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L'esperto

Ebola e minacce biologiche, Cascio: “La Sicilia sia piattaforma di sorveglianza mediterranea”

venerdì 22 Maggio 2026

L’Ebola torna a misurare la capacità dei sistemi sanitari di reagire prima che un focolaio diventi una crisi più ampia.

Il Ministero della Salute ha confermato che l’Italia ha partecipato alle riunioni con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con il Comitato per la Sicurezza Sanitaria dell’Unione europea sull’epidemia da virus Ebola Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo. Il rischio, secondo la valutazione richiamata dal Ministero, resta alto a livello nazionale e regionale nell’area interessata, ma basso a livello globale. Non si parla dunque di emergenza pandemica, ma di un evento che richiede sorveglianza, tracciamento dei contatti, isolamento dei casi sospetti e confermati, protezione degli operatori sanitari e rafforzamento delle misure di infection prevention and control.

Il punto, però, non riguarda soltanto l’Ebola. Negli ultimi mesi l’attenzione internazionale si è concentrata anche su episodi più difficili da classificare, come la malattia non diagnosticata segnalata in Burundi, dove l’OMS Africa ha riferito di 5 decessi e di test negativi per Ebola, Marburg, febbre della Rift Valley, febbre gialla e febbre emorragica Crimea-Congo. È dentro questa zona grigia, tra il sospetto clinico e la conferma di laboratorio, che si gioca una parte decisiva della sicurezza sanitaria, ossia riconoscere presto un segnale anomalo, collegare ospedali e territorio, proteggere gli operatori, attivare laboratori, sanità pubblica e reti internazionali.

In Italia il tema si intreccia con il nuovo Piano pandemico 2025-2029, approvato con uno stanziamento di oltre 1,1 miliardi di euro per rafforzare prevenzione, capacità di laboratorio, scorte strategiche e coordinamento tra livello nazionale e territoriale. Il Piano viene presentato come un passo in avanti dopo le lezioni del Covid, ma la domanda resta aperta: quanto queste indicazioni sono già traducibili in procedure rapide?

Ne parliamo con Antonio Cascio, professore ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Palermo e direttore dell’UOC di Malattie infettive e tropicali del Policlinico “Paolo Giaccone”, membro del comitato scientifico della Fondazione Human Biosafety Health ETS.

Professore, il focolaio di Ebola Bundibugyo non viene considerato un’emergenza pandemica. Che cosa significa concretamente e come va comunicato ai cittadini?

Nel linguaggio dell’OMS una pandemic emergency rappresenta il livello più alto di allerta. Si parla di pandemia quando la diffusione è ampia, coinvolge più Paesi, può mettere sotto pressione i sistemi sanitari e richiede una risposta internazionale ancora più forte. In questo caso siamo davanti a una situazione diversa. L’OMS ha parlato di PHEIC, cioè Public Health Emergency of International Concern. In italiano significa emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. È un’allerta importante. Vuol dire che l’evento va seguito con grande attenzione e che serve coordinamento tra i Paesi. Ma non significa automaticamente pandemia.

Per questo bisogna evitare due errori. Il primo è minimizzare. Il secondo è creare allarmismo. Il focolaio va monitorato, i casi vanno isolati, i contatti vanno tracciati e gli operatori devono essere protetti. Ma al momento il messaggio corretto è che il rischio globale viene considerato basso e che non siamo davanti a un’emergenza pandemica”.

Quando emerge un focolaio di Ebola o di un’altra infezione ad alto impatto, quali sono gli elementi che fanno davvero la differenza nella capacità di contenere il rischio?

“Risultano fondamentali la rapidità operativa, il coordinamento e la capacità reale di applicare sul territorio tutte le procedure previste in caso di emergenza infettiva. Ovviamente bisogna partire dal presupposto di avere ospedali, laboratori attrezzati e soprattutto personale formato, aggiornato e possibilmente che abbia esperienza specifica o che quanto meno abbia potuto partecipare ad esercitazioni pratiche”.

Dopo il Covid conosciamo meglio parole come sorveglianza, tracciamento, isolamento e protezione degli operatori. Ma il sistema sanitario è davvero pronto ad applicarle in modo rapido e coordinato?

“L’Italia è più preparata di quanto fosse prima del Covid sul piano degli strumenti, ma la rapidità e il coordinamento dipendono ancora molto da dove e come il caso viene intercettato. In Italia siamo probabilmente in grado di gestire un caso importato o un piccolo numero di esposizioni, soprattutto se intercettati presto e indirizzati verso i centri giusti. Saremmo molto più messi alla prova da un evento riconosciuto tardi, da esposizioni in un pronto soccorso affollato, o da una risposta non uniforme tra Regioni”.

Il nuovo Piano pandemico 2025-2029 rafforza davvero la capacità di risposta del sistema sanitario italiano o, secondo lei, restano ancora incertezze e perplessità operative su personale, laboratori, scorte, territorio e coordinamento tra Stato e Regioni?

“Il Piano rafforza sicuramente l’architettura di risposta, ma non basta, da solo, a garantire che l’Italia sia pronta in modo uniforme e immediato. È un passo avanti sul piano di governance, finanziamento, sorveglianza e monitoraggio. La vera incognita resta l’esecuzione: personale disponibile, laboratori realmente potenziati, scorte gestite dinamicamente, Dipartimenti di prevenzione in grado di reggere il carico e coordinamento effettivo tra Stato, Regioni e aziende sanitarie”.

La Sicilia, per posizione geografica e ruolo nel Mediterraneo, può essere considerata un territorio particolarmente sensibile rispetto alle nuove minacce infettive?

Sì, può essere considerata un territorio particolarmente sensibile. La sua posizione nel Mediterraneo centrale la espone a segnali deboli che devono essere letti rapidamente e insieme. Casi importati, vettori, traffici marittimi, turismo, clima, crociere, pesca, collegamenti internazionali e mobilità umana possono incidere sulla sorveglianza sanitaria. Non a caso gli USMAF, gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera del Ministero della Salute, sono pensati come un filtro protettivo nei maggiori porti e aeroporti. Servono a ridurre il rischio di importazione di malattie, merci o prodotti di rilevanza sanitaria non sicuri.

Per questo non parlerei della Sicilia come di una “porta del contagio”. Sarebbe una formula sbagliata e anche fuorviante. La Sicilia deve essere pensata e organizzata come una piattaforma di sorveglianza mediterranea. Non nel senso dell’allarme permanente. Piuttosto come capacità di leggere precocemente ciò che accade nel Mediterraneo, collegare i punti di ingresso con ospedali, laboratori, medici del territorio e sanità pubblica, e trasformare la posizione geografica in un vantaggio di prevenzione. La qualità della risposta dipende da questo. Leggere presto i segnali epidemiologici, senza allarmismi e senza ritardi operativi“.

Lei insiste spesso sulla necessità di mettere in collegamento ospedali, pediatri, infettivologi, neonatologi, microbiologi, medici del territorio e sanità pubblica. Perché questa rete è decisiva quando si parla di infezioni emergenti?

La rete è decisiva perché un’infezione emergente, all’inizio, raramente si presenta con un nome chiaro. Spesso arriva come febbre, rash, diarrea, bronchiolite, sepsi, polmonite, meningite, ittero, sindrome emorragica o peggioramento improvviso in un paziente fragile. Se il primo professionista che incontra il paziente non ha un canale rapido con chi può leggere insieme il dato clinico, epidemiologico e microbiologico, si perdono ore preziose. A volte si perdono giorni. E nelle epidemie il tempo conta moltissimo. L’OMS ricorda che una sorveglianza efficace serve proprio a individuare rapidamente i focolai. Bisogna farlo prima che si diffondano, prima che causino altre vittime e prima che diventino più difficili da controllare”.

Accanto ai focolai già identificati, come Ebola, preoccupano anche gli episodi in cui l’agente responsabile non è subito chiaro. In Burundi, ad esempio, è stata segnalata una malattia non ancora pienamente identificata, con sintomi compatibili con un quadro infettivo grave. Che cosa ci insegnano questi casi sulla necessità di rafforzare sorveglianza, diagnostica rapida e collegamento tra clinici, laboratori e sanità pubblica?

Questi eventi ci insegnano che la preparedness non può basarsi solo sulla capacità di rispondere a un patogeno già conosciuto. Deve funzionare anche nella fase più difficile. Quella in cui non sappiamo ancora se siamo davanti a Ebola, a un’altra febbre emorragica, a una zoonosi, a un’infezione batterica grave, a un’intossicazione, a un evento ambientale o a qualcosa di nuovo. Non bisogna aspettare il nome del patogeno per attivare le misure di contenimento. Davanti a un cluster grave, soprattutto in presenza di decessi e sintomi emorragici o sistemici, servono subito azioni chiare, come isolamento dei casi, protezione degli operatori, gestione sicura dei campioni, tracciamento dei contatti, raccolta standardizzata dei dati, comunicazione alla comunità e indagine sul possibile legame tra i casi”.

Le nuove minacce biologiche non riguardano solo i grandi focolai internazionali, ma anche la capacità quotidiana di riconoscere precocemente un rischio. Quanto contano formazione, biocontenimento e cultura della biosicurezza dentro il sistema sanitario?

“Contano moltissimo, perché la biosicurezza non si improvvisa quando l’emergenza è già iniziata. Deve diventare una cultura ordinaria dei servizi sanitari. Non riguarda soltanto il singolo dispositivo di protezione o il singolo protocollo. Riguarda il modo in cui un sistema riconosce il rischio, lo comunica, lo documenta e lo gestisce senza lasciare spazio all’improvvisazione. La formazione serve proprio a questo. Deve trasformare le procedure in comportamenti concreti. Un operatore deve sapere quando alzare il livello di attenzione, come proteggersi, come gestire un campione, come segnalare un evento anomalo e quando attivare percorsi dedicati. L’OMS richiama anche qui un principio essenziale. Prima di agire bisogna valutare il rischio e scegliere misure proporzionate.

A tal proposito esistono realtà, come la Fondazione Human Biosafety Health ETS, di cui faccio parte, che lavorano per rafforzare questa cultura. La Fondazione promuove formazione, ricerca e cooperazione tecnico-scientifica nel campo della salute pubblica e della sicurezza biologica. Ha avviato percorsi formativi, protocolli operativi e protocolli d’intesa con realtà scientifiche e istituzionali. L’obiettivo è mettere insieme competenze diverse e rendere più sicura la gestione di agenti patogeni, campioni biologici e pazienti ad alto rischio. Il punto è semplice. Un protocollo scritto è necessario, ma non basta. Deve essere conosciuto, provato, aggiornato e applicato. Solo così la biosicurezza diventa una protezione reale per operatori, pazienti e comunità”.

Oggi si parla molto di approccio One Health, perché salute umana, animale e ambientale sono sempre più intrecciate. È ancora un principio teorico o sta diventando davvero uno strumento concreto per prevenire le crisi sanitarie?

“Solo se si comprende davvero il significato dell’approccio One Health si possono affrontare in modo efficace le malattie emergenti e riemergenti. Non è un concetto astratto. È una necessità operativa. La salute umana, animale e ambientale è ormai strettamente interconnessa. Circa il 75% delle malattie emergenti ha un’origine zoonotica. Questo dato ci dice che molti rischi nascono prima dell’arrivo del paziente in ospedale. Nascono nei rapporti tra uomo, animali, ambiente, clima, sistemi produttivi, mobilità e trasformazioni degli ecosistemi.

Per questo la prevenzione deve coinvolgere medici, veterinari, microbiologi, epidemiologi, laboratori, sanità pubblica e istituzioni. One Health diventa uno strumento concreto quando permette di intercettare precocemente i segnali, condividere informazioni e costruire risposte coordinate. Se invece resta solo una formula teorica, non basta a proteggerci dalle prossime crisi sanitarie”.

Se dovesse indicare una priorità per non farci trovare impreparati davanti alla prossima emergenza infettiva, quale sarebbe?

“La priorità è passare dalla pianificazione alla verifica concreta della preparazione. Bisogna essere sicuri che i reparti di Malattie infettive abbiano gli organici previsti, che gli operatori siano formati e che una parte significativa del personale abbia svolto esercitazioni pratiche sulla gestione di patologie gravi e altamente contagiose. La preparedness non si misura solo dai documenti approvati. Si misura dalla capacità di rispondere bene quando arriva il caso sospetto, quando il pronto soccorso è affollato, quando il laboratorio deve processare un campione, quando bisogna proteggere gli operatori e prendere decisioni rapide. È lì che si capisce se il sistema è davvero pronto”.

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