L’analisi e l’allarme di Confartigianato: “Non lasciare solo il made in Italy a vocazione artigiana”
“L’impatto delle tariffe Usa ha colpito il cuore della manifattura made in Italy, invertendo bruscamente un trend che fino a luglio 2025 mostrava una dinamica positiva”. Tra agosto 2025 e marzo 2026, le flessioni più accentuate riguardano il settore dei mobili che cede il 16,2% con la tenuta del solo comparto del legno (+1,8%).L’impatto degli shock geopolitici ed energetici sull’economia italiana
A tre mesi dallo scoppio della crisi nel Golfo, l’economia italiana si trova nuovamente vulnerabile di fronte a uno shock energetico su scala internazionale. Il blocco prolungato dei transiti commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz sta mantenendo elevati i prezzi delle materie prime energetiche, nonostante il susseguirsi di negoziati, annunci, ultimatum e repentine smentite.
Questo scenario sta determinando un rallentamento generale della crescita economica, penalizzando sia l’attività delle imprese manifatturiere sia i flussi di esportazione.
Inoltre, l’accordo sui dazi sta provocando una contrazione delle vendite del Made in Italy sul mercato statunitense, bilanciata tuttavia da un forte incremento delle importazioni di petrolio e gas provenienti proprio dagli Stati Uniti.
Sul fronte finanziario, si profila all’orizzonte una nuova stretta monetaria che si innesta su un contesto in cui il costo del credito per le aziende rimane già molto oneroso. A fronte di questa rinnovata fase di instabilità, la politica fiscale sconta margini di manovra decisamente ristretti.
Quadro macroeconomico e dinamiche del settore manifatturiero
Le previsioni di primavera pubblicate dalla Commissione europea (QE 21/5) indicano per l’Italia una crescita del PIL nel 2026 dello 0,5%, in ribasso rispetto al +0,8% delle previsioni dello scorso novembre.
Sebbene l’industria manifatturiera nazionale prosegua la sua espansione, il ritmo ha subito una vistosa decelerazione: nel primo trimestre del 2026 la produzione è aumentata appena dello 0,4%, meno della metà del tasso di crescita (+1,1%) registrato nella seconda metà del 2025.
Nello stesso periodo, la domanda internazionale si è mostrata debole: l’export ha registrato un incremento nominale del +1,3% in valore su base annua, a fronte però di una contrazione dello 0,8% nei volumi reali scambiati.
Gli effetti delle politiche commerciali e i nuovi flussi energetici con gli USA
In questo contesto iniziano a manifestarsi chiaramente le ripercussioni delle misure protezionistiche adottate da Washington. Nel periodo compreso tra agosto 2025 e marzo 2026 (successivo all’introduzione dei dazi), le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti – escludendo il comparto farmaceutico, fortemente condizionato dalle dinamiche infragruppo – hanno subito una flessione del 3,6% su base tendenziale, accentuando il trend negativo del -1,4% registrato nei primi sette mesi del 2025.
Se da un lato l’intesa sui dazi tra Stati Uniti ed Unione Europea mostra i suoi primi effetti recessivi sulla domanda di export, dall’altro lato sta determinando una decisa riconfigurazione degli approvvigionamenti energetici. Nei sette mesi successivi all’accordo della scorsa estate – che prevedeva appunto un incremento delle importazioni europee di energia dagli USA – il valore degli acquisti italiani di petrolio greggio e gas di provenienza statunitense è balzato del 15,3%, mentre la spesa verso il resto del mondo è crollata del 29,2%.
La spinta maggiore ha interessato il gas naturale proveniente dagli USA, il cui import è cresciuto del 25,1% su base tendenziale, mentre il valore degli acquisti dal resto del mondo si è ridotto del 24,3%.
Grazie a questa dinamica, gli Stati Uniti hanno raggiunto la quota di mercato record del 15,2% sul totale del gas naturale importato in Italia.
Politica monetaria e il nodo del costo del credito
Sul piano della politica monetaria, appare sempre più probabile un ulteriore ritocco all’insù dei tassi di riferimento da parte della BCE. Tale mossa, volta a contrastare un’inflazione trainata dall’aumento dei costi energetici, rischia di assumere una valenza pro-ciclica, introducendo cioè una stretta restrittiva proprio in una fase di rallentamento economico.
Nel frattempo, il sistema produttivo non è ancora riuscito a assorbire del tutto gli effetti della precedente stretta anti-inflazionistica iniziata nel 2022: a marzo 2026, infatti, il costo medio del credito per un’impresa italiana si attesta al 3,49%, un livello superiore di ben 186 punti base rispetto a quello di giugno 2022, periodo precedente al primo rialzo dei tassi varato dalle autorità monetarie europee per arginare l’impennata dei prezzi causata dall’invasione russa in Ucraina.
La politica fiscale rimane imbrigliata nella procedura di infrazione e non vi sono gli spazi di bilancio per interventi anticiclici imprevisti, dato che l’Italia dispone di spazi di politica fiscale molto limitati per interventi straordinari di sostegno a famiglie e imprese.
Come indicato nell’ultimo Documento di finanza pubblica fino al 2029 va garantita una progressiva riduzione del rapporto deficit/PIL e nel 2027 va avviata la discesa del rapporto debito/PIL. Di conseguenza la politica di bilancio rimane prudente: secondo le ultime stime della Commissione europea nel 2026 l’Italia registra un avanzo primario pari all’1,2% del PIL (in aumento rispetto al +0,8% del 2025) mentre la Spagna si ferma al +0,1%. Al contrario, Francia e Germania gestiscono un ampio disavanzo primario, pari al 2,5% del PIL.
Mentre il Governo italiano ha richiesto di estendere al settore energetico la clausola di salvaguardia nazionale, già prevista per le spese per la difesa, il Commissario Dombrovskis alla conferenza stampa dell’Eurogruppo di venerdì scorso richiama la necessità di “rimanere vigili nel salvaguardare la salute delle finanze pubbliche” e “garantire che le misure di sostegno rimangano temporanee e mirate”.
L’economia siciliana e gli effetti dei dazi
L’economia siciliana, caratterizzata da una struttura produttiva fortemente specializzata in settori a elevata intensità di export, si trova attualmente a fronteggiare una fase di estrema delicatezza. Il contesto internazionale, segnato dalle recenti politiche tariffarie adottate dagli Stati Uniti e dalle tensioni nei flussi commerciali transatlantici, sta imponendo una revisione profonda delle strategie di internazionalizzazione per le imprese dell’Isola.
Il legame tra la Sicilia e il mercato statunitense non è meramente quantitativo, ma qualitativo: il valore aggiunto del “Made in Sicily” risiede in produzioni che incontrano negli USA una domanda sofisticata, capace di apprezzare l’eccellenza, ma al contempo estremamente sensibile alle variazioni di prezzo indotte dalle politiche protezionistiche.
Una contrazione che origina dal sistema energetico e manifatturiero
Per comprendere l’impatto dei dazi, è necessario partire dal dato macroeconomico che ha segnato la chiusura del 2025. La contrazione dell’export siciliano, attestatasi al 10,8%, riflette la vulnerabilità del comparto della raffinazione.
La Sicilia, grazie al polo industriale di Siracusa, rappresenta uno snodo centrale per la produzione di prodotti petroliferi raffinati. Quando le dinamiche globali, influenzate dai dazi statunitensi, impattano sul costo e sulla circolazione di tali derivati, il contraccolpo sull’economia regionale è immediato e diretto. Tuttavia, non si tratta solo di volumi grezzi.
A questa dinamica si aggiunge quella della manifattura specializzata, dove il dazio agisce come una barriera invisibile che erode i margini di profitto. Le aziende siciliane che esportano componentistica tecnologica o prodotti dell’agroalimentare di alta gamma non operano su grandi volumi indifferenziati, ma su nicchie. Per queste imprese, un aumento dei costi doganali del 5% o del 10% non rappresenta una semplice variabile contabile, ma una potenziale espulsione dal mercato.
Il rischio è che il consumatore americano, di fronte a un incremento del prezzo finale, possa orientarsi verso prodotti sostitutivi di provenienza locale o di paesi terzi non colpiti dalle stesse tariffe, cancellando anni di investimenti in posizionamento del marchio e reputazione.
Il comparto agroalimentare tra qualità e barriere
L’agroalimentare rappresenta probabilmente il settore in cui la tensione è più palpabile. La Sicilia esporta vino, olio extravergine di oliva, conserve e prodotti dolciari che si collocano in una fascia di prezzo medio-alta.

Il valore di questi beni è intrinsecamente legato al territorio e alle certificazioni (DOP, IGP). In questo scenario, le politiche daziarie statunitensi diventano un test di resistenza per la competitività. Se le imprese siciliane riescono a mantenere la loro quota di mercato nonostante le tariffe, è grazie al valore intrinseco del prodotto, che il consumatore statunitense continua a percepire come insostituibile.
Tuttavia, la sostenibilità di questo modello ha un limite. Le aziende siciliane, mediamente di dimensioni ridotte rispetto ai grandi player del Nord Italia, possiedono minori capacità di assorbimento dei costi. Mentre una grande multinazionale può decidere di operare una compensazione tra diversi mercati geografici per “ammortizzare” il dazio in una specifica area, la PMI siciliana ha margini di manovra assai più ristretti.
Questa fragilità strutturale richiede una risposta organizzata che superi l’individualismo aziendale, puntando maggiormente su reti di impresa e consorzi di esportazione che permettano di negoziare meglio i costi logistici e di condivisione del rischio.
Diversificazione e resilienza tecnologica
Il 2026 si sta confermando come un anno di transizione. La consapevolezza della necessità di diversificare i mercati di sbocco sta spingendo le imprese isolane a guardare con rinnovato interesse verso l’area asiatica e il mercato canadese.
Inoltre, il comparto tecnologico e della componentistica siciliana, in particolare nelle aree di Catania e Palermo, sta dimostrando una notevole resilienza. L’innovazione tecnologica rimane l’unica via per contrastare l’impatto dei dazi. Quando una tecnologia è altamente specializzata e non facilmente replicabile da competitor locali negli Stati Uniti, l’impatto del dazio è meno devastante, poiché il cliente americano è disposto a pagare un sovrapprezzo pur di mantenere l’accesso a un prodotto che garantisce standard qualitativi superiori.
Questo suggerisce che la strategia vincente per la Sicilia non è la competizione sul prezzo, ma l’innalzamento continuo del contenuto tecnologico e qualitativo delle produzioni.
Lo scenario per il futuro
In sintesi, il panorama siciliano di fronte alle restrizioni americane è una fotografia di un sistema che sta cercando un nuovo equilibrio. L’esposizione ai dazi non è una fatalità, ma una variabile con cui programmare il futuro. Le istituzioni regionali, insieme agli attori economici, sono chiamate a sostenere le imprese non solo attraverso incentivi finanziari, ma soprattutto favorendo l’accesso all’informazione sui mercati internazionali e supportando la digitalizzazione dei processi di export.
Se le politiche protezionistiche dovessero perdurare per tutto il resto del 2026, la capacità di reazione dell’economia siciliana dipenderà dalla velocità con cui il sistema produttivo riuscirà a riorientare i propri flussi e a valorizzare l’unicità dei suoi prodotti.
L’obiettivo, dunque, non è tanto tentare di scardinare le politiche doganali altrui, su cui la politica regionale ha poteri limitati, quanto rendere il “Made in Sicily” così competitivo in termini di valore da rendere le barriere tariffarie un ostacolo superabile.
In un contesto dove l’adattabilità è diventata il prerequisito fondamentale per la sopravvivenza sui mercati globali.
Fonti e riferimenti per l’approfondimento dei dati siciliani
Per una verifica puntuale delle analisi presentate, si consiglia la consultazione dei seguenti portali istituzionali:
- Istat – Statistiche sul commercio estero: Portale ufficiale per il monitoraggio dei flussi esportativi regionali suddivisi per settore e destinazione geografica. https://www.istat.it
- SACE – Analisi dei rischi e opportunità per l’export: Rapporti trimestrali sulla stabilità dei mercati internazionali e sull’impatto delle barriere non tariffarie. https://www.sace.it
- Regione Siciliana – Dipartimento Attività Produttive: documenti di programmazione economica (DEFR) che dettagliano le politiche regionali di sostegno all’internazionalizzazione. https://www.regione.sicilia.it
- ExportUSA: Database specifico per le imprese italiane che monitora le variazioni tariffarie e le normative doganali statunitensi in tempo reale. https://www.exportusa.us




