Prima di diventare ministro della Repubblica, vicesegretario nazionale del Partito socialista e presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Salvatore Lauricella occupava le terre. Bisogna cominciare da qui, non da Roma né da Sala d’Ercole, e nemmeno dai lunghi anni in cui il suo nome avrebbe finito per identificarsi con una parte importante del socialismo siciliano: bisogna cominciare dalla provincia di Agrigento del dopoguerra.
Lauricella era nato a Ravanusa il 18 maggio 1922, figlio di un avvocato. Conseguì la maturità classica, lavorò per un periodo all’ufficio protocollo e archivio del Comune e si laureò in Giurisprudenza a Palermo nel luglio del 1945, seguendo poi le orme paterne nella professione forense. In mezzo c’era stata la guerra: durante il conflitto fu fatto prigioniero dai tedeschi. Tornato in Sicilia, nel 1944 si iscrisse al Partito socialista. La sua politica cominciò allora, e non nei palazzi: nelle campagne.
Il socialismo delle terre
La Sicilia in cui si formò Totò Lauricella era quella dei braccianti, delle miniere, dei grandi feudi e di un movimento contadino che pagava spesso con il sangue le proprie battaglie. Lauricella organizzò a Ravanusa la Camera del lavoro, ne divenne segretario e partecipò alle lotte per l’occupazione delle terre incolte da assegnare ai contadini. Era il socialismo siciliano di prima che diventasse soprattutto governo: un socialismo fisico, fatto di piazze, sezioni, cooperative, Camere del lavoro, e di uomini che nelle campagne dell’Agrigentino potevano incontrare qualcosa di assai più pericoloso di un avversario parlamentare.
Nel 1946 Lauricella venne eletto sindaco di Ravanusa. Aveva ventiquattro anni, e quella carica avrebbe continuato ad accompagnarlo per decenni. È uno dei tratti più singolari della sua storia: poteva essere ministro a Roma, dirigente nazionale del PSI o presidente dell’Assemblea regionale, ma politicamente restava Totò di Ravanusa.
Nenni
Il suo socialismo aveva un padre politico preciso, Pietro Nenni, che gli affidò responsabilità sempre maggiori nell’organizzazione del partito siciliano. Lauricella diventò segretario regionale del PSI e contribuì a costruire una rete socialista chiamata a misurarsi insieme con la forza della Democrazia cristiana e con quella del Partito comunista. Non era facile essere socialisti nella Sicilia di allora: bisognava evitare di diventare una semplice appendice della DC senza farsi assorbire dal PCI. È dentro questa tensione che si forma la politica di Lauricella, fatta di autonomia socialista, capacità di governo e rapporto stretto con il mondo del lavoro, sorretta da una convinzione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: il PSI doveva essere abbastanza forte da decidere, non semplicemente da testimoniare.
Quando Palermo anticipò Roma
Tra il 1960 e il 1961 accadde qualcosa che aiuta a misurare la statura politica raggiunta da Lauricella. La Sicilia usciva dalla tormentata esperienza del milazzismo, e Lauricella, segretario regionale del PSI, lavorò all’intesa con la Democrazia cristiana di Giuseppe D’Angelo: nacque così un’esperienza di centrosinistra che precedette quella nazionale. Prima che a Roma la collaborazione organica tra DC e socialisti diventasse la grande operazione politica degli anni Sessanta, a Palermo quella strada era già stata sperimentata.
Non fu un incidente parlamentare, ma la conseguenza di una lettura politica: il PSI non doveva più limitarsi all’opposizione, doveva entrare nel governo e usarlo per trasformare la società. Per Lauricella era il passaggio dal socialismo delle terre al socialismo delle istituzioni.
Roma
Nel 1963 venne eletto alla Camera dei deputati. Aveva quarantun anni e vi sarebbe rimasto per una lunga stagione parlamentare, attraversando sei legislature e diventando uno dei dirigenti più importanti del socialismo italiano. Arrivarono anche i ministeri: nel dicembre 1968 entrò nel primo governo Rumor come ministro incaricato della Ricerca scientifica, e nel marzo del 1970 divenne ministro dei Lavori pubblici, restando al dicastero anche nel successivo governo Colombo fino al febbraio 1972. Il ragazzo che aveva organizzato i contadini di Ravanusa sedeva ora nel Consiglio dei ministri della Repubblica.
Eppure Lauricella non diventò mai veramente romano. La Sicilia continuava a essere la sua base politica, e Ravanusa continuava a essere casa.
Il capo
Nel PSI siciliano Lauricella non fu semplicemente un dirigente: fu per molti anni il capo, parola che appartiene a una politica ormai quasi scomparsa. Non indicava soltanto chi occupava una carica, ma chi disponeva di una propria scuola, di uomini, di consenso, di un territorio, e soprattutto di un’autorità riconosciuta anche dagli avversari interni. Lauricella aveva tutto questo, e la sua forza non nasceva da una corrente costruita a Roma e poi trasferita in Sicilia: faceva il percorso contrario, partendo dalla provincia di Agrigento per arrivare a Roma.
Nel partito fu segretario regionale, vicesegretario nazionale, componente stabile della Direzione, presidente del Comitato centrale e infine presidente dell’Assemblea nazionale socialista. Era stato vicino a Nenni, poi a Francesco De Martino. Con Bettino Craxi il rapporto sarebbe stato assai più complesso.
Craxi
Lauricella apparteneva a una generazione precedente a quella di Craxi. Quando nel 1976 il PSI uscì sconfitto dalle elezioni e cercò una nuova guida, capì anche lui che il partito aveva bisogno di una rottura, e Craxi rappresentava proprio quella rottura. Tra i due, però, non ci fu mai una subordinazione: ci furono convergenze, distanze, scontri e reciproco rispetto. Lauricella proveniva dal socialismo di Nenni e De Martino; Craxi voleva costruire un PSI diverso, più autonomo dal PCI, più aggressivo, più moderno nella comunicazione e deciso a modificare i rapporti di forza della sinistra italiana.
Totò non diventò mai semplicemente un craxiano, ma comprese la portata di quella svolta autonomista, e negli anni successivi il rapporto si ricompose. La Sicilia socialista rimase in larga misura la Sicilia di Lauricella, anche quando il PSI nazionale diventava sempre più il partito di Craxi.
Il ritorno a Palermo
Nel 1981 avvenne una scelta apparentemente singolare. Dopo quasi vent’anni tra Parlamento nazionale, ministeri e vertici socialisti, Lauricella tornò alla politica regionale, candidandosi all’Assemblea regionale siciliana. Venne eletto sia a Palermo sia ad Agrigento e scelse Palermo: il 4 agosto 1981 diventò presidente dell’Assemblea regionale siciliana, carica che avrebbe mantenuto per dieci anni, due legislature.
Quando venne rieletto nel 1986, raccolse 37.754 preferenze a Palermo e 20.485 ad Agrigento, dove le sue preferenze personali equivalevano a oltre il 65 per cento dei voti dell’intera lista socialista: numeri che spiegano, meglio di molte definizioni, cosa significasse allora essere un capo politico.
Il Presidente
Lauricella interpretò la presidenza dell’ARS con una concezione alta dell’istituzione. Non era più il capocorrente socialista: era il Presidente. Quando morì, Angelo Capodicasa lo ricordò in Aula come l’uomo che per dieci anni aveva guidato e rappresentato l’Assemblea con autorevolezza, definendolo uno dei protagonisti e interlocutori della politica siciliana e nazionale. È forse proprio questa doppia dimensione a distinguerlo: siciliano e nazionale, socialista e uomo delle istituzioni, uomo di parte capace, una volta salito sullo scranno più alto di Sala d’Ercole, di rappresentare l’intera Assemblea.
Anche lui guardava al Mediterraneo
C’è poi un Lauricella meno conosciuto. Negli anni della presidenza tornò a ragionare sul significato dell’Autonomia siciliana dentro un’Europa che stava cambiando, e anche lui, come Rino Nicolosi da Palazzo d’Orléans, guardava al Mediterraneo: immaginava una Sicilia capace di essere ponte tra l’Europa e i Paesi del Mare nostrum.
Non è una sorpresa: il socialismo siciliano di Lauricella aveva sempre avuto una dimensione autonomista che non coincideva con il ripiegamento regionale. L’Autonomia serviva se consentiva alla Sicilia di contare di più, non se la isolava. Negli anni Ottanta, mentre Craxi costruiva una politica italiana particolarmente attenta al Mediterraneo, anche da Sala d’Ercole Lauricella cercava di collocare la Sicilia dentro quella prospettiva. Nicolosi e Lauricella provenivano da mondi politici diversi, uno democristiano e l’altro socialista, ma su questo punto sembravano parlare la stessa lingua: la Sicilia doveva smettere di pensarsi come periferia.
Ravanusa
Eppure, mentre presiedeva il Parlamento siciliano, Lauricella continuava a essere legato al suo paese. Ravanusa non fu per lui soltanto il collegio elettorale a cui tornare durante le campagne: era parte della sua identità. I figli hanno ricordato un uomo che nella vita privata somigliava molto a quello pubblico, lettore appassionato di storia e romanzi, amante del cinema e del calcio, legato profondamente alla moglie Lina; un uomo che, pur avendo conosciuto un potere enorme, conservava abitudini e rapporti costruiti nel paese da cui era partito.
Uno dei giudizi che circolò più spesso alla sua morte fu semplice: «Totò, un politico leale». Non esiste forse elogio più grande per un uomo che aveva trascorso mezzo secolo dentro il potere.
La fine del PSI
Poi arrivò il 1992, e il mondo in cui Lauricella aveva vissuto cominciò a dissolversi. Tangentopoli travolse il Partito socialista, Craxi cadde, il PSI scomparve. Lauricella avrebbe potuto fare quello che fecero molti altri: cercare un’altra casa, cambiare insegna, prendere le distanze dalla propria storia. Non lo fece. Difese Craxi anche quando non conveniva più, ma soprattutto difese il PSI, che per lui non era soltanto un partito: era la storia iniziata nelle campagne dell’Agrigentino mezzo secolo prima.
Dopo lo scioglimento del PSI fu tra i promotori del movimento per la ricostruzione del socialismo siciliano, che nel 1995 portò alla costituzione del Partito Socialista Sicilia. Alle regionali del 1996 quel piccolo partito riuscì ancora a eleggere tre deputati: fu l’ultima battaglia di Totò.
Socialista
Salvatore Lauricella morì il 7 novembre 1996, a settantaquattro anni. Il suo archivio personale, decine di buste con discorsi, lettere, fotografie, documenti e programmi politici dal 1941 al 1996, è oggi conservato dall’Assemblea regionale siciliana ed è stato dichiarato di notevole interesse storico: forse perché dentro quelle carte non c’è soltanto la vita di un uomo, ma quasi mezzo secolo di socialismo siciliano. Le occupazioni delle terre, Nenni, il centrosinistra, De Martino, i ministeri, Craxi, Sala d’Ercole, la fine della Prima Repubblica, e sempre, dall’inizio alla fine, Ravanusa.
È questa, forse, la cosa che più colpisce guardando la parabola di Totò Lauricella. Partì da un paese dell’Agrigentino quando la politica socialista significava organizzare braccianti e occupare feudi, arrivò al Consiglio dei ministri, guidò per dieci anni il Parlamento siciliano, fu uno degli uomini più potenti del PSI. Vide nascere il centrosinistra e vide morire il partito nel quale aveva trascorso la vita, e quando quel partito non esistette più provò a ricostruirlo. Non cambiò casa, perché prima di essere ministro, presidente, deputato o capocorrente, Totò Lauricella era socialista. E lo rimase anche quando essere socialista non portava più alcun potere.




