La fotografia del sindaco di Catania che bacia la reliquia del capo di sant’Agata ha diviso i commenti sui social. C’è chi vi ha riconosciuto un gesto di devozione familiare alla tradizione catanese, e chi invece ha reagito con stupore, ironia o persino disgusto di fronte a un uomo che accosta le labbra al teschio di una santa vissuta quasi diciotto secoli fa.
Osservata dalla prospettiva della tradizione cristiana, e in particolare di quella ortodossa, quella fotografia non ha però nulla di macabro. È un gesto antichissimo, che racchiude — forse senza che molti se ne accorgano — una parte importante di come il cristianesimo intende l’uomo, il corpo e la santità: per questa fede il corpo non è un involucro da abbandonare, ma qualcosa che porta con sé una dignità che la morte non cancella.
Al centro di questa visione c’è l’Incarnazione. Dio, secondo la confessione cristiana, non ha salvato l’uomo restando distante dalla materia: il Figlio di Dio si è fatto carne, ha assunto un corpo umano reale, è morto corporalmente ed è risorto corporalmente. La stessa professione di fede cristiana proclama l’attesa della resurrezione dei morti.
San Paolo chiama il corpo del cristiano «tempio dello Spirito Santo». Nei santi questa idea si vede nella sua forma più piena: uomini e donne che hanno cercato di conformare a Cristo l’intera esistenza, non solo pensieri e parole ma la vita corporale concreta. Hanno pregato con quel corpo, digiunato con quel corpo, servito il prossimo con quelle mani; i martiri, come sant’Agata, hanno sofferto e dato la vita attraverso quel corpo. Per il cristianesimo la santità non riguarda dunque una dimensione astrattamente “spirituale”: coinvolge la persona nella sua interezza, ed è da questa concezione che nasce la venerazione delle reliquie.
Quando un cristiano bacia una reliquia non pensa di trovarsi davanti a un oggetto dotato di potere autonomo, né tantomeno di “adorare un osso” — l’adorazione appartiene solo a Dio. La venerazione va invece alla persona del santo a cui quella reliquia appartiene: è la stessa distinzione che spiega molti gesti della spiritualità cristiana orientale, dove in chiesa si bacia il Vangelo, si bacia la Croce, si baciano le icone e le reliquie dei santi, senza che nessuno pensi che il legno, la carta, il colore o la materia ossea siano divinità. Il gesto corporeo esprime una relazione — rispetto, venerazione, affetto, comunione — non diversa, in fondo, da quella che tutti viviamo nella vita quotidiana quando conserviamo la fotografia di una persona amata, la baciamo, stringiamo un oggetto che le apparteneva o lo custodiamo perché attraverso quella realtà materiale il nostro affetto raggiunge lei. Il significato teologico delle reliquie è naturalmente più profondo, ma il principio aiuta a capire perché per il cristianesimo non sia assurdo che un sentimento spirituale si esprima attraverso un gesto fisico.
Anche la Bibbia testimonia questa considerazione del corpo dei santi. Nell’Antico Testamento si racconta che un morto, entrato in contatto con le ossa del profeta Eliseo, tornò in vita; negli Atti degli Apostoli si narra che perfino i fazzoletti e i grembiuli che erano stati a contatto con san Paolo venivano portati agli infermi. Questi episodi non attribuiscono alla materia una forza magica, ma esprimono una convinzione profondamente biblica: Dio può comunicare la propria grazia attraverso la realtà materiale, perché la materia stessa appartiene alla sua creazione.
È forse uno degli aspetti del cristianesimo più difficili da capire per la sensibilità contemporanea, abituata a contrapporre il materiale allo spirituale, quasi che per essere autenticamente religioso qualcosa debba essere invisibile e interiore. Il cristianesimo ragiona diversamente: l’acqua del Battesimo, il pane e il vino dell’Eucaristia, l’olio dell’unzione, l’imposizione delle mani, il segno della Croce — tutta la vita sacramentale della Chiesa passa attraverso la materia e attraverso il corpo. Anche un bacio, in questo senso, può diventare preghiera. Nella spiritualità ortodossa questo è particolarmente evidente: la preghiera non coinvolge solo l’intelletto, ci si alza in piedi, ci si inchina, si fanno prostrazioni, ci si segna con la Croce, si accendono candele, si venerano le icone. Il corpo prega insieme all’anima, e il bacio dato a una reliquia appartiene allo stesso linguaggio.
Non è un gesto rivolto alla morte, ma alla vita. Il cristiano venera le reliquie perché crede che la morte non abbia avuto l’ultima parola su quella persona: il santo non è ricordato semplicemente come un grande personaggio del passato, ma nella fede della Chiesa vive in Cristo e appartiene alla comunione dei santi. Per questo le reliquie dei martiri hanno occupato fin dai primi secoli un posto particolare nella vita cristiana — le comunità celebravano l’Eucaristia presso le loro tombe e ne custodivano con venerazione i resti — non per una fascinazione nei confronti della morte, ma perché proprio quei corpi erano stati testimoni della vittoria della fede sulla paura e, talvolta, sulla persecuzione.
Nel caso di sant’Agata questo significato è ancora più diretto: Agata è una martire, e la tradizione cristiana vede nel suo corpo ferito non qualcosa di raccapricciante da nascondere, ma la testimonianza concreta di una giovane donna che non rinnegò Cristo neppure davanti alla sofferenza e alla morte. La venerazione delle sue reliquie è inseparabile dalla memoria del suo martirio.
Si può naturalmente non condividere questa fede — una società pluralista comprende credenti, non credenti e persone di tradizioni religiose differenti, e nessuno è obbligato a riconoscere alle reliquie il significato che vi attribuisce un cristiano. Ma non credere in un gesto religioso e non comprenderne il significato sono due cose diverse: ridurre il bacio a una reliquia a qualcosa di semplicemente macabro significa leggere con categorie estranee un gesto che ha quasi duemila anni di storia cristiana alle spalle. E questo vale ancora di più a Catania, dove sant’Agata non è solo oggetto della devozione personale di molti cittadini, ma appartiene alla memoria religiosa, culturale e civile della città, in un rapporto che ha attraversato secoli e generazioni diverse tra loro.
La fotografia del sindaco davanti alle reliquie potrà essere discussa secondo sensibilità e convinzioni personali diverse, ma il gesto in sé non ha nulla di incomprensibile o di eccentrico nella tradizione cristiana. Baciare le reliquie vuol dire affermare che la santità riguarda l’uomo intero, anima e corpo, che la materia può farsi luogo dell’incontro con Dio, che l’amore ha bisogno anche di gesti — e che, per il cristiano, l’ultima parola sul corpo umano non spetta alla morte ma alla resurrezione. È probabilmente questa la chiave più autentica per guardare quella fotografia.
Resta, distinta da quella teologica, la domanda sulla laicità delle istituzioni: può un sindaco, in quanto tale, compiere un gesto di devozione confessionale? Nel contesto delle feste patronali italiane la risposta l’ha già data la tradizione: da secoli le amministrazioni civili di città come Napoli, Palermo o la stessa Catania partecipano, accanto alla Chiesa, alle celebrazioni del santo patrono, senza che questo sia mai stato inteso come un’adesione dello Stato a una confessione. Il sindaco che bacia la reliquia lo fa come cittadino credente, non come autorità che impone un culto; il Comune che aderisce alla festa lo fa come custode di un’identità civica condivisa, insieme religiosa e culturale. Sono due piani diversi, e tenerli distinti è probabilmente l’unico modo per non trasformare un gesto di fede personale in un problema istituzionale che non è mai stato.




