzata dal 2010 al 2019, la Sicilia risultò tra le regioni adempienti negli anni 2014, 2015, 2017, 2018 e 2019. Questo non vuol dire che tutto funzionasse, né che i problemi fossero scomparsi. Significa però che quella stagione produsse effetti misurabili anche sul piano istituzionale. Quando si giudica una legge di riordino, bisogna guardare ai limiti, certo, ma anche ai risultati raggiunti e al contesto da cui si partiva”.
Eppure oggi la sanità siciliana continua a mostrare criticità pesanti. Quali sono le più urgenti?
“I problemi sono sotto gli occhi di tutti. La sostenibilità economica del Servizio sanitario preoccupa l’intero Paese, non solo la Sicilia. Da oltre vent’anni il finanziamento non risponde pienamente alla crescita dei bisogni. A questo si aggiungono la rinuncia alle cure da parte di molti cittadini, le liste d’attesa, la carenza ormai cronica di infermieri, medici e altri operatori sanitari. Sarebbe scorretto attribuire tutto alla legge 5 del 2009. Il punto vero è un altro: quella norma, dopo diciassette anni, richiede un aggiornamento serio, coerente con una società molto diversa da quella di allora e con una domanda di salute più complessa”.
Quindi lei non difende la legge così com’è, ma chiede di aggiornarla?
“Esattamente. Oggi serve una nuova fase di riforma del Servizio sanitario regionale. La legge 5 del 2009 va modificata e implementata, non cancellata con un giudizio sommario. Dopo diciassette anni bisogna costruire nuovi modelli organizzativi e di governance, con strutture moderne, aggiornate e coerenti con le innovazioni tecnologiche, telematiche, digitali e amministrative. Il sistema deve intercettare in maniera più appropriata i bisogni di pazienti sempre più numerosi, anziani, cronici, fragili, con disabilità e con difficoltà fisiche e mentali. Non basta cambiare le norme o finanziare nuove strutture. Bisogna far funzionare i servizi, misurare i risultati e garantire ai cittadini una presa in carico concreta, vicina e continuativa”.
Il PNRR e il DM 77 possono rappresentare questa nuova fase?
“Possono rappresentarla solo se la Regione trasforma le risorse in servizi veri. Il PNRR ha destinato una parte importante degli investimenti proprio alla sanità territoriale e oggi impone un’accelerazione, perché molte scadenze decisive della Missione Salute arrivano al 30 giugno 2026, mentre altri adempimenti e passaggi di chiusura si spingono fino al 31 dicembre 2026. Tra gli obiettivi di giugno rientra anche il Fascicolo sanitario elettronico, che non può restare una piattaforma formale, ma deve diventare uno strumento realmente utilizzato da Regioni, professionisti e cittadini.
Questo significa che le risorse non vanno solo impegnate o rendicontate, ma devono produrre strutture funzionanti, personale, percorsi assistenziali e presa in carico reale. Le Case di Comunità, gli Ospedali di Comunità, le COT e il Fascicolo sanitario elettronico non devono restare sigle, inaugurazioni o adempimenti formali. Devono diventare strumenti quotidiani per seguire i pazienti cronici, sostenere gli anziani e i fragili, ridurre gli accessi impropri agli ospedali e collegare meglio medici, infermieri, distretti, specialisti e servizi sociali”.
Qual è allora il giudizio finale sulla legge 5 del 2009?
“La necessità di rivisitare la legge 5 del 2009 non può e non deve togliere merito a una riforma che ha tracciato la strada per una sanità moderna. Quella norma provò a superare l’idea della sanità come stazione di spesa non controllata e introdusse una logica fondata su budget, obiettivi, programmazione, responsabilità e bisogni di salute dei cittadini. Oggi la Sicilia deve avere lo stesso coraggio riformatore, senza nostalgia e senza demolizioni ideologiche. Bisogna aggiornare quell’impianto, rafforzare la rete territoriale, rispettare le scadenze del PNRR, a partire dagli obiettivi di giugno sul Fascicolo sanitario elettronico, e costruire un sistema capace di rispondere davvero a chi ha bisogno di cure”.



