Alessandro Di Battista torna davanti alle telecamere dopo il malore che lo ha colpito a Cuba e lo fa raccontando per la prima volta in televisione cosa è accaduto durante quelle settimane. Ospite di Giovanni Floris a diMartedì, l’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle ha spiegato di essere stato operato a L’Avana dopo la scoperta di un tumore che aveva provocato un edema cerebrale.
“Mi sono iniziato a sentir male essenzialmente in virtù di un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato a Cuba”, ha raccontato.
Secondo il suo racconto, i medici cubani hanno individuato rapidamente la malattia e sono intervenuti riducendo l’edema fino a consentire l’operazione. “Mi hanno azzeccato immediatamente le cure che hanno ridotto l’edema permettendomi di operarmi”, ha detto Di Battista, spiegando che è stato asportato “quasi tutto il tumore” e che ora dovrà proseguire le terapie in Italia.
Il ritorno televisivo, però, non è stato soltanto il racconto di una vicenda personale. Dopo aver parlato della propria salute, Di Battista è tornato rapidamente sui temi politici che hanno caratterizzato la sua attività pubblica negli ultimi anni.
Cuba, il rapporto con gli Stati Uniti, Donald Trump, il governo Meloni, Roberto Vannacci, il Partito democratico e il futuro del campo progressista sono diventati i capitoli di una lunga intervista nella quale l’ex parlamentare ha ripreso il suo ruolo di oppositore.
“Non mi piace la retorica del guerriero”
La prima parte dell’intervista è stata dedicata alla malattia. Di Battista ha raccontato il percorso seguito dopo il malore, evitando però la retorica della battaglia personale contro il tumore.
“Io non sono uno di quelli che dice “ce la farò perché combatterò”. Anzi, la retorica del “forza guerriero, non mollare” neanche mi piace così tanto», ha spiegato. La sua prospettiva è un’altra: “Io che devo fare? Devo fare le cure, devo condurre una vita il più sana possibile, devo avere un atteggiamento positivo”.
E aggiunge una frase che sintetizza il tono scelto per raccontare la propria condizione: “Quelli che non devono mollare sono i dottori più che il sottoscritto”.
Il passaggio dalla vicenda personale a quella politica arriva quando Floris gli chiede dell’ospedale cubano nel quale è stato operato. Di Battista attribuisce ai medici dell’Avana un ruolo decisivo e racconta di essere stato sottoposto a un intervento che definisce “raffinatissimo”.
“Il neurochirurgo Marlon Ortiz mi ha operato a sangue freddo”, ha detto, sottolineando come il medico abbia lavorato in condizioni difficili. Nel suo racconto, l’ospedale soffriva infatti della carenza di energia elettrica e acqua.
“Io sono stato operato in un ospedale senza acqua”, ha raccontato, descrivendo anche l’aiuto ricevuto dai cittadini cubani, che portavano secchi d’acqua fino al diciannovesimo piano della struttura.
È da questo episodio che Di Battista sviluppa una delle principali chiavi politiche della sua intervista: la situazione cubana come conseguenza delle sanzioni e della politica statunitense nei confronti dell’isola.
Cuba, Trump e l’”assedio medievale”
Il racconto dell’operazione diventa così un punto di partenza per tornare su uno dei temi sui quali Di Battista ha costruito gran parte della sua attività politica e giornalistica negli ultimi anni: la politica estera americana. L’ex parlamentare sostiene che la crisi energetica cubana sia aggravata dall’impossibilità di importare petrolio e attribuisce a Donald Trump una responsabilità diretta nell’inasprimento della pressione sull’isola.
“Da mesi Trump riesce a non far entrare una goccia di petrolio a Cuba”, ha affermato. E ancora: “Senza petrolio non funzionano le centrali elettriche. Se non funzionano le centrali elettriche non c’è acqua”.
Alessandro Di Battista definisce la condizione dell’isola di Cuba come “un assedio medievale nel silenzio generale”, sostenendo che le conseguenze delle politiche statunitensi ricadano soprattutto sulla popolazione. Il suo ragionamento si spinge oltre la situazione sanitaria, poiché l’obiettivo di Donald Trump sarebbe quello di provocare una reazione interna contro il governo cubano; a tal proposito ha affermato: “Trump spera che la popolazione si possa rivoltare contro il governo”, aggiungendo tuttavia di non ritenere affatto scontato un simile scenario.
Questo passaggio risulta politicamente significativo poiché mostra come l’ex parlamentare abbia utilizzato il racconto della propria esperienza personale per rilanciare una posizione già anticipata il 22 settembre durante il videomessaggio trasmesso da diMartedì, occasione in cui aveva parlato di Cuba in termini di “assedio medievale” e annunciato l’intenzione di rendere pubblico ciò che gli era accaduto.
Netanyahu, Trump e la politica estera
Spostando l’attenzione sulla politica internazionale e sul conflitto in Medio Oriente, Di Battista ha espresso posizioni dure contro Benjamin Netanyahu in merito alle sue dichiarazioni alle Nazioni Unite, collegando la gestione della crisi di Gaza al ruolo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, accusate di non esercitare un’adeguata pressione sul premier israeliano: “Netanyahu fa il bulletto perché sa di avere dalla sua parte Trump ma anche l’Unione Europea”.
La valutazione sulla situazione dell’Iran si intreccia a sua volta con un’analisi della politica estera americana, all’interno della quale Di Battista evidenzia le difficoltà strategiche di Washington e attribuisce a Trump una linea fortemente condizionata dall’alleanza con Tel Aviv, fornendo una chiave interpretativa personale dei rapporti tra gli USA e il Medio Oriente..
Il volo sanitario e la polemica politica
Per quanto riguarda il controverso capitolo del rientro in Italia, Di Battista respinge con decisione la ricostruzione secondo cui avrebbe rifiutato un volo di Stato, precisando di essere tornato a casa con un volo sanitario interamente coperto dalla propria assicurazione e spiegando: “Io sono tornato con un volo sanitario pagato dalla mia assicurazione”.
L’ex esponente del M5S ha definito “indegna” la polemica sviluppatasi mentre si trovava ancora ricoverato, accusando alcuni giornali di aver diffuso informazioni inesatte sulle sue reali condizioni di salute; riferendosi alle notizie circolate durante la permanenza a L’Avana, ha infatti raccontato: “Sul letto di ospedale a L’Avana ho scoperto di essere uscito da un coma nel quale non sapevo di essere mai entrato”.
Il giudizio sul comportamento delle istituzioni italiane è stato invece di segno opposto, avendo riconosciuto a Giorgia Meloni e all’esecutivo un atteggiamento corretto e di solidarietà: “La Presidente del Consiglio dei ministri con me personalmente si è comportata bene, come tutto il governo, mi ha espresso solidarietà”.
Secondo il suo racconto, la Premier lo avrebbe contattato direttamente a L’Avana invitandolo a non alimentare le polemiche sul volo, un passaggio in cui Di Battista scinde nettamente il rapporto personale dal giudizio politico sull’operato dell’esecutivo.
“Quale problema concreto ha risolto il governo Meloni?”
Nella seconda parte dell’intervista il registro cambia completamente e Giovanni Floris sposta il dibattito sulla politica italiana e sull’avvicinamento delle prossime elezioni. La critica al governo Meloni si fa diretta e si concentra sulla distanza tra la comunicazione della maggioranza e i risultati concreti ottenuti, premettendo che “un governo lungo non è per forza sinonimo di buon governo”.
Da qui nasce la domanda centrale posta dall’ex parlamentare: “Di quale problema concreto risolto? Qual è stato un decreto, una legge fatta da questo governo che ci ha concretamente migliorato la vita?”. Di Battista cita settori chiave quali immigrazione, sostegno alla classe media, natalità e sicurezza come ambiti nei quali l’esecutivo non può rivendicare traguardi sufficienti, riservando un attacco particolarmente duro al dibattito sulla scuola, sulla presenza degli studenti stranieri e sull’abbigliamento islamico.
A suo avviso, la maggioranza sceglierebbe con cura i temi su cui spostare l’attenzione pubblica: “Non potendo vantare alcun risultato ogni giorno cerca di distrarre col tema del burqa”.
Si tratta di una lettura mirata a contestare quella che considera una strategia comunicativa ben precisa: deviare il dibattito su temi identitari per evitare di rispondere sulle questioni economiche e sociali.
Vannacci: “La demonizzazione costante non fa altro che favorirlo”
Nel corso del confronto trova spazio anche la figura di Roberto Vannacci, ritenuta da Di Battista centrale nel nuovo scenario politico ma valutata in modo differente rispetto al governo e alle altre forze politiche.
Citando Beppe Grillo, ha esordito dicendo che “ha ragione Grillo quando dice ‘più lo sputi e più si appiccica’”, concentrando la propria analisi sulla dimensione mediatica del fenomeno.

Di Battista sostiene infatti che “la demonizzazione costante non fa altro che favorirlo”, definendolo “un fenomeno mediatico e non politico creato anche da grandi giornali”, poiché l’attenzione smisurata riservata dai media alle sue dichiarazioni finisce inevitabilmente per amplificarne la rilevanza nel dibattito pubblico: “Qualsiasi concetto strampalato lui pronunci ci saranno direttori di giornali che invieranno i propri cronisti a intervistare tutti i politici italiani chiedendo un commento alle parole di Vannacci e così cresce per forza”.
Il nodo centrale non è quindi soltanto il merito delle posizioni di Vannacci, quanto il meccanismo mediatico che ne alimenta e garantisce la costante esposizione politica.
Il costo della vita e il governo Meloni
Il ritorno sui temi di politica interna e del governo Meloni avviene affrontando l’impatto dell’economia e del costo del carburante sulla vita quotidiana dei cittadini, portando come esempio concreto le difficoltà legate alla spesa e alla gestione familiare.
Precisa di non voler fare un’opposizione preconcetta affermando che “io non vado contro la Meloni per forza sempre, se riesce a calmare un po’ i prezzi va bene”, ma affonda subito dopo il colpo sulla situazione attuale: “Oggi andare a fare la spesa al benzinaio è un problema molto grave. La gente non ce la fa a fare il pieno”.
Attraverso questo passaggio Di Battista rivendica la volontà di valutare pragmaticamente eventuali interventi efficaci sui prezzi, pur mantenendo un giudizio complessivo del tutto critico nei confronti della gestione di Meloni e della sua maggioranza di governo.
“Non sono il Vannacci di sinistra. Il campo largo non lo vedo molto bene”
L’ultima parte dell’intervista si concentra sul futuro dell’opposizione e sulle prospettive del cosiddetto campo largo, rispetto al quale Di Battista prende innanzitutto le distanze sul piano personale dichiarando: “Non c’entro niente con Vannacci. Mi definisco di sinistra”.
Subito dopo, però, affonda la strategia progressista definendola palesemente fragile: “È debole il campo largo”. Tale debolezza viene direttamente collegata alle posizioni del Partito Democratico su temi cruciali come la guerra in Ucraina, la politica estera, l’energia e il costo della vita, poiché la convergenza del PD con il governo su dossier fondamentali rende impossibile proporre un’alternativa riconoscibile: “Come può pretendere di vincere le elezioni?”, si chiede riferendosi al Partito Democratico, per poi concludere che “in questo momento il campo largo non lo vedo molto bene, ma soprattutto perché non vedo molto bene il Partito Democratico”.
Il futuro politico resta aperto (ma le cure vengono prima di tutto)
Interrogato sul proprio futuro politico e su una possibile candidatura alle prossime elezioni, Di Battista evita annunci ufficiali ma lascia la porta aperta, ricordando che con l’associazione Schierarsi sono stati compiuti “tutti dei passi” per arrivare all’appuntamento elettorale con la massima libertà di scelta.
Tuttavia, il fattore personale e le condizioni di salute impongono oggi una cautela obbligata: “La priorità per me è curarmi”, ha spiegato, ammettendo che la malattia ha ridefinito le sue priorità immediate.

Ciononostante, il progetto politico rimane pienamente in piedi: “Quello che dobbiamo fare con questa associazione formata da migliaia di iscritti e migliaia di giovani è continuare a farla crescere non precludendo nessuna strada”.
Il dato politico più rilevante che emerge da questo lungo intervento è dunque la volontà di non considerare conclusa la propria esperienza pubblica: pur ponendo la salute come priorità assoluta e ricordando che “la vita è imponderabile”, l’ex parlamentare mantiene intatta la sua linea critica verso il governo Meloni, contesta la capacità dell’opposizione di costruire un’alternativa e lascia sul tavolo la possibilità di una futura discesa in campo insieme alla sua associazione.
Il sasso nello stagno: contro il conformismo della politica, dalle distrazioni di Meloni alla debolezza del Campo Largo
Il ritorno televisivo di Alessandro Di Battista travalica la semplice cronaca di una vicenda umana personale. Nel riaffacciarsi al dibattito pubblico, l’ex esponente pentastellato ha finito per tracciare una radiografia impietosa dell’attuale panorama politico italiano, mettendo a nudo le debolezze strutturali sia della maggioranza sia delle forze che aspirano a sostituirla.
Sul fronte dell’esecutivo, la critica di Di Battista colpisce nel punto di maggior vulnerabilità del Governo Meloni: la distanza tra la narrazione propagandistica e l’impatto reale sulla quotidianità dei cittadini.
Incalzando la premier con l’interrogativo su quale problema concreto sia stato risolto in questi anni, l’analisi accende i riflettori su una strategia di potere fondata sulla permanente distrazione di massa. Quando l’inflazione erosiva, il costo dei carburanti e l’impoverimento del ceto medio stringono la morsa, la maggioranza tende a rifugiarsi nelle battaglie identitarie a costo zero — dalle polemiche sul burqa agli slogan sulla scuola — utili a serrare le fila dell’elettorato ma del tutto inefficaci nel ridare fiato al potere d’acquisto delle famiglie.
È all’interno di questo corto circuito comunicativo che si inserisce la riflessione sul fenomeno Roberto Vannacci. La lettura fornita da Di Battista smonta il meccanismo perverso di un sistema mediatico che, nel tentativo sistematico di demonizzare l’eurodeputato, finisce per trasformarsi nel suo primario cassa di risonanza. Chiamare la politica a commentare ogni singola provocazione strampalata non indebolisce il personaggio; al contrario, ne alimenta la statura di “incubo del sistema”, regalandogli quella centralità che la politica ordinaria non riesce più a conquistare con i contenuti.
L’affondo più amaro e al contempo analiticamente nitido è però quello riservato al cosiddetto campo largo e al Partito Democratico. Rifiutando con decisione l’etichetta di “Vannacci della sinistra”, Di Battista evidenzia come il limite dell’opposizione risieda in un deficit di identità strategica. Un’alleanza progressista che si appiattisce sulle scelte dell’esecutivo nei dossier decisivi — dalla gestione della crisi ucraina alla politica estera ed energetica — rinuncia in partenza a rappresentare un’alternativa radicale e percepibile.
Senza una rottura visibile sugli assi portanti dell’economia e dei diritti, il campo largo rischia di rimanere un mero cartello elettorale difensivo, incapace di mobilitare l’astensionismo o di intercettare il malessere sociale crescente.

L’intervista si chiude così lasciando sul campo un interrogativo politico aperto. In attesa che il percorso di cura personale consenta a Di Battista di definire il proprio futuro, la sua presenza-assenza continua ad agire come un elemento perturbatore.
Attraverso l’associazione Schierarsi, la prospettiva di una gamba civica e radicale resta sospesa come una minaccia — o una risorsa — per un centrosinistra che non ha ancora deciso se inseguire il centro o ritrovare il coraggio dell’opposizione.




