L’editoriale di Giorgio Trizzino
Purtroppo, per quanto possa indignarci, c’è una parte di verità nella narrazione che certa stampa britannica continua a proporre della Sicilia e in particolare di Bagheria.
Le reazioni sdegnate di molti politici locali rischiano però di riproporre la solita retorica difensiva: quella che si scandalizza per il giudizio altrui senza interrogarsi sulle proprie responsabilità. Prima di pretendere scuse dai giornali stranieri, sarebbe utile chiedersi cosa sia stato fatto, in questi decenni, per sradicare definitivamente le ragioni che alimentano quei giudizi.
La Sicilia non può essere ridotta alla mafia. È una terra di cultura, bellezza, lavoro, sacrificio e di straordinari esempi di resistenza civile. Ma è anche vero che le infiltrazioni mafiose, il clientelismo, la cattiva amministrazione e una politica troppo spesso più attenta ai propri interessi che a quelli dei cittadini hanno contribuito a consolidare, dentro e fuori dall’Italia, un’immagine che ancora oggi fatichiamo a scrollarci di dosso.
Non basta indignarsi per un titolo sbagliato. Bisogna domandarsi perché nel 2026, ci sia ancora chi identifica la Sicilia con la mafia. E soprattutto bisogna chiedersi cosa abbiano fatto le classi dirigenti di questi anni per cambiare davvero questa percezione.
La dignità del popolo siciliano non si difende con comunicati indignati. Si difende con il buon governo, con la trasparenza, con la lotta senza ambiguità alla criminalità organizzata e con risultati concreti che rendano impossibili certi stereotipi.
Quando questo accadrà, non ci sarà bisogno di chiedere rispetto: sarà il mondo a riconoscerlo spontaneamente.




