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Le motivazioni della sentenza

Medico ucciso in discoteca a Palermo, i giudici: “Troppo tempo passato, impossibile ricostruire la verità”

giovedì 4 Giugno 2026
Tribunale di Palermo
“All’esito del lungo dibattimento, la corte d’assise ritiene che non possa formularsi un giudizio di colpevolezza degli imputati o anche di solo alcuno di essi. Ciò che è stato raccolto in dibattimento è un quadro non univoco, confuso, caratterizzato da una serie di racconti della tragica serata, per lo più differenti l’uno dall’altro, oltre ad una congerie di possibili ipotesi: investigative, nessuna delle quali suffragata robustamente, tanto da reggere una pronuncia di condanna oltre ogni ragionevole dubbio”. Lo scrivono i giudici della corte d’assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui, a novembre scorso, hanno assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale Francesco Troia, Gabriele Citarrella e Pietro Covello. I tre, buttafuori in una discoteca, erano coinvolti nella morte di Aldo Naro, neolaureato in Medicina, colpito con un calcio in testa e ucciso la notte del 13 febbraio 2015 nel locale, mentre era a terra.
Aldo Naro
Aldo Naro

Per omicidio è stato condannato separatamente, con sentenza ormai definitiva, Andrea Balsano, il giovane che ha colpito la vittima. Reo confesso, ha sempre negato di aver avuto intenzione di uccidere Naro. “A ostacolare il percorso dell’accusa – scrivono i giudici – anche il lunghissimo tempo trascorso dai fatti, che ha molto diluito i ricordi, già assai confusi nel’ immediatezza”.

“Al netto di adombrati sospetti, come quello di un possibile tacito accordo tra gli stessi amici di Naro per coprire qualcuno dei presenti, o meglio per giustificare il mancato intervento difensivo degli stessi amici e che nella malcelata prospettazione dell’accusa li avrebbe portati a mentire ripetutamente su quanto avevano in realtà visto con i loro occhi, al netto di tale supposto, possibile illecito accordo, finalizzato a coprire i veri responsabili dell’omicidio, ciò che è emerso al termine della istruttoria è che non è possibile ricostruire una unica realtà processuale con assoluta chiarezza”, concludono i giudici.
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