Per mesi la Sicilia ha guardato il cielo aspettando la pioggia. Ora, con l’arrivo dell’autunno, la preoccupazione è anche quella opposta ovvero che l’acqua possa arrivare tutta insieme, in quantità e con un’intensità difficili da gestire.
Non è soltanto una sensazione legata agli ultimi anni di cronaca meteorologica. È la stessa Protezione civile regionale a chiedere ai Comuni, alle Prefetture e ai gestori delle reti e delle infrastrutture di mantenere alta l’attenzione in vista delle precipitazioni autunnali. In una circolare diffusa a settembre, il Dipartimento regionale ha indicato circa 100 mila punti critici presenti sul territorio siciliano (CLICCA QUI) e ha chiesto di accelerare gli interventi di manutenzione prima dell’arrivo delle piogge. Tra le operazioni indicate figurano la pulizia di caditoie, tombini e alvei dei torrenti, il controllo di sottopassi e guadi e l’aggiornamento dei piani di emergenza.
Il dato dei 100 mila punti non equivale quindi al numero di luoghi che saranno colpiti da un’alluvione ma identifica i punti critici censiti dalla Protezione civile e riportati nelle mappe regionali delle interferenze idrauliche, consultabili attraverso il WebGIS regionale. La questione, dunque, non è soltanto quanta pioggia cadrà nei prossimi mesi. È capire se il territorio siciliano sia organizzato per assorbire un clima nel quale periodi molto secchi possono alternarsi a precipitazioni concentrate e intense.
Un’Europa sempre più calda

Il problema non riguarda soltanto la Sicilia. Il rapporto “European State of the Climate 2025“, realizzato dal Copernicus Climate Change Service e dall’Organizzazione meteorologica mondiale, descrive l’Europa come il continente che si sta riscaldando più rapidamente. Il rapporto segnala, tra gli elementi caratteristici del 2025, ondate di calore estese dall’Artico al Mediterraneo, temperature record della superficie marina e una forte esposizione del continente a siccità, incendi e altri fenomeni estremi.
A giugno 2026 anche l’Agenzia europea dell’ambiente ha sottolineato che l’Europa si sta riscaldando a una velocità più che doppia rispetto alla media globale e che gli eventi estremi, tra cui caldo, alluvioni, siccità e incendi, stanno mettendo alla prova la capacità di adattamento dei Paesi europei. Secondo l’EEA, restano lacune nella valutazione dei rischi, nell’attuazione delle misure di adattamento, nei finanziamenti e nel monitoraggio. Il Mediterraneo si trova quindi in una delle aree europee maggiormente esposte alla trasformazione del clima. E la Sicilia, per posizione geografica e caratteristiche del territorio, rappresenta uno dei luoghi in cui gli effetti possono tradursi contemporaneamente in problemi diversi, dall’ acqua, all’agricoltura, agli incendi, le infrastrutture e il rischio idrogeologico.
Il problema non è soltanto il clima: è anche il territorio

Secondo il rapporto “Il clima in Italia nel 2025″ del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nel 2025 in Sicilia si sono registrati localmente fino a 116 giorni consecutivi senza pioggia. Nello stesso anno la regione ha mantenuto una situazione di elevata severità idrica per tutto l’anno, secondo il quadro riportato da SNPA.
Il fenomeno non riguarda soltanto la quantità complessiva di acqua disponibile, ma anche il modo in cui le precipitazioni vengono distribuite nel tempo. A livello nazionale, nel 2025 le precipitazioni sono state complessivamente vicine alla media del periodo 1991-2020, ma con forti differenze territoriali. Nel Sud e nelle Isole sono diminuite del 5% rispetto alla media.
Nel frattempo, il mare italiano ha raggiunto nel 2025 una temperatura media annuale di 20°C, superiore di 1,18°C al riferimento climatico 1991-2020 e seconda più alta dal 1982. A luglio la temperatura media marina italiana ha raggiunto 26,64°C e ad agosto 26,48°C. Sono dati che aiutano a comprendere lo scenario descritto dalla Protezione civile siciliana nella propria circolare di settembre. Il Dipartimento richiama infatti l’accumulo di calore nei mari e la combinazione tra temperature elevate e arrivo delle prime correnti più fredde tra gli elementi che possono favorire temporali intensi e precipitazioni particolarmente abbondanti.
Ma c’è un altro elemento. Dopo mesi caratterizzati da siccità e incendi, la stessa Protezione civile regionale richiama, tra gli scenari da considerare, la possibilità di colate rapide di fango e terra, distacchi di massi e alluvioni lampo. A rendere più complessa la situazione è la vulnerabilità fisica dell’Isola. L’ultimo rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico ha registrato, tra il 2021 e il 2024, un aumento del 20,2% della superficie siciliana classificata a pericolosità da frana. ISPRA precisa che l’incremento è dovuto principalmente a studi di maggiore dettaglio effettuati dalle Autorità di bacino distrettuali e dalle Province autonome, non significa quindi che in tre anni il territorio sia diventato improvvisamente più franoso nella stessa proporzione.
Anche il consumo di suolo rappresenta un elemento da tenere sotto osservazione. Secondo l’ultimo dato definitivo disponibile, relativo al 2024, in Sicilia sono stati consumati circa 799 ettari di nuovo suolo, uno dei valori regionali più elevati registrati nell’anno. A livello nazionale, inoltre, l’Istituto segnala che il consumo di suolo continua a interessare anche aree esposte al dissesto. Nel 2024 sono stati consumati 1.303 ettari nelle zone a pericolosità idraulica media e 600 ettari nelle zone a pericolosità da frana.
La sfida è prepararsi prima dell’emergenza

Il punto, dunque, non è soltanto prevedere quando arriverà la prossima perturbazione, ma ridurre in anticipo le conseguenze che potrebbe produrre. La circolare della Protezione civile siciliana si muove proprio in questa direzione. La manutenzione delle caditoie e degli alvei, la verifica di sottopassi e guadi, il controllo dei punti critici e l’aggiornamento dei piani di emergenza sono interventi che devono essere effettuati prima che un evento meteorologico renda necessario attivarli. Un territorio esposto a precipitazioni intense non può essere valutato soltanto sulla base della quantità d’acqua che cade, ma anche sulla capacità delle infrastrutture e dei sistemi di drenaggio di smaltirla, sulla presenza di aree urbanizzate nelle zone vulnerabili e sulla rapidità con cui le amministrazioni riescono a trasformare un’allerta meteorologica in una misura concreta di prevenzione. È su questo terreno che si misura una parte importante dell’adattamento climatico.
Anche per questo il dato dei circa 100 mila punti critici assume un significato che va oltre la dimensione numerica. Non rappresenta una previsione di altrettanti eventi calamitosi, ma restituisce la fotografia di una rete di potenziali vulnerabilità distribuite sul territorio. La capacità di intervenire su quella rete prima che si verifichi un’emergenza diventa quindi una componente essenziale della gestione del rischio.



