“I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane”, il nuovo report pubblicato da Save the Children, realizzato con elaborazioni e metodologie sviluppate insieme a ISTAT e basato su una mappatura micro-territoriale delle aree a maggiore vulnerabilità sociale nelle città metropolitane italiane riassume le periferie urbane non sono soltanto uno spazio geografico.
Sono un indicatore sociale, economico ed educativo che misura la distanza tra i diritti formalmente garantiti e quelli realmente accessibili.

L’indagine fotografa un’Italia urbana attraversata da profonde disuguaglianze interne, dove il luogo in cui si nasce e si cresce continua a incidere in maniera determinante sulle opportunità educative, lavorative e sociali di bambini e adolescenti. Non si tratta più soltanto della storica frattura tra Nord e Sud del Paese, ma di un sistema di fratture che attraversa le stesse città: quartiere contro quartiere, periferia contro centro, marginalità contro accesso ai servizi.
La ricerca concentra l’attenzione sulle cosiddette ADU, le “Aree di disagio socioeconomico urbano” individuate da ISTAT attraverso l’Indice di Disagio Socio-Economico (IDISE), un indicatore costruito combinando diversi fattori di vulnerabilità: povertà economica, precarietà occupazionale, basso livello di istruzione, dispersione scolastica, disoccupazione giovanile e fragilità familiari.
Il report porta anche numerose testimonianze di ragazzi e ragazze che vivono nelle aree vulnerabili, lasciando che siano loro a raccontare in prima persona il proprio punto di vista, le difficoltà quotidiane e i desideri per il futuro.
Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane sono state individuate 158 aree caratterizzate da forte concentrazione di disagio sociale. In questi territori vivono circa 142mila minori tra 0 e 17 anni: quasi un minorenne su dieci tra quelli residenti nelle grandi città italiane.
Le città di Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano da sole oltre il 73% dei minori residenti nelle ADU italiane. La sola Roma ospita più di 30mila minori che vivono in aree classificate come ad alto disagio socioeconomico.
Il report sottolinea inoltre come proprio nelle aree più fragili si concentri una quota più alta di popolazione minorile rispetto alla media urbana. Nelle ADU il 16,7% della popolazione ha meno di 18 anni, contro il 14,8% registrato nella media dei comuni capoluogo.
La ricerca dedica attenzione anche ai nuovi nati. Oltre 6mila bambini sotto l’anno di età vivono nelle ADU delle città metropolitane italiane. Circa un neonato su dieci inizia il proprio percorso di vita in contesti segnati da forte vulnerabilità socioeconomica. Secondo Save the Children, questi dati mostrano come la povertà educativa e sociale non possa essere affrontata esclusivamente con misure emergenziali.
Il report chiede politiche strutturali e investimenti permanenti nelle periferie urbane, a partire dalla creazione di spazi socioeducativi stabili e accessibili.
I dati nazionali
Uno degli elementi centrali del rapporto riguarda il peso crescente delle disuguaglianze educative nelle periferie urbane italiane. In media, nelle ADU il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha abbandonato gli studi o ripetuto almeno un anno scolastico, contro il 7,6% registrato nella media dei comuni capoluogo. Secondo il report, le differenze tra centro e periferia arrivano ormai a replicare le storiche distanze tra Nord e Sud del Paese. In alcune città del Centro-Nord i divari interni risultano addirittura superiori a quelli tradizionalmente associati alle differenze territoriali nazionali.
Il fenomeno riguarda anche il mercato del lavoro e la condizione giovanile. Nelle ADU italiane la quota media di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano raggiunge il 35,6%, contro il 22,9% registrato nelle medie cittadine. Molto elevati anche i dati relativi alla povertà economica. Nelle aree fragili il 42,3% delle famiglie vive con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale, contro una media urbana del 25%.
Sul piano educativo emerge inoltre un basso livello di istruzione degli adulti residenti nelle ADU. In media il 51,1% della popolazione tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di studio non superiore alla scuola secondaria di primo grado.
Periferie: un minore su dieci vive nel disagio educativo e sociale
Nelle 14 città metropolitane italiane circa 142mila bambini, bambine e adolescenti – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate da ISTAT. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree, mentre solo a Roma risiedono oltre 30mila 0-17enni. In queste periferie il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e le disuguaglianze educative e sociali risultano molto più marcate rispetto al resto delle città. Le disuguaglianze più marcate emergono soprattutto nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU, a Napoli il 60,1%, mentre anche nel Centro-Nord si registrano forti divari, come a Torino e Milano.
Le difficoltà economiche incidono anche sulla quotidianità:
- il 12,7% non pratica sport perché troppo costoso
- il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici e le amiche per difficoltà economiche
- il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni
Nelle aree vulnerabili anche il livello di istruzione dei genitori risulta più basso: solo il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli studenti e delle studentesse delle aree vulnerabili è laureato/a. Inoltre, solo una madre su due ha un lavoro.
Amici e quartiere: il forte legame con il territorio contro ogni difficoltà
Gli amici sono una presenza stabile nella vita di ragazzi e ragazze, indipendentemente dal contesto in cui vivono. Più di uno su due (51,2%) dichiara di avere più di 15 amici. Tuttavia, tra gli studenti delle ADU le reti di amicizia risultano un po’ meno ampie: il 44,3% afferma di avere più di 15 amici, contro il 53,9% delle altre aree. Allo stesso tempo, però, queste reti sono più eterogenee: il 41,5% ha amici con famiglie sia di origine italiana sia provenienti da altri Paesi, rispetto al 30,5% di chi vive in altre zone.
Nelle scuole delle aree fragili è anche più alta la presenza di studenti con background migratorio: il 15,8% degli alunni è nato in un Paese extra UE, contro il 5,4% nelle scuole delle aree non fragili.
Quasi la metà degli studenti che vive nelle periferie ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dagli altri. Il 49,1% dei ragazzi e delle ragazze percepisce infatti uno stigma sociale legato al luogo in cui vive. Circa un/a ragazzo/a su tre dichiara di aver assistito a prese in giro rivolte a coetanei e coetanee per il quartiere di provenienza.
Nelle aree vulnerabili emerge anche una minore percezione di sicurezza, soprattutto tra le ragazze: solo una su due si sente al sicuro nel proprio quartiere, contro il 75% delle studentesse che vivono in altre zone della città. Nonostante questo, molti adolescenti mantengono un forte legame con il territorio in cui crescono e indicano con chiarezza le priorità per migliorarlo.
Tra le richieste più frequenti ci sono:
- servizi di pulizia e raccolta rifiuti più efficienti
- più spazi di aggregazione per ragazzi e ragazze
- campetti, palestre e luoghi per fare sport
- parchi pubblici più curati e accessibili
- maggiore sicurezza e illuminazione pubblica
- più trasporti pubblici e collegamenti con altre zone della città
- più luoghi culturali e musicali accessibili
La Sicilia: una delle aree più critiche
Palermo, Catania e Messina emergono tra le città dove le disuguaglianze sociali ed educative risultano più profonde. Solo nelle tre città siciliane sono oltre 24mila i minori che vivono nelle aree considerate più fragili: 14.302 a Palermo, 6.887 a Catania e 2.905 a Messina.

Le aree individuate da ISTAT sono 14 a Palermo, 7 a Catania e 3 a Messina. In questi territori oltre la metà delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa.
A Palermo il 63,8% delle famiglie residenti nelle aree fragili ha un reddito inferiore al 60% della mediana nazionale, contro il 36,8% della media comunale. A Catania il dato sale al 68,1%, rispetto al 41,7% del resto della città.
Particolarmente allarmanti i numeri relativi alla dispersione scolastica. Nelle aree vulnerabili di Palermo il 17,8% degli studenti ha abbandonato gli studi o ripetuto almeno un anno scolastico, contro una media cittadina dell’8,8%. A Catania il dato è del 15,7% rispetto all’8,7% della media comunale, mentre a Messina raggiunge il 10,9% contro il 6%.
Il report evidenzia anche il rischio crescente della cosiddetta dispersione implicita, cioè la situazione in cui gli studenti completano formalmente il percorso scolastico senza però raggiungere competenze adeguate. L’analisi approfondisce inoltre il tema delle scuole situate all’interno o in prossimità delle aree di disagio urbano. Attraverso una mappatura geolocalizzata, il dossier ha individuato 338 scuole primarie statali, 152 scuole secondarie di primo grado e 260 scuole secondarie di secondo grado collocate dentro o vicino alle ADU.
Nelle scuole medie collocate nelle aree fragili il tasso medio di alunni ripetenti è del 3,8%, contro l’1,6% registrato nel resto delle città. A Catania il dato arriva al 3,9% contro l’1,1% della media urbana, mentre a Messina raggiunge il 3,2% contro lo 0,6%.

Il disagio educativo si intreccia con quello occupazionale. Palermo e Catania registrano le percentuali più elevate di giovani Neet tra tutte le città analizzate. Nelle aree vulnerabili di Palermo il 55,5% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. A Catania il dato sale al 57%. A Messina il fenomeno riguarda il 39,7% dei giovani residenti nelle aree fragili.
Anche il livello di istruzione degli adulti appare particolarmente basso. A Catania il 73,2% della popolazione tra i 25 e i 64 anni residente nelle ADU possiede un titolo di studio non superiore alla scuola secondaria di primo grado, contro il 44,1% della media cittadina.
Il report sottolinea infine come proprio nelle periferie fragili siciliane si concentri una quota più alta di popolazione minorile. A Catania il 22,2% della popolazione delle ADU ha meno di 18 anni, mentre a Palermo il dato è del 20,9%, entrambe percentuali superiori alle rispettive medie comunali.
Il quadro socioeconomico: reddito, istruzione e lavoro nelle periferie urbane
Accanto al focus territoriale sulle città metropolitane e al caso siciliano, il report “I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane” restituisce un quadro socioeconomico più ampio che aiuta a leggere la natura strutturale delle disuguaglianze urbane. Al centro dell’analisi vi è l’Indice di Disagio Socio-Economico (IDISE), costruito su nove dimensioni che intrecciano condizioni di reddito, lavoro, istruzione e povertà educativa, delineando una mappa integrata della fragilità nelle città metropolitane italiane.
Il primo livello di osservazione riguarda la condizione economica delle famiglie. Nelle Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU), il 42,3% delle famiglie vive con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale, a fronte di una media cittadina del 25%. Il divario evidenzia come la concentrazione della povertà non sia distribuita in modo uniforme nei contesti urbani, ma si addensi in specifici segmenti territoriali, spesso coincidenti con periferie consolidate o aree di recente marginalizzazione.
Le differenze risultano particolarmente accentuate nel Mezzogiorno e nelle Isole. A Palermo, nelle ADU, la quota di famiglie sotto la soglia del 60% della mediana nazionale raggiunge il 63,8%, contro una media cittadina del 36,8%.
A Catania il valore sale al 68,1%, rispetto al 41,7% del resto della città. Si tratta di scarti di oltre 25 punti percentuali, che indicano una polarizzazione interna molto forte anche all’interno delle stesse amministrazioni comunali.
Il dato economico si intreccia direttamente con la struttura occupazionale. Nelle ADU, una quota rilevante di famiglie si trova in condizioni di esclusione dal mercato del lavoro o di forte fragilità occupazionale. Il 5% degli indicatori compositi del modello IDISE riguarda infatti famiglie con bassa intensità lavorativa, mentre il 6% è legato alla precarietà dei rapporti di lavoro nella fascia 25-64 anni. Il risultato è un contesto in cui la stabilità reddituale è meno diffusa e più esposta a shock economici.
Un ulteriore elemento centrale riguarda il livello di istruzione della popolazione adulta. Nelle ADU, il 51,1% degli individui tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di studio non superiore alla scuola secondaria di primo grado. Questo dato si traduce in una forte correlazione tra basso livello educativo e condizioni di vulnerabilità economica, rafforzando un ciclo intergenerazionale della disuguaglianza che si riflette direttamente anche sui percorsi scolastici dei minori.
Nel caso di Catania, il quadro si fa ancora più critico: la quota di popolazione adulta con basso livello di istruzione nelle aree fragili raggiunge il 73,2%, contro il 44,1% della media cittadina. Si tratta di un differenziale che incide in maniera strutturale sulla capacità dei territori di generare mobilità sociale, limitando l’accesso a occupazioni qualificate e stabilizzando condizioni di povertà educativa.
Il segmento giovanile rappresenta uno degli indicatori più sensibili del disagio urbano. Nelle ADU delle città metropolitane, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Neet) si attesta al 35,6%, contro il 22,9% della media dei capoluoghi. Si tratta di una distanza significativa, che fotografa una frattura tra i percorsi formativi e il mercato del lavoro proprio nei territori a maggiore vulnerabilità.
A Palermo e Catania il fenomeno raggiunge livelli particolarmente elevati: il 55,5% dei giovani nelle aree fragili del capoluogo siciliano è Neet, mentre a Catania la percentuale sale al 57%. A Messina il valore si attesta al 39,7%, comunque superiore alle medie urbane. Questi dati indicano non solo una difficoltà di inserimento lavorativo, ma anche una debole connessione tra sistema educativo e opportunità occupazionali nei contesti periferici.
La dimensione educativa resta comunque il principale fattore di riproduzione delle disuguaglianze. L’IDISE include tra i suoi indicatori anche la quota di studenti che abbandonano o ripetono l’anno scolastico. Nelle ADU delle città metropolitane, questo valore raggiunge il 15,4%, contro il 7,6% delle medie comunali. Il doppio livello di incidenza evidenzia come la dispersione scolastica non sia un fenomeno uniforme, ma territorialmente concentrato.
Un elemento particolarmente rilevante è la natura cumulativa del disagio. Le stesse aree in cui si registrano alti livelli di povertà economica sono anche quelle in cui si concentrano i maggiori livelli di dispersione scolastica e Neet.
Questo fenomeno conferma l’esistenza di una forte correlazione tra condizioni socioeconomiche familiari e traiettorie educative dei minori.
Il quadro complessivo restituisce una geografia urbana fortemente diseguale, in cui le periferie non rappresentano solo una condizione spaziale, ma un fattore determinante nelle opportunità di vita.
L’insieme degli indicatori socioeconomici rafforza la lettura proposta da Save the Children: la povertà educativa è il risultato di una combinazione strutturale di fattori economici, sociali e territoriali, che richiedono politiche integrate e interventi continuativi.
Le dinamiche nascoste: segregazione educativa, trasmissione del disagio e carenza di welfare
Al di là dei dati economici, occupazionali ed educativi, il report “I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane” mette in evidenza un insieme di dinamiche strutturali che contribuiscono a definire la natura profonda delle disuguaglianze urbane. Si tratta di fenomeni meno immediatamente quantificabili, ma fondamentali per comprendere come le periferie non siano semplicemente luoghi caratterizzati da fragilità, quanto piuttosto sistemi complessi in cui le condizioni sociali tendono a riprodursi e consolidarsi nel tempo.
Uno dei primi elementi che emerge riguarda la progressiva segregazione educativa interna alle città. Il report suggerisce che le differenze non si limitano più al tradizionale asse centro-periferia, ma si articolano oggi in una rete più frammentata di micro-contesti urbani, nei quali la scuola assume funzioni profondamente diverse a seconda del territorio in cui è inserita. In alcuni quartieri l’istituzione scolastica rappresenta un presidio stabile, in grado di intercettare bisogni educativi e sociali e di costruire percorsi di mobilità. In altri, invece, la scuola si trova a operare in condizioni di isolamento, con una capacità molto limitata di incidere sul contesto circostante.
Questa frammentazione produce un effetto di separazione silenziosa: studenti che, pur vivendo nella stessa città, crescono in ambienti educativi radicalmente differenti per qualità dell’offerta, continuità dei percorsi e accesso alle opportunità.
Nelle città siciliane analizzate, questo fenomeno appare particolarmente evidente, perché le disuguaglianze non si distribuiscono in modo uniforme ma si concentrano in aree circoscritte, generando veri e propri “corridoi” di esclusione che attraversano il tessuto urbano.
Dove il livello di istruzione degli adulti è più basso, dove il lavoro è più instabile e dove la povertà economica è più diffusa, si osserva una maggiore concentrazione di difficoltà nei percorsi scolastici dei minori.
Si tratta di un meccanismo che non agisce in modo diretto o deterministico, ma attraverso una rete di condizioni che si rafforzano reciprocamente: minore supporto educativo familiare, minore accesso a risorse culturali, maggiore esposizione a contesti di fragilità economica e sociale. In questo senso, il disagio non appare come una condizione individuale, ma come un ecosistema sociale che tende a perpetuarsi.
Nel contesto siciliano, questa dinamica assume un rilievo particolare perché si innesta su strutture sociali consolidate nel tempo. Le periferie urbane di Palermo e Catania, in particolare, mostrano una continuità tra condizioni familiari, percorsi scolastici e opportunità lavorative che rende più difficile l’attivazione di processi di mobilità sociale.
Il rischio evidenziato dal report è quello di una stabilizzazione delle disuguaglianze, in cui la possibilità di modificare la propria condizione di partenza diventa sempre più limitata.
Un terzo elemento centrale riguarda la disuglianza nell’accesso ai servizi del welfare urbano ed educativi. L’indagine nelle periferie sottolinea come la presenza di infrastrutture sociali non sia distribuita in modo omogeneo all’interno delle città, ma segua logiche territoriali che spesso finiscono per amplificare le disuguaglianze esistenti.
I servizi educativi, culturali e di supporto alla famiglia risultano infatti più deboli proprio nelle aree dove la domanda sociale è più elevata.
Questo squilibrio produce un effetto paradossale: nei contesti più fragili, la scuola e i servizi educativi sono chiamati a svolgere una funzione più ampia rispetto al loro mandato originario, diventando non solo luoghi di istruzione ma anche strumenti di sostegno sociale. Tuttavia, la limitata disponibilità di risorse e di infrastrutture rende difficile sostenere questa funzione ampliata, generando una tensione costante tra bisogni e capacità di risposta.
In Sicilia questo fenomeno è particolarmente visibile nelle periferie urbane, dove la rete dei servizi tende a essere meno capillare e meno integrata. In questi contesti, la scuola rappresenta spesso l’unico presidio pubblico stabile, ma non sempre è sufficiente a compensare la mancanza di altri dispositivi sociali. Ne deriva una condizione in cui la capacità del sistema educativo di incidere sulle disuguaglianze dipende fortemente dal contesto territoriale in cui opera.
Il risultato complessivo è la formazione di sistemi urbani caratterizzati da livelli crescenti di polarizzazione interna, nei quali la distanza tra le diverse aree della città non è soltanto economica o sociale, ma anche educativa e relazionale.
Le periferie non appaiono quindi come semplici margini urbani, ma come spazi in cui si concentrano e si riproducono condizioni strutturali di svantaggio.
In questa prospettiva, il dato centrale che emerge non riguarda soltanto la misura delle disuguaglianze, ma la loro natura sistemica. Le città non sono attraversate da una singola frattura sociale, ma da una molteplicità di linee di divisione che si sovrappongono e si rafforzano nel tempo, costruendo una geografia complessa dell’esclusione.
Il caso siciliano rappresenta, in questo senso, un punto di osservazione particolarmente significativo. Palermo, Catania e Messina non sono soltanto città con indicatori di fragilità elevata, ma contesti in cui queste dinamiche assumono una forma particolarmente evidente, proprio per la concentrazione e la sovrapposizione dei fattori di rischio. È qui che la distanza tra le diverse parti della città diventa più visibile, e dove la questione delle periferie assume una dimensione non solo sociale, ma strutturale.
Nel complesso, il report invita a leggere le periferie urbane non come realtà marginali, ma come elementi centrali per comprendere il funzionamento delle città contemporanee. È in questi spazi che si misurano le reali capacità dei sistemi urbani di garantire diritti, opportunità e inclusione, e dove le disuguaglianze assumono la loro forma più concreta e persistente.
Progettare il domani: dai Patti di Comunità al “Child Check”
Alla vigilia di IMPOSSIBILE 2026, Save the Children chiede una strategia nazionale di rigenerazione urbana di lungo termine che metta al centro bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree vulnerabili, riconoscendone il ruolo essenziale, sin dai primi anni di vita, nei percorsi educativi, di crescita e di partecipazione alla vita delle comunità locali.
Tra le proposte che vengono avanzate c’è l’istituzione di Presìdi Socio-Educativi nelle aree più vulnerabili delle città: spazi pubblici accessibili, sicuri e aperti tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare ad attività culturali, sportive, artistiche e ricreative e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Questi presìdi dovrebbero nascere attraverso la collaborazione tra istituzioni, scuole, Terzo Settore, associazioni e comunità locali, anche attraverso Patti Educativi di Comunità.
E viene proposta inoltre l’adozione del “Child Check”, uno strumento partecipato di analisi e programmazione urbana che permetta di progettare città più inclusive dal punto di vista dei bambini, bambine e adolescenti.
Questo strumento ha l’obiettivo di individuare priorità, definire target chiari e misurabili e orientare interventi capaci di generare contesti urbani a misura di bambino, fin dalla nascita.
FONTE DATI: “I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane” – Save The Children
Nota metodologica
La ricerca “I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane” è stata sviluppata da Save the Children in collaborazione con ISTAT attraverso una metodologia sperimentale finalizzata a individuare e mappare le aree urbane caratterizzate da elevato disagio socioeconomico.
L’analisi ha riguardato i comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane e si basa sull’identificazione delle cosiddette ADU, le “Aree di disagio socioeconomico urbano”, costruite a partire dall’Indice di Disagio Socio-Economico (IDISE).
Le ADU sono state individuate attraverso una procedura algoritmica sviluppata da ISTAT che aggrega sezioni di censimento contigue caratterizzate da livelli elevati di vulnerabilità sociale. Il sistema seleziona progressivamente le aree con i valori più alti di disagio, costruendo aggregazioni territoriali omogenee e statisticamente significative. L’IDISE è un indice composito costruito su nove indicatori principali:
1. individui over 70 che vivono soli e senza casa di proprietà;
2. famiglie senza occupati o pensionati;
3. redditi inferiori al 60% della mediana nazionale;
4. tasso di occupazione;
5. famiglie a bassa intensità lavorativa;
6. precarietà occupazionale;
7. basso livello di istruzione;
8. giovani Neet;
9. dispersione scolastica e ripetenze.
La metodologia ha inoltre previsto una mappatura geolocalizzata delle scuole presenti nelle ADU o nelle immediate vicinanze. Sono state considerate le scuole entro 500 metri dalle aree fragili per primaria e secondaria di primo grado ed entro un chilometro per le scuole superiori.
I plessi scolastici sono stati geolocalizzati utilizzando indirizzi e CAP dell’anagrafe del Ministero dell’Istruzione e del Merito, attraverso Google Earth Pro e successivamente importati in QGIS.
Gli autori precisano che si tratta di una metodologia ancora sperimentale e che i risultati devono essere interpretati con cautela. Le distanze considerate sono infatti geometriche e non tengono conto di elementi concreti di accessibilità urbana come viabilità, trasporti pubblici o barriere fisiche. Nonostante questi limiti, il report rappresenta uno dei primi tentativi di leggere le disuguaglianze educative e sociali italiane a livello micro-territoriale, andando oltre le tradizionali statistiche comunali o regionali.



