L’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo ha superato gli 8 mila casi confermati. Al 26 settembre sono stati registrati 8.067 casi e 3.901 decessi, con una letalità grezza che resta intorno al 48%. Sono 773 i pazienti ricoverati in isolamento e 2.070 le persone guarite. Il dato più recente, pubblicato dall’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), conferma una trasmissione ancora sostenuta e fortemente differenziata tra le province, mentre la risposta sanitaria deve confrontarsi contemporaneamente con l’espansione geografica dell’epidemia, l’elevata mortalità, le difficoltà nel tracciamento dei contatti e l’assenza di vaccini e terapie specificamente autorizzati contro Bundibugyo.
Nell’ultima giornata presa in esame dall’ECDC sono stati notificati 78 nuovi casi e 49 decessi. Cinquantasette infezioni sono state registrate in Ituri, 17 nel Nord Kivu, tre nell’Haut-Uélé e una nel Bas-Uélé. L’Ituri rimane l’epicentro con 6.155 casi e 2.834 decessi, mentre il Nord Kivu ha raggiunto 1.523 casi e 906 morti. Parallelamente, la percentuale dei contatti identificati sottoposti a follow-up è scesa al 74,7%, un indicatore particolarmente rilevante in un’epidemia nella quale l’identificazione tempestiva degli esposti rappresenta uno degli strumenti principali per interrompere le catene di trasmissione.
L’andamento
L’aumento cumulativo dei casi non descrive da solo l’evoluzione dell’epidemia. L’OMS evidenzia infatti traiettorie differenti nelle province coinvolte. In Ituri l’incidenza ha mostrato una progressiva riduzione rispetto al picco raggiunto a metà agosto, pur mantenendosi su livelli elevati. Nel Nord Kivu si è invece osservata una forte crescita fino alla metà di settembre, seguita da una diminuzione negli ultimi giorni disponibili. Nell’Haut-Uélé la trasmissione rimane sostenuta, mentre nel Tshopo l’OMS ha rilevato una ripresa dell’attività dopo una fase caratterizzata da una bassa incidenza.
L’epidemia ha raggiunto 63 zone sanitarie in sette delle 26 province congolesi. Tra le aree interessate più recentemente figurano Bulu, nel Sud-Ubangi, e Dungu, nell’Haut-Uélé, provincia che confina con il Sud Sudan. Proprio questa progressione territoriale ha portato l’OMS a sottolineare una maggiore preoccupazione per la possibile diffusione transfrontaliera. Il Nord Kivu presenta inoltre un elemento particolarmente critico. Al 23 settembre l’OMS vi registrava una letalità del 59,7%, la più elevata tra le province coinvolte, e riferiva che erano in corso indagini per comprenderne le cause.
I bambini
Particolarmente rilevante è il peso dell’epidemia sulla popolazione pediatrica. Secondo l’approfondimento pubblicato da OMS Africa, quasi un caso confermato su quattro riguarda bambini e i minori rappresentano quasi un terzo dei decessi. La situazione è particolarmente grave sotto i 5 anni, fascia nella quale la letalità supera il 60%, rispetto a circa il 40% osservato negli adulti.
“La letalità nei bambini sotto i cinque anni con virus Bundibugyo continua a essere più alta rispetto ai bambini più grandi e agli adulti”, ha spiegato Daniel Youkee, responsabile del team OMS per la gestione clinica dell’Ebola, sottolineando come il fenomeno sia coerente con quanto osservato nelle precedenti epidemie, nelle quali gli under 5 hanno mostrato un rischio di morte maggiore rispetto alle altre fasce di età.
I bambini sotto i 5 anni rappresentano inoltre una quota rilevante dei decessi registrati al di fuori dei centri di trattamento dell’Ebola, sia nelle abitazioni sia nelle strutture sanitarie nelle quali l’infezione non viene riconosciuta tempestivamente. Febbre, diarrea e vomito possono sovrapporsi alle manifestazioni di altre malattie frequenti nell’area, rendendo più difficile l’identificazione precoce. La gestione clinica pediatrica richiede inoltre personale e strumenti adeguati alle diverse età e condizioni dei pazienti. L’OMS sta lavorando per rafforzare proprio questi aspetti dell’assistenza.
Il dato assume particolare importanza perché l’elevata mortalità non può essere letta soltanto come espressione delle caratteristiche dell’infezione. L’OMS mette in relazione i decessi che avvengono fuori dai centri specializzati anche con i ritardi nel riconoscimento della malattia e nell’accesso alle cure, elementi che hanno conseguenze sia sulla prognosi individuale sia sulla possibilità di ulteriore trasmissione all’interno delle famiglie, delle comunità e delle strutture sanitarie.
La risposta
Sul fronte della risposta, a metà settembre erano già oltre 3 mila gli operatori sanitari e di prima linea vaccinati con Ervebo, mentre prosegue la raccolta di evidenze sulla possibile protezione contro Bundibugyo. Alla Repubblica Democratica del Congo sono state assegnate 70 mila dosi provenienti dalla scorta globale, delle quali 20 mila destinate a un trial clinico di fase 3 e 50 mila agli operatori sanitari e di prima linea. Ervebo, già utilizzato contro Ebola virus, non è autorizzato specificamente contro Bundibugyo e la sua efficacia nell’uomo contro questa specie virale resta da determinare. Le evidenze disponibili, provenienti soprattutto da modelli animali, indicano una possibile protezione crociata, ma non consentono ancora di dimostrare un’efficacia clinicamente significativa nell’uomo. Per questo vaccinazione e ricerca procedono parallelamente, mentre continua anche lo sviluppo di candidati vaccinali specificamente diretti contro Bundibugyo.
La risposta non riguarda però soltanto i vaccini. Identificazione precoce dei casi, isolamento e trattamento dei pazienti, tracciamento dei contatti, prevenzione e controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie, sorveglianza epidemiologica e coinvolgimento delle comunità restano gli strumenti centrali per contenere la trasmissione. Il dato del 74,7% dei contatti identificati sottoposti a follow-up mostra quanto questo fronte rimanga delicato, soprattutto mentre il virus raggiunge nuove zone sanitarie. Alle difficoltà organizzative si aggiungono conflitto, insicurezza, spostamenti della popolazione e problemi di accesso ad alcune comunità, fattori che possono ostacolare la ricerca dei casi e dei contatti e ritardare l’arrivo dei pazienti nei centri di trattamento.
“È molto difficile considerare l’Ebola isolatamente, perché anche la nostra risposta all’Ebola è condizionata dal conflitto, dagli sfollamenti e dai problemi di accesso ad alcune aree”, ha spiegato il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus.



