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La parabola

Figli d’Ercole – Rino Nicolosi, l’Hidalgo del Mediterraneo

giovedì 13 Agosto 2026

Prima di cominciare, una piccola richiesta di perdono a Giovanni Ciancimino, decano della stampa parlamentare siciliana. “Figli d’Ercole” è cosa sua: titolo, memoria e soprattutto una vita passata a osservare gli onorevoli di Sala d’Ercole da una distanza che gli ha permesso di conoscerli forse meglio di quanto si conoscessero tra loro. Glielo prendiamo in prestito con ossequio, promettendo di restituirglielo senza troppi danni. Se dobbiamo tornare a raccontare certi personaggi dell’Assemblea regionale siciliana, del resto, non potevamo trovare un nome migliore da cui partire.

Cominciamo da Rino Nicolosi.

Marco Pannella lo chiamava “Hidalgo”. È probabilmente la definizione più bella rimasta su Rino Nicolosi, e anche la più sorprendente: a pronunciarla non fu un democristiano, né un compagno di corrente, né qualcuno interessato a costruirgli una memoria di comodo. Fu Pannella, che Nicolosi aveva conosciuto sul campo di battaglia dello scontro politico e con cui avrebbe poi stretto un legame umano profondo. Hidalgo: l’antico gentiluomo spagnolo, orgoglioso della propria dignità più che del proprio rango. In quella parola c’è molto di lui — l’ambizione, l’orgoglio, un’idea quasi aristocratica della politica. Ma soprattutto la convinzione che la Sicilia non dovesse sentirsi periferia di nessuno. Di presidenti della Regione Siciliana ce ne sono stati tanti; di presidenti capaci di pensare la Sicilia su una scala più grande della Sicilia, molti meno. Rino Nicolosi fu uno di questi.

Rosario Nicolosi nacque ad Acireale il 28 luglio 1942. La sua formazione non passò soltanto dalle sezioni della Democrazia Cristiana: arrivava dal cattolicesimo democratico, dall’associazionismo e soprattutto dal sindacato. Laureato in chimica industriale, fu dirigente della CISL prima ancora di misurarsi con le urne. Nel 1970, a soli ventotto anni, venne eletto consigliere comunale ad Acireale nelle liste della DC. Era un uomo della sinistra democristiana, ma ridurlo alla sola geografia delle correnti sarebbe un errore. La sua vera scuola fu quella cattolica in cui la politica nasceva dallo studio della società, e il potere — almeno nelle intenzioni — doveva giustificarsi con qualcosa che andasse oltre se stesso. Pierluigi Castagnetti lo avrebbe definito, molti anni dopo, un “moroteo atipico”: non apparteneva alla corrente di Aldo Moro, ma di moroteo aveva la riflessione prima della parola, l’attenzione ai processi più che alle formule, la capacità di tenere insieme mondi diversi, una fede religiosa profonda mai esibita. Nelle riunioni restava a lungo in silenzio; quando interveniva, era perché aveva davvero qualcosa da dire.

Nel 1976 Nicolosi venne eletto per la prima volta deputato regionale. Aveva trentaquattro anni. Due anni dopo era già dentro una delle partite più decisive della politica siciliana: all’inizio del 1978 partecipò, a Roma, nello studio di Aldo Moro, a un incontro con Piersanti Mattarella e Michele Reina sulla formazione del nuovo governo regionale. Aveva appena trentacinque anni, e quel dato dice più di qualunque definizione postuma — significa che il giovane deputato acese era già considerato parte del gruppo dirigente su cui si tentava di costruire una nuova stagione della Democrazia Cristiana siciliana. Poche settimane dopo Piersanti Mattarella diventò presidente della Regione. Poi la storia precipitò. Il 16 marzo Aldo Moro venne rapito, il 9 maggio assassinato. Nel marzo del 1979 la mafia uccise Michele Reina. Il 6 gennaio 1980 uccise Piersanti Mattarella. In meno di due anni scomparvero violentemente tre degli uomini attorno ai quali si era costruita quella stagione politica. Nicolosi rimase.

Non fu l’erede di Piersanti Mattarella in senso dinastico, e sarebbe sbagliato raccontarlo così: erano due temperamenti diversi. Mattarella aveva una concezione quasi severa dell’istituzione, fondata sulla legalità amministrativa, sulla programmazione, sulle celebri “carte in regola” che la Sicilia doveva esibire per rivendicare fino in fondo i propri diritti. Nicolosi era più politico, più inquieto, più incline a immaginare la Regione come un soggetto capace di muoversi anche oltre i confini tradizionali dell’amministrazione. Ma appartenevano alla stessa domanda: come trasformare l’Autonomia da meccanismo di distribuzione della spesa in strumento di governo? L’assassinio di Mattarella lasciò quella domanda senza risposta. Cinque anni dopo Nicolosi avrebbe provato a darne una propria.

Nicolosi fu uno dei protagonisti della nuova generazione democristiana. C’erano Sergio Mattarella, Calogero Mannino, lo stesso Nicolosi e altri dirigenti che, pur con storie e appartenenze diverse, si erano messi in testa di cambiare la Sicilia, lasciandosi alle spalle il vecchio sistema dei notabili. Nicolosi fu probabilmente chi portò più lontano quell’ambizione sul terreno del governo regionale: dopo l’esperienza da assessore all’Industria e ai Lavori pubblici, il 1° febbraio 1985 fu eletto presidente della Regione. Aveva quarantadue anni. Avrebbe guidato cinque governi, restando a Palazzo d’Orléans per oltre sei anni.Ma la durata è solo una parte della storia. A fare la differenza era l’idea che aveva della Presidenza.

Gli anni Ottanta furono probabilmente l’ultima grande stagione della politica mediterranea italiana. Bettino Craxi a Palazzo Chigi, Giulio Andreotti alla Farnesina, Sigonella, Gheddafi: un’Italia saldamente collocata nel sistema occidentale, ma abbastanza sicura di sé da sostenere che l’interesse nazionale non coincidesse sempre con quello degli alleati. Roma parlava con Washington, ma parlava anche con Tunisi, Algeri, il Cairo, Tripoli. E al centro di quella carta geografica c’era la Sicilia. Nicolosi capì che l’Isola non poteva limitarsi a essere il luogo in cui altri installavano basi, schieravano uomini, decidevano strategie. Nel marzo del 1986, mentre Stati Uniti e Libia si fronteggiavano nel Golfo della Sirte, intervenne all’Assemblea regionale: la Sicilia, disse, non poteva diventare “solo avamposto militare nel Mediterraneo”. Riferì di essersi rivolto direttamente a Craxi. Non era neutralismo, tantomeno antiamericanismo: era una concezione diversa della posizione strategica siciliana. La geografia non doveva essere una servitù, ma diventare politica.

Due anni dopo quella teoria diventò pratica. Undici pescatori siracusani erano detenuti in Libia. Nicolosi prese un aereo e andò a Tripoli, incontrò Gheddafi. Le missioni si svolsero in raccordo con l’azione diplomatica italiana guidata da Andreotti e contribuirono alla soluzione della vicenda. Molti anni dopo Abdulhafed Gaddur, allora diplomatico libico a Palermo e in seguito ambasciatore in Italia, avrebbe attribuito particolare rilievo a quei rapporti, ricordando Nicolosi come una delle personalità politiche occidentali che continuarono a dialogare con la Libia anche negli anni del suo massimo isolamento internazionale. Non bisogna equivocare questo capitolo. Nicolosi non immaginava una diplomazia siciliana alternativa a Roma: pensava qualcosa di più realistico e, politicamente, più ambizioso. La Sicilia come strumento della politica mediterranea italiana. Un ponte naturale verso il Nord Africa. Il luogo in cui l’Europa incontrava il Mediterraneo — non la frontiera meridionale del continente, ma il suo centro.

C’era un altro punto cardinale nella bussola di Nicolosi: l’Europa. Nel 1987 diventò presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nel momento in cui l’integrazione europea accelerava — l’Atto unico era entrato in vigore, il mercato comune si preparava a diventare mercato unico, e le Regioni cominciavano a capire che Bruxelles sarebbe diventata un interlocutore sempre più decisivo. Nicolosi guardava a Nord e a Sud nello stesso momento. Bruxelles e Tripoli, Europa e Mediterraneo: per lui non erano direzioni opposte, ma la collocazione naturale della Sicilia. Ed è qui che emerge una delle differenze più profonde rispetto a buona parte del regionalismo siciliano che sarebbe venuto dopo: Nicolosi non pensava l’Autonomia come una difesa dalla modernizzazione, ma come uno strumento per entrarci dentro.

Conosceva bene anche il Nord. Bruno Tabacci, che allora guidava la Lombardia, avrebbe ricordato come Nicolosi avesse intuito precocemente la frattura che stava maturando nelle regioni settentrionali: la Lega non aveva ancora conquistato il sistema politico italiano, ma l’insofferenza verso Roma e verso il Mezzogiorno già cresceva. Nicolosi lo aveva capito. La sua risposta, però, non fu il vecchio meridionalismo: non pensava che la Sicilia dovesse presentarsi a Milano o a Roma con il cappello in mano, ma voleva una Regione produttiva e competitiva. Antonio Calabrò avrebbe sintetizzato quell’impostazione parlando di una Sicilia “produttiva, non rancorosa” — forse la formula che meglio spiega quanto fosse moderna la sua idea. Non negare il divario: superarlo.

Nicolosi governò dal 1985 al 1991: cinque governi, più di sei anni. Nella politica siciliana della Prima Repubblica questo significava conoscere alla perfezione correnti, gruppi parlamentari, alleanze, veti, mediazioni. Era, naturalmente, un uomo di partito, perfettamente dentro il sistema democristiano. Ma non era soltanto questo: aveva una concezione forte della Presidenza, fatta di programmazione, infrastrutture, industria, sanità, diritto allo studio, formazione della pubblica amministrazione. Il Cerisdi di Castello Utveggio rappresenta forse meglio di altre iniziative questa idea — la convinzione che la Regione non potesse modernizzarsi senza formare una propria classe dirigente amministrativa. Giovanni Burtone ha scelto una parola per sintetizzarlo: visionario. Ma nel caso di Nicolosi la visione non significava evasione dalla realtà. Significava vedere prima e poi provare a costruire: l’Europa, il Mediterraneo, la formazione della pubblica amministrazione, le infrastrutture, persino la capacità d’intervento nelle emergenze. Non tutto funzionò, e gli anni Ottanta siciliani non furono certo un’età dell’oro della buona amministrazione: furono anche gli anni delle clientele, della spesa pubblica incontrollata, delle degenerazioni del sistema dei partiti, di una mafia capace di condizionare in profondità economia e istituzioni. Nicolosi governava dentro quel sistema, non sopra di esso. È una distinzione che la memoria deve conservare.

Pannella, inizialmente, lo combatté. Nel 1988 arrivò in Sicilia attaccando duramente il presidente democristiano. Avrebbero potuto restare avversari per sempre. Accadde invece quello che Pannella amava raccontare di se stesso: dai grandi scontri possono nascere i grandi incontri. Il rapporto tra i due cambiò profondamente, e nel tempo divenne umano oltre che politico. Fu allora che il leader radicale vide, nel democristiano siciliano, qualcosa di diverso: un Hidalgo. Un uomo orgoglioso ma non provinciale, legato alla propria terra senza esserne prigioniero, convinto che la politica dovesse avere una dimensione più grande dell’amministrazione quotidiana. Il giudizio pesa proprio perché arriva da Pannella: uno che non apparteneva al suo mondo e non aveva alcuna ragione per santificarlo. Nel 1991 Nicolosi fu rieletto all’ARS con 71.782 preferenze nel collegio di Catania: dopo sei anni di Presidenza, il suo consenso personale restava enorme. Pochi mesi dopo lasciò Sala d’Ercole. Nel 1992 fu eletto alla Camera con oltre centomila preferenze e divenne vicecapogruppo della DC. Aveva cinquant’anni. In quegli anni Nicolosi era considerato, insieme ad altri presidenti regionali come Tabacci e Adriano Biasutti, tra gli uomini che avrebbero potuto assumere responsabilità ministeriali. La Presidenza siciliana non avrebbe dovuto essere il punto d’arrivo della sua carriera, ma il trampolino. Poi arrivò il 1992.

La Prima Repubblica crollò, e Rino Nicolosi cadde con essa. Le inchieste sugli appalti siciliani investirono anche l’ex presidente: arresto, carcere, interrogatori, processi. Nicolosi riconobbe l’esistenza di sistemi illeciti di finanziamento della politica, e la sua vicenda restò inevitabilmente legata alle degenerazioni di quella stagione. Non è una parentesi che si possa cancellare dal ritratto: l’Hidalgo aveva governato dentro quel sistema, e quel sistema aveva prodotto anche corruzione, opacità, intrecci che la magistratura avrebbe portato alla luce. Ma la storia diventa propaganda quando pretende che l’ultima pagina cancelli tutte le precedenti.

Andrea Nicolosi avrebbe raccontato, molti anni dopo, che suo padre chiese ai figli di non andargli a far visita in carcere. Forse orgoglio, forse pudore — probabilmente entrambi. L’uomo che aveva incontrato Craxi, Andreotti, Gheddafi, ministri e ambasciatori era ora un detenuto, ma conservava l’ironia: quando i suoi avvocati arrivarono per un colloquio, li accolse scherzando sul fatto che sperava avessero una buona ragione per avergli fatto interrompere il film che stava guardando. Un aneddoto minimo, che però contiene qualcosa dell’Hidalgo: la perdita del potere era evidente, la volontà di non perdere la dignità altrettanto.

Un tumore segnò  gli ultimi anni di Nicolosi che  tornò con forza la dimensione religiosa che aveva accompagnato la sua formazione, mentre del mondo in cui era cresciuto non restava quasi più nulla: non c’era più la Democrazia Cristiana, non c’era più la Prima Repubblica, non c’era più la sua carriera politica. Nel 1994 però tentò un’ultima battaglia elettorale al Senato, misurandosi nel collegio uninominale di Acireale con la nuova realtà politica dell’Italia bipolare. Non corse con le insegne del Ppi a cui aveva aderito dopo la fine della Dc ma con il simbolo di Sicilia Futura con cui raccolse il 9,7% risultando sconfitto dal rappresentante del centrodestra berlusconiano. Nel 1997 consegnò alla Procura di Catania un lungo memoriale in cui ricostruiva vicende del sistema politico e degli appalti siciliani, chiamando in causa esponenti di diversi partiti: un documento controverso, che produsse polemiche e nuovi sviluppi giudiziari. Nicolosi era ormai gravemente malato, e negli ultimi giorni le sue condizioni non gli consentirono nemmeno di affrontare un’audizione richiesta dalla Commissione parlamentare antimafia. Morì ad Acireale il 30 novembre 1998. Aveva cinquantasei anni.

La parabola di Nicolosi contiene quasi tutta la storia politica italiana di una generazione: il giovane dirigente cattolico, la CISL, la DC, lo studio di Moro, Piersanti Mattarella, la modernizzazione della Sicilia, Craxi e Andreotti, Gheddafi, Bruxelles, la grande stagione delle Regioni. Poi Tangentopoli, il carcere, la fine della DC, la malattia. Tutto in poco più di vent’anni. Pannella lo chiamò Hidalgo, e forse aveva trovato la parola giusta. Perché Nicolosi ebbe soprattutto una forma di orgoglio — non solo personale, ma quello di chi pensa che la Sicilia possa stare alla pari con il mondo. Negli anni Ottanta l’Italia provava a essere protagonista nel Mediterraneo, e Nicolosi pensava che la Sicilia dovesse essere all’altezza di quella sfida: non uno Stato nello Stato, non una diplomazia parallela, ma una grande Regione europea capace di usare la propria posizione geografica per aumentare il peso dell’Italia — e il proprio. È su questa scala che va misurata la sua Presidenza. Da allora la Sicilia ha avuto molti presidenti: alcuni più popolari, alcuni più fortunati, alcuni probabilmente migliori amministratori. Ma resta una domanda aperta: quanti hanno pensato la Sicilia alla stessa scala dell’Hidalgo?

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